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Perché la filosofia?

di Domenico Pimpinella – ottobre 2007
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Come sostiene da tempo Severino, la convinzione che per “vita” si debba intendere quel frammento di esistenza che va dal nulla prima della nascita al nulla dopo la morte è l’autentica follia dell’Occidente. Una tale convinzione non poteva che portarci inesorabilmente al nichilismo dei nostri giorni, alla distruzione di ogni valore morale. Il nulla si paga purtroppo col nulla!
Non sono serviti i rimedi proposti dalle religioni; né serviranno gli sforzi della tecnologia di stabilizzarci singolarmente in potenti possibilità esistenziali.
Per voltare pagina sul passato occorrerebbe considerare la filogenesi, e non l’ontogenesi, la nostra vera “vita”. Solo così ci si spalancherebbero davanti nuovi e più ampi orizzonti aperti ad emozionanti conquiste. Sarebbe la mossa strategica per avvicinarci di molto alla verità: per poter comprendere che in fondo siamo già eterni o potenzialmente eterni, seppure mortali. Una convinzione che possiamo ricavare dalla considerazione che ogni individuo già alla nascita porta in sé un bagaglio di conoscenze istintive dovute all’architettura neurale che ci trasmettono i nostri genitori, appartenuta non solo a loro ma, seppure con leggere variazioni, ai nostri nonni, ai bisnonni e così via.
Alla nostra consapevolezza ciò non è mai apparso evidente perché ad ogni cambio di generazione questa si resetta, ricominciando ogni volta daccapo. La consapevolezza è dovuta in larga misura alle sinapsi costruite dalle esperienze che ci permettono di poter conoscere un mondo, un ambiente continuamente aggiornato. La consapevolezza è costretta a riformarsi periodicamente per illuminare il cammino di tante esistenze che non possono fare a meno di passare e ripassare attraverso il collo di bottiglia della rigenerazione embrionale. Solo la consapevolezza presenta quindi soluzioni di continuità ma non l’inconscio, quella conoscenza  pre-razionale, emotiva, che ci accomuna alla quasi totalità degli altri esseri viventi.
E’ evidente che l’acquisizione della consapevolezza ci ha disorientati, aggiungendo alle tre dimensioni spaziali del qui ed ora unaquarta, nota come tempo, che però possiamo per ora rappresentarci solo dissociata e discontinua. Il qui ed ora ha iniziato così a scorrere, presentando soluzioni di continuità che nella realtà esistono solo per la conoscenza razionale, che per poter essere trasmessa deve essere “salvata” su supporti esterni e ripresa dalle generazioni successive sotto forma di cultura. Un qualcosa di simile al ciclo delle rinascite ipotizzato dalla cultura Orientale, che al corpo materiale ha aggiunto un’anima collettiva piuttosto che individuale.
Per capire meglio la situazione in cui siamo venuti a trovarci, ci potrebbe essere utile utilizzare la metafora del computer e raffigurarci in cosa la mente razionale si distingue da quella emotiva. E’ infatti verosimile che quest’ultima si sia dotata di una sorta di P.C. per poter simulare, senza dover correre i rischi  del fare, come ci ha suggerito Popper, i possibili sviluppi futuri di azioni che si possono liberamente compiere. Un computer che è in grado di provvedere esso stesso ad autoconfigurarsi, a cogliere e sviluppare le nostre aspettative interiori, trasformandole in credenze attraverso interpretazioni sulla cui correttezza non garantisce però nessuno, se non le sensazioni future che ne possono derivare.
E’ per questo che la credenza non dovrebbe mai diventare dogma, ma rimanere un’ipotesi di lavoro su cui misurare il consenso o meno della precedente conoscenza emotiva. E’ solo così che la consapevolezza può riuscire a districarsi ed evitare l’amaro destino di essere “condannati” al caos. Sul nostro computer mentale può “girare” qualunque programma, si può simulare qualsiasi sviluppo, per cui dobbiamo essere accorti e sicuri a scegliere quello che si adatta allo sviluppo ottimale della nostra natura, stando attenti, ovviamente, che anch’essa venga interpretata correttamente.  E’ proprio su questo ultimo punto che forse la scienza è giunta un po’ troppo frettolosamente alle conclusioni. E’ sulla correttezza della nostra natura che bisognerebbe ritornare a ragionare, proprio perché le nostre sensazioni tendono a dirci che forse abbiamo sviluppato un’individualità che sembrerebbe presentare  grossi aspetti deficitari, enormi lacune.
Quando parliamo di “razionalità” in senso lato, dunque, non si deve pensare ad una possibilità conoscitiva infallibile, che non sbaglia mai. Tutt’altro! Essa può errare in tanti modi: il più subdolo è sicuramente quello di farci credere che l’obiettivo da perseguire è nel nostro interesse, mentre non lo è assolutamente. E’ davvero, ad esempio, nel nostro interesse stabilizzarci nella forma attuale dotandoci di tutta la potenza occorrente per piegare l’ambiente (comprensivo dei nostri simili) alle nostre presunte necessità omeostatiche? O forse non sarebbe meglio pensare a stabilizzarci in una sorta di super-organismo in cui potrebbe trasformarsi la società? Certo se questo super-organismo lo pensiamo alla stregua di quello realizzato dagli insetti sociali, avvertiamo subito una stretta al cuore. E’ comprensibile! Non possediamo assolutamente quelle caratteristiche individuali che potrebbero permetterci di sviluppare liberamente una nuova unità più complessa di quando non siamo già. E poi non è detto che il tipo di compattazione, molto simile a quella spaziale degli organismi,  perseguita dagli insetti sociali, possa portare davvero ad un completo trascendimento. Ci potrebbero però esserci altre possibilità per compattarci in maniera soddisfacente, che solo una vasta sperimentazione “consapevole”, organizzata scientificamente  potrebbe scoprire.
Certo è che se non fosse questo l’obiettivo a cui deve aver mirato la conoscenza emotiva, che un tempo teneva le redini delle nostre azioni, ci si dovrebbe seriamente chiedere a cosa mai servono i nostri migliori sentimenti che, come si credeva qualche tempo fa, apparirebbero indubbiamente come gravi anomalie. Certo, la socialità, l’amore può essere strumentalizzato proprio per accrescere l’egoismo. Ma allora perché avvertire disagio, dolore, compassione per le sorti degli altri uomini e addirittura per quelle di altri esseri viventi? Il nostro attuale immenso cinismo appare costruito culturalmente e sembra essere enormemente lontano dall’empatia che mostrano di  possedere gli altri animali allorché ci diventano amici.
Non ci rimane allora che ammettere che non possediamo la necessaria consapevolezza per riuscire a leggere i sentimenti come legami in grado di rendere alla nostra individualità la necessaria ambivalenza. Un’ambivalenza che dovrebbe consentirci di guardare simultaneamente al mantenimento delle possibilità soggettive acquisite e al perseguimento di possibilità sociali future. Se cioè l’emotività è riuscita a costruire con i legami sentimentali degli abbozzi di società, noi non dovremmo reciderli per conquistare una discutibile e inutile libertà; ma casomai rinforzarli per realizzare una società  sempre più compatta ed esaudente. Una società che potrebbe cambiare totalmente volto in seguito alle variazioni di caratteristiche individuali a cui un serrato dialogo potrebbe portare ognuno di noi.
Non è sicuramente questa la strada su cui ci siamo avviati fin dalle origini. Semmai è quella opposta, quella che sta facendo di noi uomini degli enti sempre più scissi, isolati, avviati verso lo sciagurato destino di un’esistenza costretta ad uniformarsi agli altri enti materiali, contribuendo, invece che contrastare, all’aumento di entropia, al caos crescente predetto dal secondo principio della termodinamica per le cose. La società si mantiene insieme grazie a leggi che assomigliano sempre più alle pareti di un contenitore che ci obbliga a stare insieme forzatamente, come gas chiuso ermeticamente  ed avviato in questo modo alla morte termica.
La nostra vita forse dovremmo spenderla diversamente: utilizzarla per costruire legami e formare così delle salde strutture ordinate. Per poter far ciò ci occorre però un diverso modo di pensare l’amore; riuscire a vederlo come una possibilità, prima emotiva e poi razionale, di costruire sistemi, grandi o piccoli che siano. Occorre intervenire consapevolmente affinché la natura dell’individuo tenda sempre più verso una maggiore socialità, catalizzando una sorta di selezione naturale in grado di fissare ereditariamente i caratteri necessari. Occorre dedicarsi incessantemente al dialogo per migliorarlo sempre più, dando modo ad idonei “memi culturali” di colonizzare le nostre menti  rendendole condivisibili, ricordando che ci sono linguaggi come quello matematico capaci di trasformare le immagini soggettive in correlati oggettivi.
Se non si fa questo, se continuiamo a vivere con una filogenesi tranciata nei suoi punti di trasmissione culturale, non possiamo sperare altro che soccombere alla miseria della morte e vivere come abbiamo sempre fatto: da pusillanimi e insoddisfatti.
I mezzi per riuscire a lasciarci alle spalle una storia sbagliata li abbiamo oramai tutti: sia biologici che culturali. Abbiamo la possibilità di controllare la nostra condizione individuale con un importante indicatore come la gioia in grado di dirci (se la si sa leggere) se ci siamo o meno sbilanciati verso una pericolosa individualità monolitica: vuotamente egoistica ma anche vuotamente altruistica. Accoppiato alla gioia possiamo contare inoltre sul piacere in grado di fornirci importanti indicazioni di variazioni locali e momentanee; sempre ché riusciamo a stare attenti a non utilizzarlo, come abbiamo fatto in passato, da solo. Leggendo solo le sue variazioni, infatti, il piacere può portarci in situazioni estremamente drammatiche, dove la felicità (come stiamo sempre più sperimentando con il consumismo) finisce per diventare una condizione irrealizzabile, identificata con un accumulo ininterrotto di piaceri.
Per tirarci fuori dall’egoismo oramai dilagante in cui la società mondiale va sempre più precipitando non resta, dunque, che appuntare lo sguardo all’uomo integrale, all’uomo razional-emotivo armoniosamente ambivalente, in grado di attuare importanti trasformazioni interne, piuttosto che esterne, permettendo così di trascenderci gioiosamente in un nuovo prodotto d’amore.
Sarebbe un altro grave errore credere che la razionalità non sia capace di realizzare tutto ciò; che occorre rivolgersi a chissà quali altre risorse. La razionalità deve solo riuscire a sintonizzarsi correttamente sulla conoscenza emotiva ed armonizzarsi al massimo grado con essa, nella convinzione di rappresentare una possibilità diversa: non algoritmica, computazionale, seriale come la precedente, ma probabilistica, parallela,  interpretativa, in linea con quanto sostiene Penrose.
E’ grazie a queste nuove capacità che siamo diventati così bravi ad articolare e modellare l’energia raggrumata nei nodi costituiti dagli enti. Ma rispetto ai nostri antenati animali siamo anche più insicuri, più fragili, più soggetti a sbagliare nel cogliere i corretti obiettivi quotidiani verso cui tendere.
Per questo occorre ridare alla Filosofia quel ruolo centrale avuto in passato. Perché è proprio del pensiero razionale sbagliare, soprattutto nel perseguire correttamente gli stessi obiettivi perseguiti dalla conoscenza istintiva, emotiva. La Filosofia, dunque, nasce dalla necessità del pensiero di doversi correggere con un continuo Feed back, che ci permetta di riallinearci oggi agli obiettivi perseguiti in passato dai vari livelli di conoscenza che si sono susseguiti.
Contrariamente alla religione e alla scienza, che come sosteneva Gentile, hanno già in qualche modo scelto, la Filosofia è, invece, pensiero che ricerca costantemente le interpretazioni migliori di noi stessi e del mondo per metterle in sintonia; per riuscire a svolgere al meglio quel ruolo di creatori che dovrebbe farci felici ma che può anche portarci alla disperazione.

 

  Domenico Pimpinella

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Di Domenico Pimpinella segnaliamo la rubrica Riflessioni da un Paradigma Sperimentale e l’interessante saggio presente in questa stessa rubrica dal titolo: Quale amore? Quale felicità?, un’ipotesi mirata che si pone lo scopo di farci prendere coscienza di come ci stiamo allontanando sempre più da una logica vitale necessaria alla sopravvivenza dell'uomo.

 

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