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Un Dio "solo"?

di Stefano - maggio 2007
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Pagina 1 - Premessa.
Pagina 1 - Cosmologia e Cosmogonia.
Pagina 2 - La vita.
Pagina 2 - Il perché della creazione.
Pagina 2 - Conclusioni.

 

Premessa.
Scopo, o meglio, “modesta” aspirazione di questo mio breve trattato “ontologico – escatologico” universale è quello di pervenire a una sorta di “teoria unificata” della conoscenza, che risulti più efficace di quella che, a mio parere, invano il mondo scientifico si affanna a perseguire in quanto, come nel paradosso di Achille e la tartaruga, sarà sempre possibile, seguendo quel percorso, aggiungere un frammento di incognito allo spazio che ci separa dalla presunta acquisizione di una verità.
Non voglio nascondere al lettore che chi scrive è un credente, sia pure con dubbi e incertezze che, ai “puristi” della fede, inevitabilmente, saranno evidenti.
Peraltro la teoria che mi accingo a esporre non rappresenta altro che la ricerca di ulteriori “rassicurazioni” sulla presenza di ciò che, trascendendo dalla realtà materiale, mi preservi da quell”horror vacui” che, a mio avviso, è stato, nel corso dei secoli, il motore che ha spinto l’essere umano a porsi i grandi perché dell’esistenza (Chi sono? D’onde vengo? Dove vado?).
Si tratta di una “dimostrazione per assurdo” dell’esistenza di Dio (o meglio dell’impossibilità della “non esistenza” di Dio), anche se il titolo, posto sotto forma di domanda (un Dio solo?), potrebbe trarre in inganno (e, in realtà il gioco di parole è, allo scopo, voluto), portando a pensare a un confronto fra religioni ma che, in realtà, rappresenta solo un corollario di ciò che, a tutti gli effetti, può essere considerato un vero e proprio teorema.
Lo stesso titolo racchiude in sé la conclusione a cui il sottoscritto è pervenuto e, sostanzialmente, la dimostrazione del teorema per giungere alla quale è stato necessario ricorrere a una “miscellanea”, di argomentazioni, non soltanto di carattere scientifico.
Spero accogliate con benevolenza e simpatia queste mie elucubrazioni che, lungi dal voler rappresentare una compiaciuta esternazione di nozioni dotte e certezze acquisite, hanno solamente il fine di stimolare la curiosità di lettori e lettrici e, eventualmente, di aprire un confronto su questi (per me) affascinanti temi.
Mi scuso in anticipo con gli “addetti ai lavori” per la presunzione con la quale ho “bistrattato” le materie di loro competenza e fin d’ora dichiaro di accettare qualsiasi tipo di critica, costruttiva o distruttiva, riservandomi solo il “diritto di replica”.

 

Cosmologia e Cosmogonia.
Come non partire dall’osservazione dell’universo nel porsi la domanda sul significato e sul senso dell’esistenza?
Dal termine della 2° guerra mondiale fino al crollo del muro di Berlino, la spinta innovativa tecnologica, dovuta, prima alla ricerca per fini bellici e, successivamente, alla competizione tra i blocchi contrapposti nella “guerra fredda”, aveva illuso il mondo, con le sue indubbie, conquiste che, nell’arco di un ventennio, (l’anno 2000 ha spesso rappresentato, nell’immaginario collettivo il tempo della compiuta realizzazione dell’“homo technologicus”), l’umanità avrebbe finalmente capito e governato i meccanismi fondanti dell’ordinamento cosmico universale.
In realtà, lo sbarco dell’uomo sulla luna, nell’ormai remoto 1969, rappresenta il punto più alto e inarrivato di tutti questi sforzi (oggi, addirittura, c’è chi mette in dubbio perfino che sia realmente avvenuto), tanto è vero che gran parte della tecnologia, che oggi ci è così familiare, deriva proprio da quella stagione di competizione tecnologica.
 Se la tecnologia, in effetti, ha compiuto passi da gigante la scienza, quella con la “s” maiuscola, si è fermata alla formulazione di Albert Einstein: E = m x c. Prima di lui altri grandi, tra cui, facendo torto a moltissimi altri, mi piace citare sir Isaac Newton, Galileo Galilei, Planck, Boltzmann, Kelvin, Nepero, Eulero, Laplace, e, nel campo della biologia, Charles Darwin, hanno elaborato teorie in grado di spiegare “come” gran parte dei fenomeni chimici, fisici e biologici conosciuti avviene.
Il motivo di questa apparente “stasi” è da ricercare, a mio avviso, nel fatto che, in omaggio al famigerato “metodo scientifico”, l’uomo ha smesso di chiedersi il perché delle cose, nel senso più profondo del termine, limitandosi a descrivere solamente ciò che sia “riproducibile” o “misurabile”.
Eppure, proprio le costanti matematiche che racchiudono la stessa essenza dell’universo (basti pensare alla costante gravitazionale) sono “ontologicamente” sconosciute. Reggono, cioè, leggi che descrivono gli effetti di fenomeni dei quali non è dato sapere né dove né perché avvengono.
A dire il vero, per gli scienziati rigorosamente “non creazionisti”, le domande contenenti le parole “perché”, “dove” e, vedremo, anche “quando”, poste “ab origine” del nesso “causa – effetto”, rappresentano fastidiose “anomalie”. Eppure proprio alle anomalie (o, più elegantemente, “fluttuazioni”), ricorrono per cercare di aggirare i paradossi del puro “empirismo razionale”.
In buona sostanza essi affermano che l’universo, così come noi lo percepiamo, non è altro che una combinazione di eventi casuali che hanno determinato il realizzarsi di condizioni tali da permetterne l’esistenza.
Ciò non esclude che possano esistere altre realtà, governate da leggi diverse, non percepibili, non misurabili e, pertanto, a loro avviso, non “significative”.
Tale modo di ragionare è particolarmente evidente nella teoria del “Big Bang”, oggi ritenuta dalla comunità scientifica come la più accreditata fra le varie teorie sulla nascita e sull’evoluzione dell’universo.
In particolare è interessante come viene trattato il tema del tempo.
Nella fisica newtoniana il tempo altro non è che la misura della degradazione, o meglio, della trasformazione della materia (“nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”). L’uomo, in quanto soggetto “sensibile” di questa trasformazione (che porta, inevitabilmente, alla morte), ha introdotto tale grandezza che, di per sé, non è assoluta ma, come dimostra Einstein, relativa (il tempo è relativo alla velocità del sistema di riferimento dell’osservatore).
Non ha, comunque, senso parlare di tempo prima dell’evento “Big Bang” o meglio, ha senso parlare di tempo solo fino a pochi miliardesimi di secondo dopo tale evento perché, essendo il tempo correlato allo spazio e alla velocità, in assenza di spazio e di velocità anche il tempo non esiste o meglio, non è significativo.
Tornerò in seguito sul concetto di tempo.
Continuando sulla strada della “casualità” si possono  ipotizzare, “fluttuazioni” che, determinando “dissimmetrie”, hanno portato una pressoché infinita quantità di massa a concentrarsi, in uno spazio infinitesimo, in uno stato di pressione e temperatura talmente elevate da determinare un’esplosione di energia (il Big Bang, appunto).
Le forze che, da quel punto in poi, si sono esplicate, sia nel “macrocosmo” (forza di gravità, reazioni termonucleari), che nel “microcosmo” (reazioni chimiche, interazione tra particelle sub atomiche), altro non sono che l’effetto “periferico” dell’equilibrio entropico universale, sicché la materia tende sempre ad occupare la posizione a minor contenuto di energia (potenziale).
L’intima natura di queste “relazioni”  è, tuttavia, ignota e se, come nel mio caso, non ci si vuol limitare ad affermare : “…vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare..”, occorre fare un passo in avanti o, forse, sarebbe meglio dire un passo indietro.
Poiché, infatti, è per me inconcepibile che due enti distinti possano relazionare attraverso il “nulla”, ricorro a un concetto tanto bistrattato quanto scomodo e, cioè, l”etere”.
L’etere fu, a mio modesto parere, frettolosamente “liquidato” dalla scienza ufficiale a seguito dell’esperimento di Michelson e Morley, ma, bene o male, periodicamente “ritorna”, magari con altri nomi (vedi materia “oscura”), nelle teorie di chi non vuole rinunciare a quello “spirito euristico” che ha portato, nel corso dei secoli, l’umanità a fare i “salti quantici” necessari alla propria evoluzione intellettuale.
L’assenza, infatti, di un “substrato” nel quale si esplichino le leggi che governano la materia (sotto forma di massa o di energia), porta a un paradosso; infatti se il “quark” è la più piccola particella di materia conosciuta, lo spazio tra due quarks è (almeno in teoria) è la “non materia”, ovvero il “nulla” e nel nulla, come ho detto, è difficile ipotizzare trasmissione di forze o energia e che, comunque, esso stesso, in quanto “nulla”, esista.
I modelli atomici “ondulatori”, le leggi dell’elettromagnetismo e della propagazione delle onde, “suggeriscono” come “riempire” questi vuoti.
Tornando al concetto di tempo, infatti, osserviamo che, ammessa l’intima natura “ondulatoria” della materia, l’unico stato di “quiete primordiale” ipotizzabile è quello dove la materia stessa si trovi in uno stato di moto permanente, stazionario e uniforme nel quale la “simmetria” delle interferenze tridimensionali delle onde (e delle loro componenti) porti al complessivo annullamento del moto.
Questo stato di quiete, però, è solamente “apparente”, perchè non esclude la grandezza tempo, ma presume soltanto l’eguaglianza del periodo (ovvero della frequenza) delle onde e la loro “sfasatura” di mezzo periodo, nei due versi di tutte e tre le direzioni di propagazione del moto.
In questo stato, a un dato istante, la “visione” di un ipotetico “osservatore” è quella di un foglio “tridimensionale piano” (sembra un controsenso) e “nero”, in quanto non si propagherebbe neanche la luce.
Se consideriamo questo “modello”, appare più sensato chiedersi (riferendosi, ad es. al Big Bang): “cosa è successo prima”? Ovvero, il che è equivalente: quale causa ha “perturbato” lo stato di quiete provocando quelle “fluttuazioni” che, nel nostro caso, possono essere costituite da un’impercettibile ritardo o anticipo del periodo di una sola “onda anomala”, sufficiente a innescare un “effetto domino” che potrebbe aver portato, appunto, al “Big Bang” ?
Il problema è che un sistema perfettamente simmetrico, (in quattro o più dimensioni), non può variare dal suo interno, ma la perturbazione deve essere necessariamente esterna.
In alternativa le “fluttuazioni” sono intrinseche al sistema che, allora, è “dinamicamente eterno” e risponde alla pura legge empirica del caso.
Il paradosso, in quest’ultimo caso, consiste nel fatto che, su un numero infinito di estrazioni casuali, in un campione di dimensione infinita, sono infinite, sia le probabilità che una combinazione (nella fattispecie  quella in cui si è realizzato l’universo così come lo conosciamo) sia estratta, sia che non venga estratta.
La nostra stessa identità consapevole (anche l’uomo è materia) potrebbe, allora, essere eternamente immutabile, anche nell’arco temporale del suo divenire, (universi che si ripetono identici a sé stessi) e, allo stesso tempo, cangiante e, quindi, non più tale, ovvero non esistente. Ma l’identità tra l’affermazione e la negazione dell’esistenza è impossibile.
E’, allora, provata l’unicità e irripetibilità della nostra identità (“cogito ergo sum”) e, quale parte e manifestazione “consapevole” dell’universo, ritengo anche di quest’ultimo.

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