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Antropologia della morte

di Federico E. Perozziello - Febbraio 2014

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Tutto ciò che possa inceppare la macchina sociale viene bandito. I cortei funebri non si svolgono più da tempo nelle grandi città perché accusati di ostacolare il traffico ed il normale svolgersi delle attività dei vivi, i quali non devono essere distratti da un evento imbarazzante. Per vivere serenamente le persone devono immaginare che il morire accada sempre per qualcun altro. Le condoglianze divengono tacite ed impacciate, paradossalmente proprio da parte di coloro che sono i più dispiaciuti per il lutto a causa della situazione di dolore irreparabile venutasi a creare. Credendo che per non rinnovare il dolore il modo migliore per aiutare i familiari del morente sia quello di minimizzare l’evento, i conoscenti non si rendono conto dell'ulteriore isolamento cui condannano una persona già provata dal lutto. Poiché la morte non deve essere visibile, il cadavere viene temporaneamente imbalsamato, oppure refrigerato perché non si decomponga. Seguono delle operazioni di abbellimento ed il defunto viene accuratamente rivestito. In tal modo appare ai presenti come un semivivo, entra a far parte di una rappresentazione comunitaria costituita dalle esequie, che tendono ad evitare la relativa vergogna e la possibile ripugnanza sociale per l’evento luttuoso. Si tratta della condizione di  morte proibita a cui è approdata la società contemporanea. La morte viene considerata come un evento alieno al mondo dei vivi, da nascondere anche al morente. Questi, se la morte tarda a giungere, viene ghettizzato in luoghi di cura che sarebbe meglio definire come spazi di sopravvivenza assistita, quali le lungodegenze, dove legioni di vecchi attendono la loro fine, quasi sempre in una solitudine in cui i silenzi ed i vuoti possono essere riempiti solo dai ricordi per i più fortunati oppure, per molti di loro, da un nebbioso stato di tenue incoscienza del proprio io. La presenza di questi anziani ingombranti diviene sempre più sfumata ed attenuata, conservata lungo lo scorrere di sfondi sociali improbabili, da cui si viene richiamati, se ancora autosufficienti, per occasioni più o meno ufficiali, come un battesimo oppure un matrimonio. Quasi siano divenuti, i vecchi, curiosità biologiche degne di nota e di attenzione saltuaria, purché conservino una loro dignitosa parvenza e riservatezza, non invasiva della vita dei soggetti produttivi.

La morte viene pertanto capovolta nella sua funzione. E’ già presente in vita e nell’ultima parte di questa, in una terza o quarta età che potrebbero divenire quasi perenni, oltre ogni aspettativa delle generazioni del passato, immerse ora in una lenta consunzione senza fine. I centenari si moltiplicano, mantenuti in esistenze di confine, di relegazione sociale, a volte quasi vegetative, perché il corpo sorretto dalle terapie moderne mostra una pervicace capacità di resistenza e di adattamento. Il mondo dei vecchi viene confinato in un continuo presente di delimitazione fisica rigorosa, perché non intralci più di tanto i processi produttivi e non intristisca la disposizione serena al consumo degli individui più giovani ed ancora attivi. In una prima fase di lunga durata della storia umana la  morte è stata vista necessariamente come partecipe nel contesto dialettico tra la salute e la malattia.  Un binomio logico rassicurante che si inseriva in una visione della realtà semplice e prevedibile. Per l’antica medicina ippocratica e galenica la costruzione logica del mondo percepibile, con le sue armonie ed i suoi contrasti, era comprensibile secondo la natura binaria dei cambiamenti cui poteva essere soggetto il corpo, sempre oscillante tra uno stato di salute ed uno di malattia. La morte trovava una collocazione  in un orizzonte temporale segnato nei suoi confini e per i più fortunati dall’infanzia e dalla senescenza. Un territorio che comprendeva due momenti di cui era impossibile avere un’esperienza diretta e trasmissibile in prima persona: la nascita e la morte. Nella seconda metà del XIX secolo, con l’avvento della scienza moderna influenzata dal positivismo, la morte è stata considerata in modo riduttivo come un evento naturale,  intrinseco alla vita dell’uomo ed inevitabile. Un fatto meno interessante della scoperta di possibili cure e rimedi per le malattie. Il medico sapeva che la previsione diagnostica della morte era essenziale per una prognosi corretta, che tenesse conto di tutti i fattori in gioco nel suo intervento terapeutico. L’exitus sempre possibile del paziente era una delle evenienze in cui il sanitario impegnava il proprio prestigio professionale. Una sorte negativa, che tuttavia risultava accettata ed accettabile una volta che fossero stati definiti lealmente i confini di questo destino infausto.

Lo storico Michel Vovelle, nel suo saggio La morte e l'Occidente dal 1300 ai giorni nostri, ha messo in evidenza l’articolazione progressiva nella cultura europea, di tipo razionale ed illuministico, di una visione della morte interpretata come un fenomeno gestito dalla scienza e controllato da quella sua parte che è la medicina. La transizione verso questo atteggiamento, prima ancora sociale che conoscitivo, era durata più di un secolo, attraversando tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento.  Nella prima metà del XIX secolo la sensibilità comune aveva riguardato un tipo di morte che si sarebbe potuta definire come morte ossessiva. Una condanna senza appello, simile a quella che aveva afflitto l’umanità nei secoli precedenti e pur tuttavia meno temperata dalla consolazione di una fede religiosa.  Un fine vita che sarebbe divenuto presto la morte evasiva caratteristica del periodo romantico, il quale vedeva la morte come una fuga liberatoria dalla dura realtà della vita e si sforzava di idealizzarla e coltivarla come un elemento positivo,  attraverso un’elaborata cultura del ricordo. (13)

Il metodo di indagine seguito da Vovelle  era basato sulla osservazione di fattori infrastrutturali della società umana, come i modi di produzione, i soggetti sociali e le correnti demografiche, le incrostazioni ideologiche che pervadevano la visione comune della morte attraverso i potenti elementi di attrazione costituiti dalla religione e dalla  filosofia. Nel lavoro di Vovelle comparvero tre diverse modalità di definizione della morte, relative ad un’indagine applicata alle successive epoche storiche. L’indagine demografica era più facilmente connessa alla morte subita, esito di epidemie, di eventi traumatici e di malattie del singolo individuo. La ricerca invece sulla morte vissuta era stata condotta attraverso l’analisi dei gesti e dei riti funebri, dei comportamenti e delle relazioni interpersonali legate al lutto. Un discorso a parte aveva infine riguardato nel discorso dello storico francese la visione della morte come un’elaborazione culturale della civiltà umana, che si era sforzata di attribuire un significato accettabile e consolatorio ad una condizione ineludibile di  finitezza.

La costruzione di una modalità coerente nell’affrontare la morte aveva attraversato l’affermazione dei rituali religiosi, come quelli del Cristianesimo. Simbologie che recavano in sé la promessa di una vita ultraterrena. Riti che si affermarono nei primi secoli del Medioevo attraverso una dura lotta contro i residui del paganesimo. La cristianizzazione dell’Europa fu infatti un processo lento. Ancora nei Secoli VIII e IX d.C. l’imperatore Carlo Magno utilizzò la parte più importante della forza militare e delle cospicue risorse economiche del suo regno non per ricostituire l’Impero Romano nelle antiche frontiere, ma per espandere con la forza il Cristianesimo oltre i fiumi Reno ed Elba. Vennero adoperate le armi dei Franchi ed ogni genere di coercizione e crudeltà per spingere alla conversione i non credenti. Si trattò di un agire spietato, peraltro ricambiato, nei confronti dei Sassoni e degli altri popoli pagani di stirpe germanica abitanti di quelle umide e sterminate foreste in cui avevano resistito per secoli alla potenza romana ed in cui avevano conservato i loro riti e credenze in innumerevoli divinità.

L’imperatore dei Franchi ottenne così quello che ai Romani non era stato permesso, di estendere cioè l’influenza culturale dell’Antichità, greco-romana prima e cristiana poi, fino nel cuore delle selve della Germania, verso le fredde rive e le acque cupe del Mar Baltico. Carlo Magno diede inizio ad un movimento di cristianizzazione forzata che terminò solo nel XIV secolo, con le Crociate di conversione e di genocidio messe in atto dai Cavalieri Teutonici. Partendo da una posizione ideologica predominante del Cristianesimo nei confronti della morte, tra il XIV e il XVIII secolo si assistette ad una lenta erosione del pensiero e delle credenze nella fede e nella ritualità cristiana la quale è proseguita fino ad oggi. Un sentore comune di logoramento nella fiducia in un aldilà trascendente, che venne accelerato dall’Illuminismo e dalla  Rivoluzione Francese. Nella seconda metà del XIX secolo iniziò un’ulteriore fase di trasformazione nella visione intellettuale e nella sensibilità popolare nei confronti della morte. La rivoluzione medica e scientifica operata  da grandi figure di studiosi e ricercatori, ma anche di pensatori e di intellettuali, come Louis Pasteur, Rudolf Virchow e Claude Bernard, andò affermando una concezione della vita e della morte viste non più come due entità opposte, ma parti entrambe di un insieme biologico. La fine dell’esistenza divenne un semplice fenomeno fisico e chimico, un processo che le nuove scienze fondanti della medicina moderna, la biochimica, la fisiologia, la patologia microbica e la patologia cellulare erano in grado di spiegare nelle minime parti, attraverso quella che verrà definita come la scienza del come, trionfante senza ripensamenti e dubbi sulla scienza del perché dei secoli passati.

La morte, che da un punto di vista antropologico e di impatto personale e sociale costituiva con la nascita il massimo evento biografico di ogni essere umano, dal punto di vista delle nuove scienze della natura divenne un fatto di molecole e di cellule in continuo divenire e trasformazione, contestualizzate ed imprigionate nel loro ambiente geografico e storico. La scienza di tipo positivistico e darwiniano, che trionfò nella seconda metà del Secolo XIX, sospinse la morte ed il morire in un ambito di totale relativismo universale. Si moriva certamente in modo umano, confortati dall’affetto dei propri cari e dai riti della religione professata, ma la morte del singolo diventò ininfluente nel contesto generale di tutte le forme di vita. Comparve e si affermò un assoluto materialismo, a cui non fu estranea una posizione antireligiosa, a volte strumentale, influenzata dal pensiero positivista e neo-positivista associati a quello marxista. Su ogni considerazione angosciosa si stese il velo consolatorio delle promesse di una scienza che si autoproclamò in grado di risolvere con il tempo e i mezzi ogni problema materiale della vita umana fino a perpetuarla, questa vita, oltre le frontiere poste dalle leggi naturali e da quelle della ragione.

Non potendo più offrire un’immortalità sicura attraverso la fede, l’ideologia comune creò una sorta di religione scientifica in cui sarebbe stato lecito confidare, fino a demandarle la soluzione di ogni interrogativo esistenziale. Eppure pochi decenni prima un quasi sconosciuto filosofo danese aveva intrapreso un proprio viaggio coraggioso attraverso la riflessione filosofica, indagando il ruolo svolto dal dolore e dalla morte sull’esistenza. Søren Kierkegaard (1813-1855) aveva liberato il pensiero umano da molti equivoci intorno al concetto di morte, che era stata smascherata e indicata come l’angoscia suprema, un avvenimento unico e non rappresentabile che riguardava il singolo individuo e lui soltanto.  Secondo Kierkegaard la morte costituiva l’orizzonte esistenziale definitivo della condizione umana, un evento di cui nessuno poteva trasmettere l’esperienza. Dal fine vita altrui non scaturiva alcuna narrazione rassicurante, salvo poterlo utilizzare arbitrariamente come un sostegno perché gli altri esseri umani potessero aderire, liberamente o meno, all’idea di un Dio creatore e dispensatore di certezze.

La morte non era riconducibile ad una semplice idea, costituiva invece un evento singolo e terribilmente concreto, di tipo esclusivamente individuale, che riguardava l’individuo e come tale era considerata dalla persona un qualcosa che poteva accadere soltanto a lei stessa in quanto tale. Una fine inconcepibile e inimmaginabile nella sua attesa, nella temuta  e misteriosa presenza. L’ineluttabilità della morte e contemporaneamente l’impossibilità di conoscere il momento in cui sarebbe giunta avrebbe fatto  sì che la paura dell’exitus sarebbe stata presente drammaticamente  in ogni aspetto dell’esistenza, ben al di là di un mero evento biologico osservabile attraverso il distacco dello scienziato o la fiducia del credente.

Confinati nella gabbia esistenziale della propria condizione umana, tra una scienza inadeguata a spiegare quello che veramente era importante per la vita ed una religione che si affannava inutilmente a fornire risposte che allontanassero l’angoscia, utilizzando lo strumento potente, ma spesso insoddisfacente della fede, tra il finire del XIX secolo ed i primi anni del XX ci si trovò ad essere sempre più disorientati nel decidere quale fosse la strada giusta da percorrere per arrivare ad un compromesso. Per raggiungere almeno una relativa serenità, necessaria a non essere travolti da un’angoscia senza nome. Tuttavia non era nella scienza o nella filosofia che divenne possibile trovare qualche modesta e provvisoria risposta agli interrogativi che abbiamo fin qui sollevato sul problema più importante dell’esistenza umana. Dobbiamo invece rivolgerci ad un altro modo di interpretare la realtà, legato alla fantasia ed alla creazione trascendente  del bello. Una possibilità che solo l’arte può donare.

Pubblicato la prima volta nel 1886, la morte di Ivan Il'ič  è un racconto di  Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910). Si tratta di  una delle opere letterariamente più celebrate del grande scrittore russo, influenzata dalla profonda crisi spirituale dell'autore che lo porterà a convertirsi al Cristianesimo. Il tema centrale del racconto è costituito da una riflessione sul destino dell'uomo di fronte all'inevitabilità della morte. Attraverso il proprio percorso di sofferenza e di disperazione, il protagonista della storia, il giudice Ivan Il'ič Golovin, consigliere della Corte d'Appello di San Pietroburgo, scoprirà un senso possibile da dare alla vita. Confrontandosi con la fine della propria esistenza ne percepirà una giustificazione che investe dell’amore verso gli altri l’unica possibile via d’uscita ad un’ingiustizia subita senza ragione apparente. Per Ivan Il'ic  morire significherà aver imparato a vivere. Accettando l’unicità drammatica del proprio destino egli comprenderà che le cose per cui si è battuto e si è agitato nella vita non sono state altro che illusioni. L’unica certezza che si renderà conto di possedere sarà la consolazione di aver amato e aiutato chi gli è stato vicino:

 

“… E il dolore? – si domandò. – Dov'è andato? dove sei dunque, dolore?- Prestò ascolto. - Sì, eccolo. Venga pure il dolore!. – Ma la morte dov'è essa?-. Egli cercava il suo vecchio abituale terrore della morte, e non lo trovava.  Dov'è? Quale morte? non aveva più alcuna paura, perché nemmeno la morte c'era più. Invece della morte c'era la luce. [...]

– È finita! –disse qualcuno su di lui. Egli sentì queste parole e le ripeté nella sua anima: – Finita la morte! – si disse – Non c'è più –Aspirò l'aria, si fermò a metà del respiro, si stese e morì.”

 

da Lev Nikolaevič Tolstoj, La morte di Ivan Il'ic e altri racconti  (14)

 

Un altro autore che reca in sé, come in un emblema, il desiderio di vivere frammisto alla consapevolezza dell’impossibilità di sottrarsi ad un destino di annichilimento, di reggere alla complessità disperante dell’esistere che finisce per  rendere inadeguati ed insoddisfacenti perfino i sentimenti, è Jack London. Lo scrittore americano John Griffith Chaney (1876–1916) adottò tale pseudonimo derivandolo dal cognome del  padre adottivo.

In Martin Eden, un romanzo del 1909, il protagonista percorre in continua ascesa e grazie ad un’inesauribile forza vitale tutti i gradini di una lunga scalata sociale. Martin desidera con tutte le proprie forze diventare una persona che possa essere accolta nel mondo che conta, quello dei ricchi ed un po’ annoiati intellettuali che ha potuto incontrare e frequentare quasi per caso, grazie a un atto di generoso salvataggio di uno di loro. Da umile marinaio e semianalfabeta diverrà uno scrittore di successo, apprezzato dalla critica e smisuratamente ricco, grazie ai proventi legati alla vendita dei suoi libri.  Tuttavia aver raggiunto il culmine della piramide sociale, scalata a prezzo di tanti sacrifici, non lo libererà dal male di vivere. Né lo potrà fare l’amore per Ruth, la donna inseguita per anni come un miraggio e che ora finalmente è disposta a darsi a lui. Neppure la benevolenza deferente della società più esclusiva, di cui è infine riuscito a far parte, riuscirà ad alleviarne la pena e l’insoddisfazione.

L’anima non ha trovato riposo, né ragione esistenziale in un continuo lacerarsi in cerca del successo e della considerazione sociale. A Jack London lo scrittore ed a Martin Eden, il suo alter ego come personaggio immaginario, non resterà che il suicidio per sfuggire al proprio destino o forse per adempiere compiutamente ad esso. Martin si getterà follemente e lucidamente in mare, in pieno Oceano Pacifico, nel corso di un viaggio di piacere inutilmente intrapreso per alleviare l’angoscia. Troverà la morte dopo aver osservato la nave che si allontana davanti ai suoi occhi come il miraggio luminoso di una vita indefinibile ed inafferrabile, splendente nella notte tropicale, prima di immergersi nelle acque scure dell’oceano e cercare la ragione del tutto in una fine volontaria e silenziosamente determinata:

 

“ […] Poi venne il dolore e il senso di strangolamento. Non erano ancora la morte, ma il pensiero di questa che oscillava insieme alla sua coscienza, avviluppandola. La morte non portava dolore. Era la vita, erano le pene della vita, una terribile sensazione soffocante, era l’ultimo colpo che l’esistere poteva infliggergli. Le sue mani ed i piedi doloranti cominciarono ad annaspare a vuoto, sempre più debolmente. Ma li aveva ormai tratti in inganno. […] Era troppo in profondità. Non avrebbero mai potuto riportarlo alla superficie. Gli sembrò di galleggiare languidamente in un mare di visioni sognanti. Colori e luci lo circondavano e l’acqua era in lui e lo pervadeva. Che cosa era stato? Sembrava un faro, ma era dentro il suo cervello, una lampeggiante, abbagliante luce bianca. Poi emise lampi più rapidi e più rapidi ancora. Ci fu un lungo rombo sonoro e gli parve che fosse precipitato lungo una scala interminabile. Poi, da qualche parte, verso il fondo, cadde nelle tenebre. Lo sapeva: era caduto nelle tenebre. E nel momento in cui lo seppe, cessò di saperlo”.

 

da Jack London, Martin Eden (15)

 

Nel 1916 anche Jack London morirà in circostanze oscure, forse suicida, a soli quarant’anni di età. Come nella vicenda non troppo immaginaria del suo personaggio la ricchezza delle esperienze vissute non era bastata a compensare il disagio esistenziale che aveva oscurato l’orizzonte delle speranze.

Esiste un dipinto in cui il mistero della fine appare in tutta la propria immediatezza. Si tratta della Morte di Marat di Jacques-Louis David (1848-1825), un grande dipinto che oggi possiamo ammirare in Belgio, in una sala del Museo Nazionale di Bruxelles. Il quadro appare diviso in due parti nettamente separate. In primo piano osserviamo il cadavere di Jean-Paul Marat riverso nel suo bagno di morte, appena dopo le pugnalate infertegli da Carlotta Corday. Nel registro superiore del dipinto prevale invece il buio, un colore nerastro e indefinito di ciò che la morte rappresenta per l’artista e di come essa gli si annuncia. Il contrasto con la vita non è mai apparso tanto evidente come in questo famoso quadro, mentre il mistero evocato rimane una presenza di fondo, non facilmente comprensibile e dissimulata, poiché l’attenzione dell’osservatore si lascia facilmente sviare dall’immediatezza del personaggio storico rappresentato. L’interrogativo sul significato della morte, di quella del quadro e di tutte le morti passate e future possibili che ci attendono nel divenire indecifrabile che ci è stato riservato, traspare così da uno dei più conosciuti ed evidenti degli avvenimenti storici. Si nasconde e non si rivela direttamente, ma si lascia intuire, riservando al visitatore una sensazione di disagio che lo afferra anche nella grande sala del museo, nella placida e moderna Bruxelles, quando lo sguardo si sofferma troppo a lungo sui dettagli, dopo lo stupore iniziale per il soggetto rappresentato.

 

Federico E. Perozziello

www.filosofia-medicina.net

 

Federico Edoardo Perozziello è medico, storico della medicina e docente universitario. E’ autore di numerose pubblicazioni riguardanti la medicina e i suoi rapporti con il pensiero filosofico e scientifico. Per Mattioli 1885 ha pubblicato una Storia del Pensiero Medico in cinque volumi, il quarto dei quali, dedicato alla medicina moderna, ha vinto nel 2011 il primo premio per il giornalismo e la saggistica al Concorso letterario Mario Pannunzio di Torino.
Su Riflessioni.it cura la rubrica: Filosofia della Medicina.

 

Sulla condizione umana PerozzielloLa sua ultima opera: Sulla condizione umana. Riflessioni mediche e antropologiche, Mattioli 1885 Editore, 2014.

"Dal concetto di salute a quello di dolore, per comprenderli e se possibile affrontarli. Dalla cura del malato, un viaggio che porta alla più radicale delle tematiche: la fine della vita. Una guida tracciata tra medicina, filosofia ed antropologia, una mappa da seguire lungo i percorsi più difficili dell'esistenza. Una riflessione condotta sul significato della nostra condizione e in generale della natura umana."


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NOTE
13) Vovelle M. La morte e l'Occidente dal 1300 ai giorni nostri, Roma-Bari, 1986.
14) Tolstoj L., La morte di Ivan Il'ic e altri racconti, traduzione di Serena Prina, Milano, 1999.
15) London J., Martin Eden, Milano, 2000.

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