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Tra gioco e azzardo

Di Ennio Peres - Gennaio 2014

 

 

Prima di parlare di giochi d’azzardo, ritengo necessario stabilire che cosa si deve intendere per gioco e per azzardo.

Nella terminologia ludica, viene definito azzardo l’atto di affidare l’esito di un gioco, totalmente alla sorte, anche nel caso in cui le sue regole non prevedano puntate in denaro (come l’innocente conta dei bambini).

L’art. 720 del Codice Penale italiano, però, precisa che: «Sono giochi d’azzardo quelli in cui ricorre il fine di lucro e la vincita o la perdita sono interamente o quasi interamente aleatorie».

 

Nel linguaggio corrente, al vocabolo gioco vengono normalmente attribuiti vari significati, alcuni dei quali piuttosto diversi tra loro. Con questo termine, però, bisognerebbe prevalentemente indicare:

«qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedichino, singolarmente o in gruppo, bambini e adulti senza altri fini immediati che la ricreazione e lo svago, sviluppando ed esercitando nello stesso tempo capacità fisiche, manuali e intellettive».

 

Questa definizione sottolinea, in particolare, le due condizioni basilari che consentono di distinguere il gioco da altre attività umane:

- la libera scelta (possiamo stabilire autonomamente quando iniziare e quando interrompere un gioco);

- la finalità di puro divertimento (decidiamo di giocare, con l’obiettivo principale di trascorrere un po’ di tempo in modo piacevole).

 

Per questi motivi, un gioco d’azzardo, nell’accezione del Codice Penale, non costituisce un vero gioco in quanto viene effettuato con finalità di arricchimento e non di puro divertimento. Inoltre, siccome l’abitudine ossessiva all’azzardo può generare una vera e propria dipendenza, da un certo momento in poi una pratica del genere non viene più effettuata per libera scelta, ma per coercizione psicologica.

Come sostiene il poeta Valerio Magrelli: «Il gioco d’azzardo è il contrario del gioco, ed è assurdo che abbia lo stesso nome».

 

I giochi d’azzardo sono apparsi molto presto nella storia dell’Umanità. Sono sopravvissuti e hanno prosperato nel tempo, nonostante siano stati aspramente combattuti da scomuniche religiose, condanne sociali e proibizioni legislative; ma soprattutto, nonostante le condizioni offerte dai biscazzieri di turno siano state sempre alquanto svantaggiose per i giocatori.

È interessante notare, però, che le lotterie, furono inventate proprio dalle autorità statali. Nel I secolo d.C., infatti, l’imperatore  romano Nerone, valutando che le tasse vigenti erano troppo esigue, escogitò un astuto metodo per procurarsi nuove risorse finanziarie... senza attirarsi l’antipatia dei sudditi.

L’attualità di un tale espediente è ribadita dal matematico statunitense Edward Packel, il quale sostiene: «Tutte le volte che un governo cerca modi nuovi per aumentare le entrate fiscali, la lotteria di Stato si presenta come uno dei sistemi più fantasiosi per convincere i cittadini, ormai stanchi di tasse sulle proprietà, sulle vendite o sul reddito, a versare volontariamente altri contributi all’erario».

 

A tale riguardo, in base alla definizione del Codice Penale, dovrebbero essere ritenuti d’azzardo, e quindi vietati, tutti i numerosi giochi in denaro, gestiti dallo Stato. Paradossalmente però, la Legge considera leciti solo i giochi che sono stati... autorizzati dalla Legge, indipendentemente dalla loro oggettiva pericolosità.

 

È bene considerare che la stessa definizione del Codice Penale, basata essenzialmente sui concetti di lucro e di fortuna, favorisce una diffusa tendenza a non considerare d’azzardo i giochi che prevedono puntate di bassa entità (dove il lucro è teoricamente inesistente) e quelli il cui esito non dipende esclusivamente dalla sorte (come, in particolare, il poker).

In assoluto, però, la pericolosità di un gioco non è legata alle sue regole, più o meno basate su eventi aleatori, ma all’entità delle somme in denaro che vengono impegnate.

Oggettivamente, non è importante se una determinata perdita monetaria è imputabile alla sfortuna o all’imperizia.

Quindi, sarebbe doveroso definire d’azzardo, ogni gioco che richiede di puntare dei soldi.

In ogni caso, il mio personale consiglio è di non partecipare mai a giochi in denaro; per nessun motivo, anche quando non sono richiesti grandi importi. Una cifra bassa, giocata per un tempo lungo, alla fine diventa una cifra alta... Un violento incendio può divampare, sia per l’azione di un lanciafiamme, che per quella di un cerino...

Senza contare che il rischio di perdere dei soldi, può diventare una certezza, se ci si ritrova a competere contro dei truffatori...

 

Con ciò, non voglio sostenere che il gioco d’azzardo debba essere proibito. Anche perché l’esperienza insegna come in altri drammatici casi (alcol, fumo, prostituzione, droga, e così via), il proibizionismo non solo non è mai stato in grado di risolvere i problemi, ma spesso ha contribuito addirittura ad esasperarli.

A mio avviso, solo un’informazione corretta, chiara, diffusa e continua può riuscire a contenere parzialmente l’espansione di certi fenomeni, socialmente deleteri. È, però, assai deprimente constatare come, nei riguardi dei giochi in denaro, in Italia circoli prevalentemente della scandalosa disinformazione. In particolare, da tempo, si assiste a una massiccia circolazione dei cosiddetti sistemi per vincere matematicamente, offerti attraverso ogni genere di canale di comunicazione. Ma è proprio la fiducia posta in tali metodi sicuri una delle principali cause di consistenti perdite in denaro, a volte, rovinose.

La maggioranza di questi sistemi si basa sulla falsa convinzione che, col trascorrere del tempo, tutti gli eventi legati a una determinata situazione siano destinati a realizzarsi una stessa quantità di volte; per cui, più uno di questi tarda a manifestarsi, più cresce, per compensazione, la sua probabilità di verificarsi nell’immediato futuro.

Una tale fallace credenza, che nasce da una erronea interpretazione della Legge dei grandi numeri, è rafforzata dall’oggettiva considerazione che, in merito all’uscita di un determinato evento, un ritardo eccessivamente elevato rispetto alle previsioni, ha una probabilità molto bassa di verificarsi. Bisogna, però, considerare che il valore della probabilità, calcolato prima di cominciare a effettuare i tentativi (quando, cioè, non se ne può ancora conoscere l’esito), è diverso da quello ricavabile, una volta venuti a conoscenza di alcuni risultati.

 

Se fosse effettivamente possibile elaborare un metodo per vincere ai giochi d’azzardo, anche ottenendo una percentuale minima di guadagno, garantita ad ogni puntata, nel giro di pochi anni l’ideatore di un tale sistema potrebbe diventare l’uomo più ricco della Terra. In ogni caso, tutti i biscazzieri del modo (compreso il nostro Stato) sarebbero inesorabilmente destinati a fallire.

La realtà è, purtroppo, ben diversa. Esiste un alto numero di incalliti giocatori, disposto a bruciare ogni anno cifre vertiginose, all’inseguimento di evanescenti sogni di arricchimento. Quando questi tenaci sognatori, si ritrovano a non possedere le somme necessarie per continuare a giocare, però, rischiano di finire in mano a degli usurai, passando bruscamente dai sogni agli incubi.

 

In Matematica viene definito rendimento di un gioco una stima del rapporto tra vincite ottenute e capitali investiti che ci si può attendere, praticando a lungo lo stesso tipo di puntata. Un gioco le cui puntate presentano tutte un rendimento minore di 1 viene detto svantaggioso, in quanto la sua pratica ci consentirebbe di incassare, alla lunga, una somma totale inferiore all’ammontare delle somme da noi spese.

Sono svantaggiosi, in genere, tutti i giochi gestiti da un Banco, ovvero da una figura che incamera tutte le poste giocate e fissa (a suo favore) i parametri relativi alle somme da elargire, in caso di vincita.

L’unico sistema sicuro per diventare ricchi con i giochi d’azzardo, gestiti da un Banco, è il seguente.

Scrivete un libro dal titolo «Come diventare RICCHI con i giochi d’azzardo, gestiti da un Banco» e vendetene moltissime copie.

 

Secondo attendibili statistiche, in Italia, i giocatori abituali, ovvero le persone che partecipano a un gioco in denaro, almeno una volta a settimana, sono circa 30 milioni (circa metà della popolazione).  Il motivo principale che spinge questa enorme massa di gente a sborsare dei soldi, con regolare frequenza e con caparbio accanimento, ovviamente, è la speranza di conseguire, prima o poi, una vincita sostanziosa. Una larga parte di loro, però, è destinata, non solo a non arricchirsi, ma anzi a impoverirsi sensibilmente, rischiando anche di diventare dipendente dal gioco d’azzardo.

In pratica, sarebbe come sperare di guarire dal mal di testa, dando delle violente testate contro il muro...

Ma vincere moltissimo denaro costituisce effettivamente una grande fortuna?

Le cronache riportano innumerevoli storie di giocatori che, dopo aver incamerato delle cifre considerevoli, sono rapidamente tornati al livello precedente (se non peggiore...), dopo essere stati travolti da una valanga di problemi, portatori di angoscia e inquietudine.

È estremamente difficile, infatti, riuscire a gestire oculatamente una consistente ricchezza, piovuta all’improvviso dal cielo e non commisurata alle proprie capacità produttive. È come se un bambino, abituato ad andare sul cavallo a dondolo, venisse improvvisamente messo in sella a un purosangue: nel giro di pochi secondi verrebbe inesorabilmente scaraventato a terra...

A livello scientifico, l’assunto in base al quale la felicità delle persone non dipende dalla variazione delle loro ricchezze, è stata attestata , nel 1974, dall’economista statunitense Richard Easterlin, attraverso l’enunciazione di una tesi, nota come Paradosso della felicità. Con il proprio studio, Easterlin, ha mostrato come, con l’aumentare del reddito, e quindi del benessere economico, la felicità umana cresce fino ad un certo punto; poi, comincia a diminuire, seguendo una curva ad U rovesciata.

Da ciò deriva che la ricchezza e la felicità non sono la stessa cosa; per essere più felici, infatti, non è sufficiente cercare di aumentare l’utilità (prodotti, beni, servizi), ma è necessario, in maniera prevalente, coltivare la sfera degli affetti  personali.

A tale riguardo, Oscar Wilde affermava: «La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha».

I dati raccolti da Easterlin evidenziano una correlazione non rilevante tra: tra reddito nazionale e felicità. In particolare, i Paesi più poveri non appaiono, significativamente, meno felici di quelli più ricchi. Anzi, da una ricerca condotta da alcuni psicologi statunitensi, è emerso che una delle popolazioni più felici del pianeta è costituita dai Masai, un gruppo etnico nilotico che vive sugli altopiani intorno al confine fra Kenia e Tanzania. Come molti altri popoli appartenenti a culture non industriali, i Masai sono tutt’alto che ricchi economicamente, ma tendono a concentrarsi principalmente su ciò che hanno, piuttosto che su ciò che non hanno. E questo, certamente, senza aver letto Oscar Wilde...

 

   Ennio Peres

Testo integrale dell'intervento tenuto nell'ambito del convegno "Il gioco non vale la candela", organizzato dall'Arciragazzi di Roma, dedicato ai problemi indotti dal dilagare dei giochi d'azzardo - Novembre 2013.

 

Ennio Peres è un rinomato enigmista, matematico e "giocologo" (definizione da lui coniata), si occupa cioè di giochi, in particolare di giochi matematici e giochi di parole.

Grande divulgatore e appassionato conferenziere, si prodiga da tempo per diffondere tra la gente il piacere creativo di giocare con la mente, attraverso i numeri e le parole. Ha curato rubriche in numerose testate, ha scritto molti libri ed è autore di giochi per programmi televisivi e radiofonici. Come enigmista si dedica particolarmente agli anagrammi e propone annualmente la sfida denominata Il cruciverba più difficile del mondo.

 

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