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Riflessioni sulla Laicità

di Donatella Loprieno   indice articoli

 

Riflessioni sulla laicità

Silete theologi in munere alieno   Giugno 2008
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Possiamo, dunque, dire che, pur non presentando i connotati tragici del passato (anche recente), i problemi legati ad un pieno dispiegamento dei molteplici contenuti del diritto di libertà religiosa (che implica anche una libertà dalla religione essendo assodato che anche gli atei godono di piena cittadinanza costituzionale; sul punto si leggano le interessanti notazioni di E. Lecaldano, Un’etica senza Dio, Laterza, Roma-Bari, 2006) continuano a riprodursi, oggi, con nuove ed inedite sembianze. Sono in molti ad interrogarsi sulle cause che avrebbero determinato questa ‘rivincita di Dio’ e cioè la deprivatizzazione dell’esperienza religiosa che, da fenomeno individuale destinato a declinare a fronte della modernità e dei processi di secolarizzazione, ha rinverdito le sue pretese di farsi coscienza collettiva e vuole ambire a rioccupare gli spazi pubblici. Anche dove le derive fondamentaliste, tipiche di ogni pretesa che si erge a verità assoluta e non negoziabile, sono meno di ostacolo ad una armoniosa integrazione tra le diverse istanze, la discussione intorno ai temi della laicità delle istituzioni pubbliche, dei suoi apparati e delle sue politiche, ha assunto toni intensi e problematici. Infatti, è assai controverso come il ‘ritorno al sacro’ possa coniugarsi con processi di secolarizzazione, altrettanto forti, osservabili nelle nostre società. Nel passaggio storico sotteso al nuovo millennio emergono nuove contraddizioni. Per esempio, da una parte, i processi di integrazione europea tendono a diluire le specificità nazionali; dall’altra, i processi di complessificazione della società e di erosione della capacità regolativa del diritto (e della politica) nei confronti dell’ordine economico, risvegliano il bisogno di confortanti identità. Un collante, in questa ricerca di tratti identitari, è costituito proprio dalla comunanza di fede, accreditata di una più coinvolgente intensità in quanto l’agire delle persone di fede sarebbe sollecitato non solo da un senso di doverosità verso sé stessi e l’umanità, ma verso una entità che le sovrasta ed alla quale esse credono di dover prestare devozione ed obbedienza. Rebus sic stantibus, da più parti si auspica un recupero della capacità dialogica tra i sostenitori della dimensione laica e secolarizzata e chi ritiene imprescindibile attingere al patrimonio della dottrina sociale della Chiesa onde evitare un allentamento ‘degenere’ dei vincoli sociali. A cosa è dovuta siffatta urgenza e, soprattutto, quanto è praticabile il dialogo?
Nell’era del postsecolare, come da taluno viene definito l’attuale contesto storico-sociale europeo, le società, pur avendo introiettato ed accolto i risultati della secolarizzazione tanto sul piano giuridico-istituzionale tanto su quello dei comportamenti individuali e collettivi, sembrerebbero ritrovarsi in uno ‘stato di insicurezza morale che porta le religioni a offrire il loro aiuto, in particolare nelle problematiche connesse alla natura umana’ (G. E. Rusconi, Non abusare di Dio. Per un’etica laica, Rizzoli, Milano, 2007), influenzando per tale via la determinazione dell’etica pubblica. Il vincolo ad obbedire, per i fedeli, vale non solo nella professione di fede ma anche nella loro qualità di cittadini in nome di quella verità ultima di cui la Chiesa si fa interprete unica non rendendola disponibile alla verifica dell’etica del dubbio (si veda, da ultimo, il densissimo libro di G. Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Laterza, Roma-Bari, 2008). L’etica pubblica, quando si traduce in statuizioni di diritto, necessita di norme di portata generale la cui primigenia fonte di ispirazione, nello Stato liberal-costituzionale, è il catalogo dei principi costituzionali e non certamente la dottrina morale della Chiesa. Detto in altri termini, si condivide appieno quella dottrina che vuole estranea alla esegesi delle disposizioni costituzionali la ricerca della giustificazioni dei diritti di libertà e dei loro antecedenti. Se uno Stato vuole dirsi autenticamente laico, se vuole reggersi sulle sole risorse che il disegno costituzionale ha prefigurato, se vuole costruire dialetticamente il proprio ethos, allora non può – a meno di rinnegare le sue stesse premesse – chiedere ad altri di delinearne il contenuto abdicando ad essi un tale immane compito. Il surplus di rappresentazione delle posizioni della Chiesa, ogni volta che essa rivendica a sé la ‘naturalezza’ di giudizi etici assoluti sulle vicende umane, conferisce a tale confessione uno status iper privilegiato che è formalmente e sostanzialmente incompatibile con la cittadinanza democratica. Nello Stato costituzionale, come osserva Zagrebelsky, non può esistere una verità assoluta, unilateralmente intesa, da far valere come verità per tutti. A fronte di una asserita verità non discutibile e non negoziabile, ad esempio in merito alla naturalità della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio e sulla innaturalità ‘disordinata’ e ‘peccaminosa’ delle relazioni omosessuali, il laico fino a che punto può rinunciare al proprio punto di vista ed accettare supinamente che l’Italia al riguardo sconti un ritardo gravissimo rispetto agli altri ordinamenti europei?
Di quest’ultima tematica, e di molte altre (dalla libertà di coscienza e di ateismo fino alle questioni di bioetica, dalle limitazioni possibili della ricerca scientifica fino alla censura cinematografica per motivi religiosi), tenterò di occuparmi, prossimamente, in questa rubrica.

 

      Donatella Loprieno

 

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