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Adamo, Eva e la conoscenza del bene e del male
Molte volte, facendo un esercizio mentale tanto disprezzato dagli storici moderni, quello della rivisitazione di momenti del passato col "se", ovvero modificando o eliminando uno o più elementi salienti della situazione, mi sono chiesto come saremmo oggi se Adamo ed Eva, il primo uomo e la prima donna di cui parla la Bibbia, avessero resistito alle tentazioni del famigerato serpente e non si fossero cibati del frutto dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Naturalmente, trattandosi di un episodio simbolico, metaforico, non volevo soffermarmi sul gesto in sé e per sé, ma partire da questo per una riflessione più ampia sulla condizione umana. Partiamo, però, dal racconto biblico: Dio, creatore dei cieli e della terra, modella l'uomo, Adamo, a sua immagine e somiglianza e, dalla costola di quest'ultimo, la donna, Eva, come sua compagna. A loro spetta il potere su tutte le creature e il diritto di abitare in un posto bellissimo, il Giardino dell'Eden, purché rispettino una condizione: non cibarsi dei frutti (in questo caso mele) di un albero particolare, l'Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Adamo ed Eva, però, tentati da un serpente, disobbediscono a Dio e sono puniti con la cacciata dall'Eden e una vita ricca di tormenti e sofferenze. La riflessione, a questo punto, potrebbe essere attuata su due livelli: la voglia da parte dei due esseri umani di sfidare l'ignoto, pur commettendo un'ingiuria nei confronti di Dio, e la vita derivante da questa scelta.
La sfida nei confronti dell'ignoto è un elemento ricorrente della culturaoccidentale: basti pensare all'Ulisse dantesco (Odisseo, Inferno XXVI), che lotta contro forze sovrumane pur di sapere cosa esiste al di là delle Colonne d'Ercole, limite, secondo gli antichi Greci, del mondo conosciuto. L'inesauribile curiositas di Ulisse, però, ha dei risvolti negativi: la morte, infatti, lo attende per aver tentato l'ardua impresa. Adamo ed Eva possono essere benissimo paragonati ad Ulisse: come l'eroe della mitologia, infatti, disobbediscono a Dio, il Sommo Creatore, e alla sua Legge, pur di imparare a discernere il Bene dal Male e di diventare come Lui. Anche qui, però, giunge una terribile punizione, che non viene tanto da Dio, quanto dalla stessa scelta: come si ricorderà, i due apprenderanno di essere nudi e proveranno imbarazzo ben prima della venuta del Signore. Eppure, procediamo all'inverso: immaginiamo che le lusinghe del serpente rimangano inascoltate, ed Adamo ed Eva continuino a vivere nel Paradiso Terrestre, senza alcuna sfida da affrontare, alcuna preoccupazione alla quale soggiacere. Non vivrebbero alla stregua degli animali, inconsapevoli del Giusto e dell'Ingiusto, e del concetto stesso di Giustizia? Naturalmente, si potrebbe ribadire che è più importante la Felicità della Conoscenza del Bene e del Male. Verissimo. Quanto è più realizzante, però, essere sicuri di fare la scelta adatta ad ogni circostanza, che rientri nei nostri parametri etici, e raggiungere così uno stato di Gioia, che aspettare che Qualcuno o Qualcosa, che sia Dio, o la nostra stessa Natura, scelgano al nostro posto? Pensiamoci un attimo. Non è la funzione stessa del Male, farci apprezzare il Bene? Non è la fatica che ci fa gustare il riposo? Come potrei godermi qualche ora di sonno se non lavorassi e faticassi per tutta la giornata? Come potrei, se l'unica prerogativa della mia giornata fosse lo stesso sonno? Concludo con la frase di un filosofo scozzese,John Stuart Mill, secondo cui è "MeglioSocrateinsoddisfatto che un maiale soddisfatto".
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