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L'uomo, il paradiso terrestre e la tensione esistenziale.

Come "tornare", si fa per dire, nel biblico paradiso terrestre e godersi la vita.

Di Aldo Paliaga - Ottobre 2013

 


Il concetto base.

Quando l'uomo, meglio un suo progenitore darwiniano, saltava ancora da un ramo all'altro degli alberi, egli in realtà era ancora nel Paradiso Terrestre. A parte le giuste riserve sulla esistenza del Paradiso terrestre nel quale non crede più quasi nessuno, io sostengo che erano i preumani ad abitare l'Eden: La “cacciata dal Paradiso Terrestre”, da quanto scrive la Genesi, è avvenuta quando essi hanno colto, la “Mela dell'Albero della conoscenza”, in altre parole quando il loro cervello di primati è evoluto in un cervello umano sofisticato. Più chiaro di così? Ma vediamo un po' di chiarire ancora un po' meglio questa affermazione.

 

Premessa.

Oggi si accetta che le cose meravigliose che oggi possiamo osservare sulla nostra Terra, il cosiddetto “intelligent design”, sono nate dalla evoluzione darwiniana che peraltro potrebbe essere considerata anch'essa di creazione divina. Le meraviglie della vita si sono espresse in una grande varietà di esseri viventi, di piante e di animali.

Per quanto riguarda l'uomo, l'essere verosimilmente più sofisticato per lo meno dal punto di vista cerebrale, egli risulta originato da una sottospecie di primati, i “pongidi” da cui si sarebbero differenziati gli “ominidi” e quindi l'Homo Abilis, l'Homo Erectus e l'Uomo di Neanderthal. E' in quest'ultimo che ci sarebbe stata una sostanziale evoluzione delle capacità cerebrali, in grado di produrre e di gestire idee astratte, di avere una capacità sempre maggiore di capire e di influire sul mondo esterno, ma anche di coltivare un'idea più precisa di sé, in altre parole di far nascere l'Io. L'evoluzione dell'uomo ha poi continuato a progredire, ma non è qui il caso di addentrarsi nella storia della comparsa della parola, della scrittura e delle civiltà.

Con le sue nuove capacità mentali, l'uomo è stato in grado non solo di gestire in modo apparentemente più utile a sé il mondo esterno, ma anche di nutrire progressivamente una presunzione di superiorità, di ritenersi "signore della terra", prediletto di un Dio onnipotente che lo avrebbe creato addirittura a “sua immagine e somiglianza”.

 

Alcune caratteristiche mentali dell'uomo.

L'uomo, contrariamente agli altri animali, è fortemente portato a vedere ogni cosa in funzione egocentrica, è diventato un manovratore arrogante e sfruttatore cieco di ogni risorsa del mondo, da quello minerale, a quello vegetale e animale, nonché, per quanto possibile, di altri uomini.

Una parte degli uomini, quando ha potuto, ha cercato e continua a cercare di imporre vari livelli di schiavitù ad esseri umani più deboli sui quali poteva e può imporsi, prima di tutti la donna. E' il paternalismo. Ha sfruttato tutto quanto era possibile, quanto fosse aggredibile, ha creato comunità dominanti, gerarchie, eserciti, carceri, enormi fabbriche, banche, enti di sfruttamento; ha commesso e continua a commettere nel mondo genocidi per cosiddetti beni ideali e materiali, per ideali razziali e astratti, ha sopraffatto deboli e inermi. Una parte del genere umano ha vissuto per la competizione con altri, per avere e dominare; ha cercato di avvicinarsi per quanto possibile a un assoluto di possesso e di ambizione. Tutto ciò ha differenziato sempre più gli uomini in sfruttatori e sfruttati.

Per un altro verso, l'uomo e soprattutto quello più acculturato ha cominciato a pensare, a congetturare, a porsi problemi, ha cominciato ad avvertire il senso della provvisorietà delle cose, della vita, di tutto, ha sentito l'ineluttabilità della decadenza e della morte, in altre parole quella sensazione penosa che è stata chiamata tensione esistenziale strisciante e che è la prospettiva dell'uomo concentrato su se stesso, l'“angoscia esistenziale” analizzata da Heidegger e da Kierkegaard, sentimento che vanifica ogni esaltante sensazione di onnipotenza, ma fa sentire la precarietà esistenziale. L'angoscia del nulla nasce in buona parte dalla capacità di concepire il sé distinto dal tutto, separato e in confronto con il tutto esteriore, così come di concepire un nulla futuro, dal vedersi di fronte all'annientamento dell'esistenza, alla morte come l'evenienza decisiva della vita. Non si pensa per contro che il vero fattore di equilibrio dell'uomo, che lascia spazi di realizzazione, di scoperta e di gioia, è la capacità di mettere l'accento sulla vita (non sulla morte), sul “non vivere soli”, ma con e per gli altri. La tensione esistenziale e la sua percezione di vuoto, di solitudine e di impotenza, attiva il bisogno di compenso nell'assalto all'avere, al fruire, all'esserci.

 

Il ruolo della Religione nell'equilibrio esistenziale.

L'uomo ha provato, ha cercato di illudersi, di superare il senso della provvisorietà e di ottenere una dimensione di immortalità mediante promesse religiose che peraltro deve pagare con la rinuncia a una illimitata libertà di pensiero e di critica, nonché con l'impegno a una fede cieca in un “Dio persona” che, come viene sostenuto, prediligerebbe l'uomo su ogni altra cosa e gli riserverebbe, unico tra tutti gli esseri viventi, una immortalità felice. Ma anche questo non basta all'uomo: egli vuole la vita qui, sente che la perderà, vuole combattere e rimanere qui, in questa “valle di lacrime”.

L'uomo del fantomatico Paradiso Terrestre era quindi più precisamente un essere preumano che viveva semplicemente, giorno per giorno, le gioie biologiche che la vita e la natura forniscono ad ogni essere vivente, senza pensare, senza preoccuparsi per il domani, senza la vista lunga dell'uomo d'oggi, senza valutazioni a lunga scadenza, senza un cervello sofisticato e una mente impegnata a scrutare lontano, che pensa, si preoccupa, valuta, confronta. Lo possiamo immaginare vicino ai primati che non sono dei robot e mostrano anche di avere una certa idea di sé. Già in alcuni animali domestici Konrad Lorenz ha osservato questo abbozzo di idea di sé che si manifesta in molte occasioni della vita in comune con gli uomini, in particolare nel “timore di perdere la faccia”.

Ecco forse il vero significato della perdita di questo Paradiso che il mondo ebraico, tutt'altro che ottuso in campo intellettuale, ha collegato ad un albero, l'Albero “della Conoscenza”.

 

Se l'uomo è una creatura, un essere creato, allora chi è il vero responsabile dei suoi difetti?

E' scontato che l'uomo, a parte le sue indubitabili doti, ha molti aspetti deteriori, nocivi nei confronti di quanto gli sta attorno, ma anche di sé stesso: è aggressivo, egocentrico, insoddisfatto.

Mi chiedo allora: “Se c'è un responsabile, chi è?” E' un Dio grande e onnipotente, ma indifferente all'equilibrio e alla felicità di questa creatura? Sono le leggi della selezione naturale darwiniana, peraltro così meritorie nella meravigliosa evoluzione dell'universo e della vita, della forza e “intelligenza della natura”, parte di un “tutto sconosciuto”, che ha permesso la nascita di animali sempre più funzionali ed efficienti, dotati di successo nella lotta per la sopravvivenza, ma anche di un adeguato istinto di tutela dell'equilibrio ambientale allargato ad altre specie, se si considerano i casi di aiuto che certi animali offrono ad individui di altre specie, come è il caso di delfini che hanno salvato umani in difficoltà?

La selezione naturale darwiniana a livello umano sembra invece aver premiato l'efficienza cieca del singolo, in forza del suo pensiero evoluto, a spese di tutto il resto, compresi i simili. Tutto ciò è piuttosto lontano dall'opera di un Dio buono sulla sua creatura prediletta (“meraviglia della natura”) che con la sua miopia, non è un campione, né un esempio di equilibrio. Egli sembra sfuggire alla tutela di un Dio padre buono, ma è compatibile con un Dio onnipotente e indifferente. L'uomo può essere visto anche come un errore della natura, peraltro creata da Dio. Di fronte a queste evidenze, la Chiesa Cattolica risolve ogni cosa spiegando il comportamento egocentrico dell'uomo, causa di ingiustizie e di sofferenze, come frutto negativo di un grande dono di Dio agli uomini, la libertà responsabile.

 

Può oggi l'uomo può tornare al Paradiso terrestre (che non esiste) per i meriti di Gesù Cristo?

 

Gesù e il peccato originale.

Gesù di Nazareth era un giovane galileo, particolarmente dotato di quel cervello ebraico che si è manifestato più volte nella storia, da Marx a Freud ad Einstein. La sua famiglia e la condizione sociale in cui è nato e cresciuto poteva essere compatibile con una cultura piuttosto modesta, ma Gesù ha dimostrato molto presto un impegno alla conoscenza della storia profetica ebraica e una visione grande e lungimirante dell'uomo, ha colto il carattere egocentrico della sua natura, suo difetto capitale, la scarsa umanità che generava gravi problemi personali e sociali. Egli si è sentito ben presto investito di un impegno profetico a presentare agli uomini del suo tempo, prospettive nuove del modo di essere, in un contesto che, più che religioso, era etico e ricco di larghe aperture umane. Il “Padre” di cui Gesù avrebbe parlato, aveva comunque un carattere molto diverso dal classico Dio ebraico, ma aveva invece qualcosa di panteistico. L'altra cosa che esprime la grandezza e la lungimiranza del Galileo, è che il suo messaggio, cosa nuova nella cultura ebraica, non era indirizzato al solo popolo ebraico, ma si estendeva ad ogni uomo del mondo.

Non so se egli si ritenesse “figlio di Dio” nello stretto senso del termine, invece che in un senso che vale per tutti gli uomini. La qualifica di “figlio di Dio” in senso stretto viene probabilmente da Paolo di Tarso che ha poi influenzato i Vangeli e dalla sua visione platonica delle cose, che indulge al trascendente.

Gesù è stato sospinto dalla grande idea di recuperare una società umana armonica, amorevole, equilibrata e con ciò di correggere la cultura egocentrica degli uomini. Più che redimerli dal cosiddetto Peccato Originale con la sua morte in croce, come è stato sostenuto in seguito, cosa truce e inaccettabile, ha insegnato loro come rimettere simbolicamente piede nel vecchio Paradiso terrestre, compensando e correggendo l'egocentrismo nato dalla selezione naturale, rientrando in una vita mentale affettivamente più equilibrata. In questo impegno Gesù ha investito tutta la sua vita.

 

Chi ha seguito Gesù? Non gli Ebrei in genere ma, forse per un momento, molti Zeloti che cercavano un Messia di liberazione. Sono state soprattutto le masse diseredate e oppresse del tempo, ma anche altri individui di varie classi sociali che avevano intravisto nell'atteggiamento sociale di Gesù un valore umano impagabile e finora eluso.

Gesù è stato una meteora. I semi del suo pensiero si sono comunque sparsi e hanno fiorito nel mondo, talora stancamente, talora in modo rigoglioso e singolarmente meraviglioso come in San Francesco.

Il nome di Cristo e la sua forza di attrazione sono stati peraltro accaparrati e sfruttati da Comunità dominanti religiose, inclusa la Chiesa Cattolica, che hanno fatto del suo nome e dell'attrazione che il suo messaggio destava nel popolo, un punto di forza e di dominanza, pronte peraltro a tradirne i principi per allettanti prospettive terrene, nella costituzione di regimi regnanti.

 

B) Si può tornare al Paradiso terrestre per proprio conto, con le proprie forze?

No. Non è più possibile. L'uomo deve rinunciare quindi alla felicità primitiva dei fantomatici Adamo ed Eva? Si. Può comunque mitigare notevolmente la sua tensione esistenziale, guadagnarsi un angolo di calma felice e una sensazione di immortalità. E' il momento di ripensare alle premesse, del nostro discorso, tenendo conto che si sta entrando in una Teologia nuova, basata su una nuova visione scientifica del mondo e della creazione, nella quale Dio perde l'individualità personale del Dio ebraico a favore di un Dio tutto, panteistico che pervade tutto il creato, tutte le cose, uomo compreso, un Dio che è comunque abbastanza compatibile con il Padre in cui si sentiva immerso Gesù.

Come risolvere allora i problemi esistenziali dell'uomo o, in altre parole, come tornare idealmente al Vecchio Paradiso terrestre? Non si può tornare totalmente indietro e non sarebbe nemmeno auspicabile; sarebbe una regressione (darwiniana) della mente, degna di un racconto di fantascienza. E allora che cosa si può fare?

 

A) Si può seguire il messaggio di Gesù, tornare al suo semplice e lineare principio, cosa che può sembrare a molti una regressione, una distrazione dall'impulso a fruire dei vantaggi del mondo fondamentalmente egocentrico della civiltà tecnologica di oggi, della produzione capitalistica di beni. Gesù è stato tradito non solo al tempo della sua vita, ma fino ad oggi, anche da una parte apicale della Chiesa che porta il suo nome.

Si può cercare di capire più a fondo il vero messaggio di Gesù e di immergervisi non per obbedire ad un Dio, ma perché è una via corretta e intelligente che può dare una gioia impensabile a chi è ora immerso in un egocentrismo cieco. Gesù salva con il suo insegnamento stravolgente, non con la sua morte infame e con i riti religiosi in suo nome.

 

B) Si può, ma non è facile, cercare una evoluzione della propria mentalità a fondersi con i problemi della terra, di Gaia, imparare a vedere, a stupirsi della sua bellezza, del suo miracolo, quando non sia inquinata e offesa.

 

C) Si può cominciare a ridurre drasticamente la pretesa di grandezza umana, invasata dall'ebrezza di tutti gli sfruttamenti, si può tornare all'essenziale della vita e costituirlo a punto di valore. Allora il proprio tempo e le proprie energie potranno essere orientate ad apprezzare, con una mente rigenerata, le infinite e minute bellezze che incontriamo nella vita, ma che bisogna aver occhi per vedere. Bisogna entrare nel concetto e apprezzare che abbiamo avuto dalla natura il dono di aprire gli occhi al mondo, al cielo stellato, a tante esperienze. Nei fatti abbiamo vinto e non per nostro merito, la favolosa lotteria genetica.

 

D) Dobbiamo riuscire a capire che aiutare il prossimo nel bisogno, in difficoltà e intuirne il sollievo che ottiene, ci contagia gioiosamente e ci mette in comunione non solo con lui, ma con il tutto, allarga, dilata la nostra vita. Anche in questo certamente c'è un poco del Paradiso terrestre.

 

Una strada complementare è quella di ridimensionare l'immagine di sé stessi che abbaglia più o meno gli uomini, eluderla. Ciò permette di guardare con occhi nuovi, di mettere finalmente a fuoco le meraviglie del mondo che sono attorno a noi, come probabilmente gli animali (che sono veramente ancora nel Giardino terrestre). Chi ha con sé un animale comunicativo e affettuoso, come un cagnolino intelligente, ne può essere positivamente contagiato e lo può capire. Tutto sta nell'accettare che il Paradiso Terrestre non è quello mitico, biblico, ma è quello che, abbagliati da noi stessi e dalla preoccupazione per la nostra vita, non riusciamo a cogliere. Quanti di noi, di voi, dopo aver letto queste piccole riflessioni, sono d'accordo?

Man mano che le conoscenze e la tecnica lo hanno consentito, è iniziato uno sfruttamento sempre più intensivo, selvaggio di ogni cosa, della natura e delle creature viventi(un uso incongruo delle risorse della terra (vedi l'uso di prodotti commestibili che sarebbero importanti alla sopravvivenza di popolazioni che muoiono letteralmente di fame, per farne biocarburanti). Tutto ciò è andato a beneficio di effimeri ottenimenti specifici e non essenziali da parte di una minoranza del genere umano.

Io penso che, se già i Romani avessero avuto, al tempo dell'Impero, la tecnologia di oggi, la Terra che noi viviamo sarebbe sconvolta e ai limiti della sopravvivenza.

Nel pianificare il nostro futuro bisogna tener conto che il concetto di Dio, identificato in quello della Bibbia, sta cambiando dal Dio persona a un Dio tutto, inconoscibile, non più da pregare, cui chiedere grazie e salvezza, ma solo da ammirare e, se vogliamo, da adorare; l'uomo ora deve capire che deve e può salvarsi da sé, cosa che grosso modo avrebbe detto anche Gesù Cristo.

Alcuni punti che ritengo validi in una impostazione di salvezza, in altre parole del ritorno simbolico al Paradiso Terrestre, sono i seguenti:

  1. Resta la limitatezza della vita che però può essere vista in prospettive diverse.

  2. Si continuerà a morire sempre, come gli animali, come tutto, ma si potrebbe morire meglio e forse “un po' meno” da un punto di vista delle prospettive mentali, con una ideale prospettiva di immortalità.

  3. Bisogna aprirsi all'esterno al fuori, al mondo, allargare più e più la vista. Scoprire la bellezza dell'essere immersi in una umanità che proseguirà il suo cammino dopo di noi, scoprire la solidarietà e anche il piacere che ci può trasmettere il sollievo della sofferenza degli altri, uomini e animali, di essere noi fonte di contentezza, di gioia e di piacere per chi è nel bisogno. Il loro piacere si trasmette, si riflette, si riverbera su coloro che aiutano a star meglio.

  4. Guardare con occhi nuovi il creato e le sue creature ci porterà molto più vicini all'immortalità che vivendone staccati.

  5. Apprendere che se conosci più profondamente una persona essa comincia a fare parte di te.

  6. Sapere che con la morte non si può tornare indietro, ma la si può guardare con altri occhi.

  7. Ridimensionare l'immagine di sé fino a farla sparire: la sua prevalenza è pericolosa e fa chiudere le persone in se stesse. Diluirsi all'esterno ci fa guardare con occhi nuovi e ci rende un poco immortali. Il riferimento principale è l'immagine di sé, è la chiave per entrare nel Paradiso terrestre o chiudersi fuori.

  8. Ridurre le proprie pretese di grandezza umana e l'ebrezza dello sfruttamento di ogni cosa.

  9. Tornare all'essenziale della vita e farsene un punto di valore. Solo allora si potranno vedere e apprezzare le minute, grandi bellezze che la vita nel mondo ci offre.

Non è il ritorno a un Paradiso terrestre reale, che non è mai esistito, se non idealmente, ma al suo equivalente psicologico terreno, ciò che può consentire di sentirsi un poco immortali e soprattutto molto più equilibrati e felici.

 

   Aldo Paliaga

 

Aldo Paliaga. Sono nato a Pola (Istria) Medico Chirurgo. Laureato a Pavia. Alcune libere docenze in campo chirurgico. Già alla Clinica Chirurgica dell'Università di Roma e Registrar all'Università di Leeds (GB). Sono stato Primario Chirurgo all'Ospedale Regionale di Ancona. Ora sono pensionato da parecchi anni. Ho scritto "Dietro il sipario dell'Io" (Nel regno dell'astratto e del Sacro). 

 

 

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