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Riflessioni sugli anni settanta
di Davide Riccio
Giocare negli anni ‘70 - terza parte
Agosto 2006

 

Dolcisonante invitante passato:
la mia infanzia in una fonovaligia,
quarantacinque giri crepitanti –
canzoni leggere dei miei anni lievi.
Affascinante oggi semplicità
Di quel bianco e nero di un mondo intero,
misurato un affacciarsi domestico
a finestra di misteri da grandi.

 

Come più volte mi è capitato di dire, a noi non era concesso di guardare la televisione, se non che pochi momenti al giorno: la tv dei ragazzi nel pomeriggio, il telefilm delle sette e venti di sera, il Carosello, qualche programma in prima serata o eventi in particolare. E la televisione, forse anche per questo, ci affascinava. Era cosa per gli adulti, degli adulti; per noi bambini, come descrissi anni fa in alcuni versi, perciò non era una sorta di onnipresente badante bambinaia, o una compagnia perenne di sottofondo da cui distrarsi, giocando o svolgendo altre attività, per avere l’impressione di essere meno soli in casa, ma un “misurato affacciarsi domestico / a finestra di misteri da grandi” a cui prestavamo grande attenzione. Avevamo però molti giocattoli che della televisione, in un modo o nell’altro, facevano le modeste, ma pur sempre eccitanti veci, come il teatrino per le marionette, che costruivamo anche con materiali poveri e di recupero (oggi li chiamano “giochi sostenibili”, perché il recupero, si sa, è oggi ecologico e, pertanto, global chic) o il teatrino d’ombre od ombre cinesi da fare dietro le tende di casa, ritagliando, sagomando traforando volti ed altri cartoncini accessori o di “soccorso”, o da fare con le mani e da proiettare sui muri al buio, davanti a una lampada o a una candela, inventandone o imparandole da vecchi manuali di autori-illustratori come C.H. Bradley, Marie Leske, Jacopo Gelli ed altri, o dalle riproduzioni delle figurine dell’estratto di carne Liebig o dei grandi magazzini Au Bon Marché. Certo, le ombre cinesi erano vecchie di almeno 2000 anni. Una leggenda narra che durante la fine della dinastia Qin (221a.C.-206 d.C.) vi fu una battaglia fra le due armate di Chu e di Han. Al consigliere della fazione Han venne l’idea di erigere migliaia di figurine di pelle in cima ai muri della fortezza nel tentativo di far arrendere il nemico. Il capo dell'armata Chu fu da ciò beffato e si arrese davvero, convinto che vi fossero troppi soldati nemici da combattere. Le generazioni a seguire, in ricordo di quell’evento, portarono avanti lo spettacolo delle ombre cinesi, che ebbero grande diffusione tra il ‘700 e l’800 in Europa, dal teatro di Sèraphin agli shadowgrafisti inglesi. Non era, dunque, un gioco degli anni ’70, ma come tanti altri giochi di vecchia o antica origine, ancora era vivo e vissuto tra noi, da noi bambini. Penso che, come per altri giochi lontanamente tramandati, non sia stato più così a partire dagli anni ’80 ad oggi.
All’epoca esisteva un vario e vasto assortimento di visori 3D, stereoscopici o binoculari, ma per noi lo stereoscopio fu, nella fattispecie, il view-master. L’idea della stereoscopia è antica, risale almeno ai tempi di Euclide due secoli prima di Cristo: a lui dobbiamo la definizione di visione tridimensionale, dovuta alle immagini diversamente percepite dai due occhi. Gli studi vennero ripresi da
Leonardo da Vinci, Jacopo Chimenti da Empoli e da Jacopo della Porta, che sul finire del ‘500 produsse il primo disegno artificiale tridimensionale. Il termine “stéréoscopique” di lì a poco fu coniato nell’omonimo trattato dal gesuita François d’Aguillion. Le prime macchine per la visione stereoscopica arrivarono nei primi anni dell’Ottocento. Fu Sir Charles Wheatstone che dimostrò la visione tridimensionale, ponendo due disegni leggermente diversi l’uno accanto all’altro e osservandoli attraverso un sistema di specchi e prismi che battezzò “stereoscope” (1838). Nel 1844, Sir David Brewster, che aveva brevettato il caleidoscopio nel 1816, apportò migliorie allo stereoscopio. Nel 1850, nonostante l’elevato costo per l’epoca, erano stati venduti già mezzo milione dei suoi stereoscopi. Un americano, Oliver Wendell Holmes, ne realizzò una versione più economica, in alluminio, consentendo una sempre più ampia diffusione dello stereoscopio e delle immagini stereoscopiche, montate su un cartoncino. Dallo stereoscopio di Brewster e di Holmes al view-master in bachelite nato in America negli anni ’50 e arrivato da noi tra gli anni ’60 e ’70, la differenza era veramente minima, per principio di funzionamento e persino per la forma.

In questo preciso momento, ho fra le mani due esemplari autentici di View-Master della Sawyers e altrettanto originali dischetti su cui venivano disposte sette coppie di diapositive. Non posso neanche lontanamente descrivervi l’emozione di questo ritrovamento.

Il dischetto veniva inserito nel view-master, vi si guardava dentro verso la luce, che più era intensa, più rendeva vivida, realistica e armonica la visione tridimensionale. Il disco ruotava abbassando col dito una leva sulla destra e l’immagine cambiava. Ogni busta conteneva tre dischi per un totale di 21 fotografie in rilievo e a colori. Le fotografie View-Master sono “vive”, recitava una dicitura. Esistevano centinaia di soggetti: fiabe, avventure, telefilm, flora e fauna, paesi del mondo... Oggi sono molto richieste dai collezionisti. Per ogni soggetto, si disponeva anche di un libretto sul quale veniva riportata una sintesi della fiaba, notizie istruttive o perfino diari di viaggio, giorno per giorno, come in Barbie in giro per il mondo… Barbie è pazza di gioia: ha vinto un concorso per figurinisti e il premio è un viaggio intorno al mondo dai grattacieli di Manhattan alle isole Hawaii… Heidi (ma le immagini non erano ancora quelle dei cartoni animati, bensì del vecchio telefilm diretto da Joachim Hess), Pollicino, le favole di
Andersen come la Sirenetta, il tenace soldatino di piombo e i vestiti nuovi dell’imperatore, Cenerentola, il Libro della Giungla, Alì Babà, Peter Pan, La carica dei 101, Winnetou e la meticcia Apanatschi…
Infine, vorrei ricordare le filmine che uscirono in abbinamento con il lancio del proiettore Festacolor, un giocattolo di grande successo ovvero proiettore di strisce di diapositive, che rappresentavano per lo più personaggi dei fumetti, specialmente Walt Disney, con delle piccole didascalie sottostanti. Ma il divertimento più grande fu cominciare a pensare di costruirmi da me delle storie, creando le filmine di cartone con disegni sulla carta velina. Per chi non se ne ricordi o non sappia, guardate questa immagine, che pubblicizzava il Festacolor sui giornalini di Topolino. Non era meraviglioso?

prima parte - seconda parte

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