LettereOnLine - Raccolta di lettere inviate dai visitatori
Il Buddhismo testo inviato da Gandalf, autore di questa ricerca.
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Buddhismo: premesse storiche
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1. Il Buddha storico
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2. Dopo il Buddha
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3. Buddhismo e Occidente
Buddhismo: premesse storiche
Nell’India del VI secolo a.C., periodo in cui si sviluppò il Buddismo, è possibile individuare almeno due modi diversi di accostarsi alla religiosità. Questa divisione, che fu spesso all’origine di accesi dibattiti, nacque da una crescente insofferenza del popolo e della casta dei guerrieri nei confronti della classe dei brahmani. Questi erano i celebranti del culto più diffuso del paese, il brahmanesimo: la loro funzione principale consisteva nel sacrificare agli dei animali offerti dai fedeli, oltre ché ufficiare le varie funzioni religiose. Il fatto, però, che usassero una lingua completamente sconosciuta al popolo, il sanscrito, per i numerosi riti, e che molto spesso si arricchissero in maniera non indifferente ai danni delle altre persone, li rendeva malvisti e persino odiati ai più.
Fu così che, al fine di cercare una via di salvezza alternativa al brahmanesimo, molti uomini abbandonarono famiglia e beni e cominciarono a mendicare, credendo che la via della privazione fosse quella giusta per uscire dal ciclo delle reincarnazioni e per elevarsi spiritualmente: erano i samana.
Samana e brahmani rappresentarono per molti anni due stili di vivere il sacro completamente in antitesi tra loro, e non erano rari i casi in cui si criticavano gli uni gli altri. Buddha, dal canto suo, che esamineremo in questa ricerca, tentò di mediare il rigorismo ascetico con la ricerca dei piaceri della vita: la filosofia di vita che modellò, infatti, può essere in sintesi intesa come una Via di Mezzo tra questi due estremi, e riassunta nel celebre motto, che troviamo anche a Delfi, sui muri della sede dell’oracolo di Apollo, “Nessun eccesso”.
1. Il Buddha storico
Il Buddha storico, il principe Siddhatta (“colui che ha raggiunto lo scopo”) Gautama, era figlio del ràja (una sorta di doge) della Repubblica Aristocratica dei Sakija, Suddhodana, che aveva capitale a Kapilavatthu, ai confini tra India e Nepal, alle pendici dell’Himalaya, a 200 chilometri da Benares. Concepimento, nascita ed infanzia Siddhatta nacque, secondo la Cronologia di Ceylon, la più accreditata, attorno al 563 a.C. Maya, sua madre, sposa prediletta del ràja, in ossequio alle tradizioni del luogo, quando sentì che mancava poco al momento del parto, abbandonò il palazzo di suo marito e si recò alla casa paterna. Maya era abbastanza serena, nonostante tutti i pericoli che comportasse a quel tempo far nascere un bambino: secondo una leggenda, infatti, la donna sognò che un elefante bianco scendeva dal cielo e deponeva sul suo grembo un fiore di loto, per poi penetrarle interamente nel corpo. Durante una sosta del lungo viaggio, Maya entrò in uno stupendo giardino, quello del villaggio di Lumbinì, e qui partorì Siddhatta. Qualche giorno più tardi, Asita, un vecchio eremita che viveva sulle montagne, scese in città e fece visita al ràja: aveva previsto, infatti, che il principe appena nato avrebbe avuto successo in politica, ma anche e soprattutto nella sfera religiosa. Suddhodana fu sconvolto della profezia. Una settimana dopo, la giovane sposa di Suddhodana morì, e il bimbo fu affidato alla sorella della defunta, Mahapajapati, che rinunciò persino ad educare suo figlio, Nanda, per curare la crescita del piccolo. Siddhatta, nel corso degli anni, non dimostrò una particolare predisposizione per le attività militari e motorie. E’ dubbia anche la sua alfabetizzazione, dato ché, a quel tempo, un guerriero non aveva la necessità di imparare a leggere e a scrivere. Quando il ragazzo era ancora molto giovane, Suddhodana gli progettò un matrimonio combinato, nello stile dell’epoca, con una delle figlie di sua sorella. Ai due sposi furono donati ben tre palazzi: uno per l’estate, un altro per l’inverno ed un terzo per la stagione delle piogge. Qualche tempo dopo le nozze, Yasodharà, questo il nome della moglie, diede luce ad un bambino, Ràhula. Incontri e rinunce Siddhatta era sempre vissuto ignaro dell’esistenza della sofferenza e del dolore: il padre, infatti, aveva deciso di ammettere a corte soltanto delle persone giovani.Un giorno, però, mentre stava camminando nella città con un auriga, il ragazzo vide un uomo che si trascinava a fatica sulle proprie gambe: era un vecchio. Avrebbe potuto lui, principe dei Sakija, sfuggire ad una simile sorte? L’auriga rispose negativamente. Diverso tempo dopo, i due si imbatterono in un tizio che respirava a fatica. Chi era? Era un malato. Siddhatta avrebbe potuto evitare questo destino? No. Successivamente, incontrarono un corteo funebre. Stessa domanda da parte di Siddhatta, stessa risposta dell’auriga. Nessuno poteva, dunque, sfuggire alla sofferenza? Il ragazzo, giorni dopo, trovò un uomo con la testa rasata che mendicava nelle vie della città: era un samana, un rinunciatario. Costui destò grande ammirazione nel cuore del principe: probabilmente, infatti, una vita del genere avrebbe permesso di sfuggire al ciclo del dolore. Suddhoddana, però, quando il figlio gli chiese di poter abbandonare tutto e di mettersi anch’egli alla ricerca, oppose un severo veto. Fu così che Siddhatta, da figlio ribelle, fuggì di notte dal palazzo assieme al fedele scudiero Channa.
Vita da samana. La mattina successiva, Siddhatta salutò Channa e si addentrò in una foresta, dopo aver scambiato le proprie sfarzose vesti con quelle di un povero cacciatore. Nel corso del suo lungo peregrinare, incontrò diversi maestri: il primo di essi fu Alara Kalama, che predicava l’annullamento della distinzione tra l’Io e gli altri come punto centrale della propria dottrina. Il punto debole della visione di Alama consisteva però nel fatto che credesse nell’attà induista, una sorte di Io interiore separato dal corpo, che vive in eterno nonostante le reincarnazioni. Raggiunti gli stessi risultati del maestro, Siddhatta non accettò da Kalama la proposta di cogestire con lui la scuola, e se ne andò nei pressi di Rajagaha. Qui incontrò Uddaka Ramaputta, samana molto noto per i suoi insegnamenti, che teorizzavano l’accesso ad una dimensione intermedia tra la coscienza e la non coscienza. Anche in questo caso, l’allievo eguagliò il maestro, che gli offrì addirittura la gestione della scuola, ricevendo una risposta negativa. E’ chiaro che Siddhatta, a quel punto, non si sentisse soddisfatto delle dottrine altrui, e si decise a mettersi in proprio. Incominciò un lungo periodo di mortificazioni fisiche, di digiuni e di torture. Il suo corpo deperiva ogni giorno di più, così come il suo spirito, che non otteneva alcun risultato positivo. L’unica nota buona di questa esperienza fu l’ammirazione da parte di un gruppo di cinque asceti, che lo abbandonarono indignati, però, quando accettò una scodella di riso offerta da Sujata, una ragazza di tredici anni. Da quel momento, cominciò una nuova parte dell’esistenza di Siddhatta, sicuramente più prolifica umanamente e religiosamente.
L’illuminazione. Gautama accettò anche altro cibo, trovò nuove vesti, si lavò, ritemprandosi nell’animo e nel corpo. In seguito, cercò un albero sotto il quale meditare, fino al risveglio. Trovò un fico (bodhi, da cui deriva il termine bodhisatva) e prese posto sotto i suoi rami. La figura dell’albero non compare a caso in questa storia: essa, infatti, ha valori simbolici molto forti non solo in India, ma in tutto il mondo, poiché rappresenta una sorta di collegamento tra cielo e terra, tra mondo materiale e spirituale, tra umano e divino. Qui rimase per diverse notti, finché non raggiunse lo stadio di arahat (santo, illuminato). Secondo la tradizione canonica, quattro furono i momenti della sua meditazione, scanditi da altrettanti esercizi di contemplazione. Nel primo, volto ad eliminare i desideri sensuali e la negatività, si concentrò in una sola direzione. Nel secondo, teso a far cessare il cosiddetto “pensiero discorsivo”, abbandonò l’uso della ragione e delle parole. Nel terzo, finalizzato al distacco dal mondo e ad un conseguente stato di benessere fisico, rifiutò il contatto con le cose e divenne imperturbabile. Nel quarto, infine, riuscì a sopprimere una volta per tutte la sofferenza e a raggiungere una condizione di perfetta beatitudine. Fu così che Siddhatta, ora diventato Buddha, l’Illuminato, apprese l’esistenza di un ciclo di rinascite (samsara) a cui la liberazione dal dolore (nibbana) può porre fine. Per conseguire il nibbana, però, è necessario distruggere i quattro “influssi” negativi della vita: il desiderio sensuale, la voglia di esistere, l’ignoranza, l’opinione. A sua volta, la soppressione degli influssi a legata ad un corretto comportamento etico, che permette di conoscere e sfuggire alle leggi del kamma, ovvero a quell’insieme di azioni delle vite precedenti che condizionano l’attuale. A quel punto, il Buddha si sentì soddisfatto dei risultati raggiunti, ma incerto se diffondere o meno la dottrina acquisita, così complessa e difficile. Secondo il mito, scese allora dal cielo il dio Brahma, creatore dell’universo nella trimurti indiana che, accusando il mondo presente di decadenza e rovina, convinse, dopo numerose esortazioni, l’arahat ad intervenire.
Il Dhamma
Diventato Buddha, Siddhatta ritenne necessario, come prima cosa, diffondere la propria dottrina tra i suoi cinque ex – compagni di cammino spirituale, che lo avevano lasciato, delusi, qualche tempo prima. Questi si trovavano a Benares, e fu lì che il Buddha fece il suo primo discorso, noto col nome di Sermone di Benares, che segnò la messa in moto della ruota della Legge (Dhamma), ovvero l’inizio della predicazione nel mondo. Approfittiamo di tale occasione per illustrare, oltre ai contenuti enunciati nel Sermone, alcuni elementi essenziali della filosofia buddhista.
Le quattro nobili verità
Nel corso del suo risveglio, il Buddha apprese quattro verità sullo stato dell’esistenza umana:
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La vita è sofferenza, e la sofferenza si manifesta nella nascita, nella vecchiaia, nella malattia, nella morte, nell’unione col detestabile, nella separazione dall’amabile e nei cinque aggregati della persona: conformazione corporea, percezione, intenzione, coscienza, sensazione.
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La sofferenza trova origine nella sete di esistere e nei piaceri: ogni piacere, infatti, per quanto bello esso sia, è qualcosa di transitorio, di impermanente, come del resto è transitorio tutto il mondo (vedi La teoria della produzione condizionata).
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La sofferenza può cessare con il distacco dalla sete di esistere e dai piaceri.
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Il distacco dalla sete di esistere e dai piaceri avviene solo col percorrere correttamente l’ottuplice sentiero.
L’ottuplice sentiero
Il primo momento di cammino sull’ottuplice sentiero è costituito dalla retta visione, ovvero dalla conoscenza delle quattro nobili verità, che elimina l’ignoranza.
Il secondo, la retta intenzione, vuole che ci si astenga in pari misura dall’amore e dall’odio, scegliendo la rinuncia.
Il terzo, la retta parola, esige che venga tolta dai propri discorsi qualsiasi forma di impurità, come la menzogna o la calunnia.
Il quarto è la retta attività, secondo la quale è necessario adottare un comportamento morale corretto, quasi esemplare, evitando il delitto e l’eccesso. Dalla retta attività deve derivare una retta modalità di sussistenza, cioè l’esercitare attività lecite e coerenti con la propria etica.
Il sesto momento, poi, riguarda il retto sforzo, l’impegno ad eliminare ciò che di negativo sussiste nel proprio animo. Bisogna possedere, infine, una retta attenzione sui quattro oggetti di meditazione (corpo, sensazioni, mente, stati d’animo) e una retta concentrazione sulle quattro tecniche meditative che lo stesso Buddha praticò nella notte del Risveglio.
La “catena” della produzione condizionata
La tradizione Scolastica Buddhista attribuisce a Gautama anche una teoria, la teoria della cosiddetta “produzione condizionata”, secondo la quale ogni sofferenza è legata indissolubilmente ad un'altra, in una catena di “causa – effetto” che opprime l’individuo e lo lega alla sofferenza e al ciclo della reincarnazione.
Il primo anello della catena è costituito dall’ignoranza, che permette la nascita di tutti gli altri. L’ignoranza è riferita in particolar modo ad alcuni ambiti: l’origine e la fine delle cose, ciò che è interno e ciò che è esterno alla persona, le azioni ed i loro frutti, i tre Rifugi (Buddha, Sangha, che illustreremo in seguito, e Dhamma), le quattro nobili verità, il bene ed il male, la capacità di distinguere e le condizioni causali di tutte le cose. Effetti diretti dell’ignoranza sono gli errori e la stupidità.
Il secondo anello è rappresentato dalle impressioni (gli effetti del kamma sul corpo, la voce e la mente), il terzo dalla coscienza (l’elemento che coordina i 5 sensi più il senso psichico), il quarto dall’attaccamento alla teoria del “nome/forma” (cioè il voler ricondurre gli oggetti alla configurazione corporea, agli aggregati e ai 4 elementi), il quinto dalle sfere sensoriali, il sesto dal contatto (mediante il quale relazioniamo ogni organo sensoriale col suo oggetto, ad esempio l’occhio col visibile).
Il settimo anello è relativo alla sensazione (piacevole, spiacevole e neutra), l’ottavo alla sete del desiderio (per la quale ricerchiamo ciò che è piacevole ed evitiamo lo spiacevole), il nono alla formazione di una propria personalità (ovvero al credere di poter essere indipendenti, anche tramite la manifestazione di opinioni, e incondizionati dai precedenti anelli), il decimo all’esistenza (cioè alla creazione di un nuovo essere vivente), l’undicesimo alla nascita ed il dodicesimo, l’ultimo, alla decadenza, la vecchiaia, e alla morte.Solo eliminando il primo anello, l’ignoranza, è dunque possibile distruggere anche gli altri undici ed accedere finalmente al nibbana, meta ideale di ogni buddhista.
Nibbana e ParinibbanaE’ molto difficile spiegare, in Occidente come in Oriente, cosa significhi esattamente il termine nibbana. Forse perché tentare di darne una visione logica impedirebbe sempre e comunque di capire pienamente a questo concetto. La cosa che diamo per certa è che solo l’estinzione del dolore possa permettere di accedere al nibbana. In merito a tale insegnamento, esiste, nella tradizione buddhista, una figura metaforica abbastanza calzante: la ruota del vasaio, che gira in seguito ad una spinta (il kamma), finché non si esaurisce l’energia della stessa spinta. E’ possibile, tuttavia, che l’esistenza, il giro della ruota, continui anche dopo l’arrivo al nibbana, per esaurire gli ultimi residui del kamma, che non può comunque nuovamente accumularsi. L’arahat (il santo buddista, almeno nella tradizione del Piccolo Veicolo, che osserveremo in seguito), allora, continua a vivere, fino a quando la sua vita si spegne definitivamente nel parinibbana, lo stadio ultimo del nibbana, che può essere raggiunto solo con la morte corporale. Il parinibbana, a detta di molti, rappresenta, più che un luogo, una condizione dell’animo di appagamento e soddisfazione. Anche questa, però, è una teoria, definita con uno strumento, il linguaggio, che lo stesso Buddha non vedeva di buon occhio.
Il Sangha
Le cinque persone che assistettero al Sermone di Benares furono i primi a convertirsi al Dhamma e a diventare così bhikkhu (monaco che aspira all’illuminazione). La formula che il Buddha pronunciò fu questa: “Vieni, bhikkhu, la dottrina è proclamata; conduci dunque una vita nobile, per la completa cessazione del dolore”.Con l’ordinazione, i bhikkhu accettavano, oltre ché di eseguire i vari metodi di concentrazione e la meditazione, il rispetto delle seguenti norme etico – morali:
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Radersi barba e capelli.
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Indossare solo una veste giallo – ocra (passata poi alla storia come tratto distintivo del monaco buddhista).
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Astenersi dal furto, dall’omicidio, dalle relazioni sessuali, dalla menzogna, dalla calunnia e da qualsiasi forma di spettacolo.
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Mostrare un atteggiamento compassionevole nei confronti di tutti gli esseri viventi, evitando di distruggere alcuna forma di vita, vegetale e animale.
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Fare un solo pasto al giorno, senza carne cruda.
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Accontentarsi del proprio destino, rifiutando dono come campi e proprietà.
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Imparare a purificare i propri sensi, senza contaminarli con le passioni.
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Liberarsi dall’attrazione e dalla repulsione nei confronti delle cose.
In seguito alle prime cinque ordinazioni, nacque il Sangha, la Comunità, che costituisce, come già accennato, uno dei tre Rifugi per il fedele, insieme al Dhamma e allo stesso Buddha.
Conversioni monastiche
Il primo laico (che, cioè, non aveva un passato da samana sulle spalle) a divenire bhikkhu fu il giovane Yasa, figlio di un ricco commerciante di stoffe di Benares. La storia di Yasa somiglia per alcuni versi a quella del figliol prodigo evangelico: egli, infatti, viveva nel lusso e nella dissolutezza più sfrenati, ma non era soddisfatto della sua situazione, avvertendo nell’animo un senso di vuoto e di disagio. Dopo aver conosciuto il Buddha, che gli impartì una sorta di insegnamento progressivo (partendo dalle norme etiche, giunse lentamente ai dettagli dottrinali), Yasa scelse di entrare a far parte del Sangha e di “prendere i voti”.Altre conversioni molto importanti furono quelle dei fratelli Kassapa, che gestivano due monasteri poco distanti tra loro, entrambi devoti al dio del fuoco. Il Buddha impiegò molte energie per convincerli della validità del Dhamma (qualcuno parla anche di magie!) ma, alla fine, i due Kassapa entrarono nel Sangha, e con loro tutti i monaci delle comunità che dirigevano. Il Buddha raccolse, tra gli altri, anche adepti all’interno della sua famiglia: tornato nella sua città, Kapilavatthu, infatti, convertì il figlio Ràhula, che nel frattempo era cresciuto, il fratellastro Nanda e due cugini, Ananda e Devadatta, il primo dei quali diventò attendente dell’Illuminato, mentre il secondo provocò una grave crisi. Il padre, dal canto suo, fece di tutto per far rimanere Siddhatta in città: arrivò persino a proporgli la cessione del potere! Il Maestro, però, fu inflessibile: il suo compito era un altro.
Conversioni laiche e sostenitori
Secondo le fonti più attendibili della tradizione buddhista, il padre di Yasa fu la prima persona ad accettare il Dhamma in qualità di laico. Ciò significa che avrebbe dovuto praticare tali precetti:
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Non uccidere esseri viventi.
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Non prendere ciò che non viene donato.
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Non dedicarsi a pratiche sessuali illecite.
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Non mentire.
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Non bere bevande inebrianti.
Tra i fedeli laici, il Buddha trovò anche numerosi sostenitori molto rilevanti sul piano politico: uno di questi fu il re Bimbisara, al quale il giovane samana Siddhatta aveva promesso, tempo prima, una visita nel caso in cui avesse trovato le risposte che cercava. La Comunità, così ampliatasi a tal punto da avere anche un certo peso culturale e sociale, si trovò a dover risolvere i primi problemi di carattere organizzativo e strutturale.
Prime contestazioni
Molta gente, sostenuta dai brahmani, che stavano perdendo notevolmente dei consensi e, quindi, delle ricchezze, criticava la scelta dei bhikkhu, che abbandonavano le proprie famiglie per una vita solitaria e antisociale, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio della società.Il Buddha, a queste accuse, rispose di non voler predicare l’infrazione delle norme sociali, ma, al contrario, il rispetto della Legge, giocando in questo modo su uno dei significati di Dhamma (“Dottrina” o, appunto, “Legge”). Le fonti canoniche raccontano che le proteste scomparvero dopo una settimana circa, anche se il dato sembra alquanto irreale.
La questione delle caste
All’esterno della Comunità, il Buddha non fece pressoché nulla per eliminare il rigido sistema delle caste indiano. All’interno del Sangha, però, abolì ogni distinzione tra sacerdoti, guerrieri, commercianti e artigiani: ogni persona poteva entrare nell’Ordine, incondizionatamente dal suo diritto di nascita; solo gli stolti venivano esclusi, perché avrebbero ostacolato l’insegnamento. Per tutti, dunque, valeva il detto: “L’uomo dotato di saggezza e buona condotta – lui è il migliore tra dèi e uomini”.
Laici e monaci
Il rapporto tra laici e monaci fu abbastanza armonioso e redditizio: i primi, in genere, avevano il compito di fare l’elemosina ai secondi, che potevano così tentare di divenire Illuminati senza impedimenti di tipo economico. Poteva, però, un laico accedere al nibbana? Secondo la tradizione più ortodossa, quella del Piccolo Movimento, no: il massimo a cui poteva aspirare un laico era conformarsi al Dhamma per creare le condizioni favorevoli per rinascere come monaco. L’altra corrente del Buddhismo, però, il Grande Veicolo, non era d’accordo: il motivo lo osserveremo più avanti.
La questione delle donne
Era possibile, per una donna, divenire bhikkhu? La questione si aprì quando Mahapajapati, anziana madre adottiva di Siddhatta, chiese di aderire al Sangha. La risposta del Buddha fu nettamente negativa: secondo alcuni testi, infatti, dubitava persino delle capacità intellettive del sesso femminile ed invitava gli uomini a non rivolgere alle donne nemmeno il saluto! La ragione di tale forte disprezzo è da ricercare non nella persona del Maestro, che probabilmente non pronunciò sentenze così ardite, ma nella figura del monachesimo medioevale, occidentale come orientale, che, secondo alcuni filosofi, come Nietzsche, predicava la vita, ma giungeva poi a negarla.Disquisizioni a parte, proseguendo sul filo della narrazione delle vicende di Mahapajapati, incontriamo la donna che convince Ananda a sostenere la causa femminile dinnanzi al Maestro. Il Buddha, accettata finalmente la richiesta, propose però otto norme supplementari per le bhikkuni, le donne del Sangha, che sancirono di fatto la loro sottomissione ai corrispondenti maschili.
Lo scisma di Devadatta
Ormai anziano, il Buddha dovette affrontare un’altra grave crisi, all’interno del Sangha, forse la peggiore tra tutte: quella dello scisma di Devadatta. Costui, che era, ricordiamolo, cugino del Maestro, aveva l’intenzione di prendere il suo posto alla guida della Comunità, intenzione che manifestò in occasione di una riunione. Il Buddha respinse fortemente l’idea: non si sentiva ancora così stanco da dover abbandonare il suo ruolo e, inoltre, non aveva scelto Devadatta come suo successore.L’ambizioso bhikkhu, allora, contrattaccò, proponendo cinque norme supplementari per i monaci, con l’apparente intento di rafforzare il loro rigorismo ascetico: dormire nelle foreste, e non nei luoghi abitati, supportarsi solo con le elemosine, rifiutando gli inviti, cucirsi da soli i vestiti, respingendo i doni dei laici, evitare qualsiasi tipo di riparo per la notte (capanne o altro) e praticare una dieta il più possibile vegetariana. Anche in questo caso, il Maestro si trovò in disaccordo col suo discepolo: il rigore ascetico dei bhikkhu era garantito a sufficienza dalle regole attuali, e l’applicazione di queste ulteriori cinque avrebbe impedito la diffusione della Dottrina tra i laici.Devadatta, che voleva in realtà far apparire Siddhatta come un nemico dell’ascetismo, uscì dalla Comunità, seguito da molti altri monaci, e fondò un nuovo convento.Due valenti allievi del Buddha, allora, Sariputta e Moggallana, si intrufolarono nel neonato ordine, con l’intenzione di ricucire la divisione, e riconvertirono al Sangha molti seguaci del monaco ribelle, soprattutto i più giovani. Lo stesso Devadatta, in punto di morte, fu perdonato dal Buddha, anche se la cosa ci sembra alquanto improbabile: un viaggiatore cinese, infatti, raccontò di aver visitato il monastero dei secessionisti tanti secoli dopo.
La morte del Buddha
Passarono ancora diversi anni. Il Buddha, sentendosi prossimo alla fine, chiamò a sé tutti i suoi discepoli e ribadì i capisaldi del Dhamma: oltre alla varie norme dottrinali, esortò i bhikkhu al rispetto dell’etica e dei suoi fondamenti, la compassione e la gentilezza. Vedendo, poi, che qualche monaco si rattristava dell’imminente perdita della sua guida, disse ai presenti che, nell’universo, nulla è eterno, ma tutto è transitorio, e li lasciò con una raccomandazione: “attingete la perfezione con zelo”. Detto questo, spirò.Subito si scatenò, secondo la tradizione canonica, un grande terremoto, ed il cielo si oscurò. Dopo la cerimonia di cremazione, molto breve e semplice, come nel carattere del Maestro, si pose il problema della spartizione delle reliquie: gli abitanti di Kusinàra, infatti, città in cui era avvenuto il decesso, le volevano tutte per loro, mentre altre comunità locali insistevano per la divisione. Fu il bramano a risolvere il contenzioso, rimproverando le parti in causa di voler scatenare una guerra per l’approvvigionamento dei resti. Ogni reliquia, allora, fu seppellita in un’urna funeraria, la stupa, e resa oggetto di venerazione in molte zone del grande paese indiano.
2. Dopo il Buddha
Una dottrina da chiarire
Dopo aver riscontrato numerose lacune e incongruenze nell’educazione dottrinale di diversi monaci, gli amici più fidati di Siddhatta decisero di convocare una riunione di tutti i membri del Sangha per chiarire la Dottrina e gli eventuali culti della nuova “religione” (termine, questo, che molti giudicano improprio, se riferito al Buddhismo). Si proclamò, allora, il primo di quattro Concili che cambiarono per sempre la storia del Buddhismo: Ananda, il “segretario” dell’Illuminato, fu chiamato a recitare a memoria i discorsi del Maestro sul Dhamma, mentre Upali, un altro monaco, espose le regole di vita prescritte per il Sangha; insegnamenti e norme furono raccolti in un secondo momento nel cosiddetto Canone. Già nel primo Concilio, poi, vennero alla luce le divergenze che cominciavano a crearsi tra l’ortodossia dei monaci più anziani e la voglia di innovazione di quelli più giovani. Tali spaccature andarono ad accentuarsi nel secondo nel terzo Concilio, nel corso del quale si sancì definitivamente la separazione tra i due gruppi, ed infine nel quarto, dove si proclamarono la nascita della corrente del Piccolo Veicolo (Hinayana), formata dai monaci più “intransigenti”, e quella del Grande Veicolo (Mahayana).
Piccolo e Grande VeicoloPrima di addentrarci nel grande universo delle scuole di pensiero buddhista dei nostri giorni, è necessario comprendere le differenze tra i due movimenti che furono all’origine della loro creazione: il Piccolo e il Grande Veicolo, appunto.
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La corrente del Piccolo Veicolo (Hinayana) è chiamata così perché, se paragonata ad un’imbarcazione diretta verso il nibbana, a differenza del Grande Veicolo, che può ospitare molte persone, è accessibile solo ad un numero ristretto di eletti, cioè coloro che accettano di praticare una vita ascetica e priva di desiderio, spogliandosi di tutti i legami col mondo esterno. Solo così, infatti, un fedele potrà diventare arhat, maestro, e raggiungere gli stessi, sublimi livelli di conoscenza di Gautama. Gli unici testi sacri sono quelli del Canone, divisi in tre “canestri”: quello della disciplina, quello dei discorsi del Buddha ed infine quello riguardante la Dottrina. L’unica scuola che oggi pratica ancora una forma ortodossa di Buddhismo, ed è dunque considerabile parte del Piccolo Veicolo, è la scuola Theravada.
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La corrente del Grande Veicolo (Mahayana) è aperta non solo alla vita monacale, ma contempla al proprio interno anche una viva e attiva partecipazione dei laici. Ogni vivente, secondo la dottrina Mahayana, è circondato di una essenza, l’Essenza del Buddha, che può permettergli di raggiungere l’Illuminazione. La figura del Maestro, dunque, è sostituita da quella di bodhisattva: un essere che, avendo sfruttato al meglio la propria Essenza, ha raggiunto il nibbana, ma non può accedervi che dopo la liberazione finale (interpretabile, se vogliamo, in maniera escatologica) di tutti i viventi della terra. Il bodhisattva, allora, deve aiutare le persone a liberarsi dal ciclo delle rinascite e, per farlo, utilizza i due strumenti che la tradizione da sempre gli attribuisce: la saggezza e la compassione. I testi sacri del Grande Veicolo sono di due tipi: esistono i sutra (i discorsi del Buddha) e i sastra (trattati e commenti speculativi). Il sutra più noto di tutti è il Sutra del loto: in esso, si predica l’uguaglianza degli esseri del pianeta, che possiedono tutti l’Essenza del Buddha, e la continuità della vita (una sorta di pànta rei buddhista).
Esistono, inoltre, numerose tradizioni intermedie, o completamente discostanti, dai due Veicoli. Di seguito, citiamo le più importanti.
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La tradizione del Veicolo di Diamante (Vajrayana) prevede degli insegnamenti di carattere esoterico, cioè non accessibili a tutti. Una grande importanza, in questa corrente, è rivestita dai simboli: i mandala (costruzioni grafiche che facilitano la meditazione), i mudra (gesti delle mani) e i mantra (ripetizione, talora ossessiva di parole o preghiere uguali). Il Veicolo di Diamante trova largo seguito in Tibet, dove assume lentamente il nome di Lamaismo (da blama, maestro).
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La tradizione della Via di Mezzo (Madhyamika) si fonda sull’interpretazione del concetto di vacuum, vuoto. Tutti gli oggetti e gli esseri viventi del mondo, secondo i seguaci di tale scuola, sono legati tra loro dalla catena della “produzione condizionata” (vedi il primo capitolo della ricerca) ed esistono soltanto l’uno in relazione all’altro. Il vuoto altro non è che una dimensione, posta a metà strada tra l’essere ed il non – essere (da qui la Via di Mezzo), che è presente indifferentemente da tutte le altre cose. Già utilizzare, però, il termine “è presente” diviene errato: anticipando, dunque, buona parte della filosofia del Novecento, la Via di Mezzo nega l’importanza del linguaggio come mezzo per spiegare i concetti, ed apre la strada ad un’interpretazione del pensiero più intuitiva e meno razionalizzata.


