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Se Dio è uno, perché tante religioni?

La religione non è mai la causa diretta dei massacri, ma un pretesto per farli.

“Non conosco un solo caso di vera guerra di religione. La storia dimostra che la religione non è mai in primo piano fra le cause di una guerra”. A fare questa affermazione netta è Franco Cardini. ordinario di storia medioevale all’Università di Firenze, studioso abituato a districarsi fra i nomi e le date che scandiscono anche episodi poco edificanti, come assassini, massacri e saccheggi, riconducibili a principi cristiani ed emiri musulmani. “A seconda delle epoche, la guerra può avvalersi di contenuti più o meno sacri, che appaiono però secondari rispetto a obiettivi sociali e politici” spiega Cardini. “Questa è una verità che gli esperti conoscono, ma difficile da divulgare perché poi si tende a semplificare, finendo così per ribadire un concetto sbagliato”.

Questo non significa però che la religione non sia una componente importante nelle guerre: “Dato che morire per prosaici motivi economici di conquista non è edificante, si offrono agli individui che devono combattere motivi alti: la religione ovviamente ne contiene parecchi”. Il problema, semmai è che questo è avvenuto spesso con il consenso dei rappresentanti ufficiali delle diverse religioni.. Ci sono poi, secondo Cardini, guerre definite come laiche che arrivano ad avere forti connotati religiosi, come la guerra civile spagnola. E guerre cosiddette religiose con contenuti "laici": per esempio, il saccheggio dei lanzichenecchi di Roma nel 1507 o la battaglia di Lepanto, in realtà una lotta per il possesso di Cipro. “Che le tre religioni di Abramo possano ammettere la guerra santa è proprio da escludere” afferma Cardini. “Il tentativo di spacciare una guerra come religiosamente pura è solo un alibi. Lo stesso Sant'Agostino non parlava di guerra giusta. Voleva solo affermare il principio legale della guerra, dove la responsabilità non riguarda più il singolo cristiano, ma i governi. Per non parlare del
Jihad. che ha soprattutto a che fare con la lotta interiore, ma che continua a essere tradotta come guerra agli infedeli”.

• L'Europa copiò l'Islam
Nelle guerre, la religione avrebbe insomma il ruolo di "marcatore culturale", così come l'amore per la patria, l'attaccamento alla tribù o a una fazione politica, componenti per cementare l'azione del gruppo combattente. Ma come la mettiamo con le crociate? Per Cardini neanche le crociate erano pure guerre di religione. Venivano infatti definiti pellegrinaggi armati, l'obiettivo era liberare Gerusalemme e non convertire i musulmani. Dello stesso parere è Ahmad 'Abd al Walivv Vincenzo, storico della Università Federico Il di Napoli. “Le crociate sono state un modo di aprirsi la strada a oriente in un periodo in cui l'Europa era isolata e depressa economicamente. Nel bene e nel male hanno messo in contatto due mondi, nemmeno troppo diversi, che finirono per migliorarsi reciprocamente” dice Vincenzo. “Basta ricordare lo sviluppo della medicina e della matematica, e che le università in Occidente prima delle crociate non esistevano: nacquero sul modello delle scuole musulmane”, Autore di “Islam, l'altra civiltà”, Vincenzo nega il concetto stesso di guerre di religione. Partendo da una considerazione: “Non ci sono mai state aree omogenee di culto”, cioè definite in modo rigido entro confini geografici. La situazione era molto più articolata. Pensiamo al pluralismo religioso nell'impero romano, o a Baghdad, sede del califfato prima del 1256: oltre ai musulmani, vi era il 30% di ebrei, zoroastriani e cristiani con proprie amministrazioni religiose. Un modello ripreso poi a Istanbul”. Lo stesso impero ottomano si fondava sul pluralismo religioso, per cui dai Balcani fino all'Ungheria esisteva una prevalenza cristiana.

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