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Conosci te stesso
Viaggio dentro la conoscenza di se stessi passando per: Ramana Maharishi - Nisargadatta Maharaj - Douglas E. Harding di VanLag - novembre 2007
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Pagina 1 - Piccolo manuale per orientarsi nella ricerca
Pagina 1 - Ginnastica per scaldare i muscoli
Pagina 1 - Inizio del viaggio

Pagina 2 - Ramana Maharishi

Pagina 3 - Nisargadatta Maharaj
Pagina 3 - Torniamo in Occidente

Pagina 4 - Cosa possiamo vedere di noi?
Pagina 4 - Douglas E. Harding
Pagina 4 - Esperimento
Pagina 4 - Dalla teoria alla pratica

 

Cosa possiamo vedere di noi?

E’ pur vero che quello che ci stanno indicando è vertiginoso, Socrate è troppo lontano, e non tutti siamo pronti ad accogliere, almeno come ipotesi questa verità…. Per chi ha digerito invece che tutto quel grumo di orgoglio che difendiamo a spada tratta, possa realmente essere “inconsistente” o addirittura inesistente, è possibile, grazie al terzo maestro di questa ricerca, procedere verso una diversa percezione e conoscenza di noi stessi.

 

Douglas E. Harding

Douglas E. HardingChi ha letto i dialoghi di Nisargadatta, (“Io sono quello”), forse ricorderà che in uno di essi si cita un non meglio identificato Douglas Harding Il dialogo è il N° 28 del 19 Settembre 1970. Lo riporto perché nella sua profondità, costituisce un’ottima introduzione a questo maestro.

 

I: Vengo da lontano. Ho avuto delle esperienze interiori e vorrei confrontarle.
M: Benissimo. Conosci te stesso?
I: So che non sono il corpo ne la mente.
M: Che cosa te lo fa dire?
I: Non sento di essere il corpo. Ho l’impressione di trovarmi dappertutto. Quanto alla mente, posso accenderla e spegnerla a volontà. Questo mi fa pensare che non sono la mente.
M: La sensazione di essere ovunque nello spazio ti fa sentire separato o coincidente col mondo?
I: L’uno e l’altro. Talvolta sento che non sono la mente ne il corpo, ma un unico occhio spalancato. E se scendo in profondità, questa sensazione si espande a tutto ciò che vedo, e il mondo ed io diventiamo tutt’uno.
M: Bene. Hai desideri?
I: Si qualcuno viene rapido a fior di pelle.
M: E come ti atteggi?
I: Che posso fare? Vanno e vengono, ed io li osservo. Talvolta vedo che il corpo e la mente si impegnano a soddisfarli.
M: Per conto di chi?
I: I desideri sono una parte del mondo in cui vivo, come gli alberi e le nuvole.
M: Non sono il segno di qualche imperfezione?
I: Perché mai? Sono come sono, come io sono come sono. La loro comparsa e scomparsa non mi tocca. Però influenzano la forma ed il contenuto della mente.
M: Ottimo di che ti occupi?
I: Sono un agente di polizia e sorveglio i vigilati speciali.
M: Sarebbe a dire?
I: Sorveglio la condotta di giovani colpevoli di reati, e li aiuto a reinserirsi nella società.
M: Sei costretto a lavorare?
I: Chi lavora? Capita che il lavoro accada.
M: Ma hai bisogno di farlo?
I: Si. E poi, mi piace, perché mi mette in contatto con degli esseri umani.
M: Che bisogno hai di loro?
I: Loro possono avere bisogno di me, e sono stati i loro destini a procurarmi questo lavoro. La vita è unica in fin dei conti.
M: Come sei arrivato al tuo stato presente?
I: Mi hanno messo sulla via gli insegnamenti di Ramana Maharishi. Successivamente ho incontrato Douglas Harding, che mi ha mostrato come operare sull’ – io chi sono? –
M: E’ stato improvviso o graduale?
I: Quasi improvviso. Come qualche cosa di dimenticato che riaffiora. O come un lampo subitaneo di comprensione. “Com’è semplice! – mi sono detto. – Non sono come pensavo! Non sono ne il percettore né il percepito, solo il percepire”
M: E nemmeno quello, ma ciò che rende possibile il percepire.

 

Douglas E. Harding, (1909 - 2007), fu un maestro inglese poco conosciuto in Italia. Laureato in architettura, è stato insegnante di religioni comparate ed, una volta in pensione, è diventato un ottimo conferenziere che ha portato in giro per il mondo il suo modo originale di indagare dentro se stessi. Egli ci da la possibilità di sbirciare in quel “vuoto pieno”, che sarebbe la nostra reale natura, ammonendoci di – non credere ad una parola di ciò che egli dice ma di testare da noi stessi – (sito ufficiale www.headless.org)
Tempo fa avevo  trovato in giro per casa poche pagine che raccontavano il “suo risveglio” e ne tradussi una parte che riporto qui, giusto per familiarizzare col personaggio e comprendere come esso si collochi appieno in questo percorso nella conoscenza di ciò che siamo.

 

Il giorno più bello della mia vita, la mia rinascita, per così dire, fu quando mi accorsi di non avere la testa. Non è una battuta, un’arguzia che vuole ad ogni costo destare interesse. Lo dico con la massima serietà: - non ho la testa –
Feci questa scoperta a 33 anni. Benché fosse certamente inaspettata, fu la risposta ad una ricerca pressante; da diversi mesi ero così assorbito dalla domanda: “Chi sono?”
Probabilmente il fatto che a quel tempo mi trovassi sull’Himalaya ha poco a che fare con la mia scoperta, per quanto si dice che in quelle regioni siano più frequenti gli stati mentali insoliti.
Comunque sia, la giornata era molto calma e luminosa e la vista, dal crinale su cui mi trovavo, spaziava su valli nebbiose e sulla catena delle montagne più alte del mondo, formavano uno scenario degno della visione più sublime ed elevata. Quel che accadde in effetti era assurdamente semplice e normale: per un momento smisi di pensare. La ragione, l’immaginazione e tutto il chiacchierio mentale si spensero. Per una volta rimasi davvero senza parole. Dimenticai il mio nome, la mia umanità, la mia esistenza oggettiva, tutto quel che potremmo definire “io” e “mio”. Il passato e il futuro si dileguarono. Era come se fossi nato in quell’istante, nuovo fiammante, senza mente, privo di tutti i ricordi. Esisteva solo l’ora, il momento presente e ciò ne faceva chiaramente parte.
Mi bastò guardare e scoprii pantaloni color kaki che finivano in basso in un paio di scarpe marroni, maniche kaki che terminavano alle due estremità con un paio di mani rosa e una camicia kaki che finiva in alto con…… assolutamente nulla! Certamente non con una testa.
Notai immediatamente che questo nulla, questo buco dove avrebbe dovuto esserci la testa, non era un vuoto ordinario, un puro niente. Al contrario, era densamente pieno. Era una vasta vacuità immensamente colma, un nulla che aveva posto per ogni cosa: posto per l’erba, gli alberi, le colline lontane e indistinte e per le cime nevose che le sovrastano come una linea di nuvole angolose sospese nel cielo azzurro. Avevo perso una testa ma avevo guadagnato il mondo.
Tutto era letteralmente stupefacente. Smisi quasi di respirare, assorto nel Dato. Vi era uno spettacolo superbo che risplendeva radiosamente nell’aria tersa, solo e senza sostegno, sospeso misteriosamente nel vuoto e (ed era questo il vero miracolo, la meraviglia e la gioia) totalmente privo di un”io”, incontaminato da un qualsiasi osservatore. La sua presenza totale era la mia assenza totale, d’anima e di corpo. Più leggero dell’aria, più trasparente del vetro, totalmente libero dall’io, non ero in nessun luogo. Eppure nonostante il carattere magico e misterioso della visone, non era un sogno ne una rivelazione esoterica. Proprio il contrario: sembrava un risveglio improvviso dal sonno della vita ordinaria, la fine di un sogno. Era la realtà che brillava di luce propria e per una volta si era liberata totalmente della mente oscurante. Era la rivelazione, infine, del perfettamente ovvio. Era un momento di lucidità in una vita confusa, avevo smesso di ignorare qualcosa che, (fin dalla prima infanzia in ogni caso), ero sempre stato troppo occupato, troppo intelligente o troppo spaventato per vedere. Era una attenzione pura, acritica, a ciò che era sempre stato sotto i miei occhi: la mia assoluta mancanza di un viso. In breve, tutto era perfettamente semplice, chiaro e comprensibile, al di là delle discussioni, del pensiero e delle parole. Non sorgevano domande né riferimenti a un qualcosa oltre l’esperienza stessa, ma vi era solo pace e una quieta gioia, e la sensazione di avere abbandonato un fardello intollerabile.

 

Douglas, dopo quella straordinaria esperienza, ha cercato il modo di comunicare la sua scoperta ed ha “inventato” una serie di semplici esperimenti che dovrebbero guidarci a cogliere questa ovvietà. Quello che vuole dimostrarci è come noi, nel corso della nostra vita, abbiamo assunto come concezione di noi stessi, il punto di vista degli altri, il luogo comune, cioè il ruolo che la società ci ha imposto e come, per contro, questa immagine contrasti con l’esperienza che noi abbiamo di noi stessi, perché nella nostra esperienza quotidiana noi non siamo “una terza persona” ma sempre “la prima persona”.
Il più significativo dei suoi esperimenti è quello del “dito” perché è lì che Douglas ci porta a ripercorrere la sua stessa esperienza che lo portò ad affermare che non possedeva la testa. Credo che è un esperimento che possiamo fare assieme come io, prima ancora che farlo con Douglas, lo feci col suo libro e rimasi stupito di ciò che “vidi” o sarebbe meglio dire intuii. Quello che qui riporto è l’esperimento come lo ricordo io, ma consiglio a chi ha interesse in quanto scrivo di provare a cercare il libro di Douglas, dal titolo “Decapitare lo stress”, perché, da vero maestro, egli non si limita a questo esperimento, ma da una serie di informazioni utili a ritrovare la nostra vera essenza.
Ma veniamo all’esperimento per il quale è richiesto di svestire il luoghi comuni ed attenersi alla pura evidenza, al dato reale. Per una volta, vi prego, dite a voi stessi la verità, dite ciò che vedete e non inventatevi entità che non esistono.

 

Esperimento

Sediamoci comodi in un luogo dove non ci siano distrazioni.
Ora puntiamo col dito indice la cosa che ci stà di fronte. Qualsiasi cosa sia.
Notiamo come ci sia: il dito che indica e l’oggetto indicato e tra essi lo spazio. E’ importante che facciamo mente locale alle 3 componenti della scena: dito, spazio ed oggetto indicato. Soffermiamoci ad osservare l’oggetto indicato. Qualsiasi cosa stiamo indicando appartiene al mondo delle cose. Notiamo bene le fattezze, colore, forma, consistenza, le sue relazioni etc.

Ora spostiamo il dito al pavimento giusto prima dei nostri piedi.
Notiamo sempre come ci sia il dito, lo spazio ed il pavimento. Indicatore, spazio ed oggetto indicato. Notiamo le fattezze del pavimento, il colore, la forma delle piastrelle, se è piastrellato, la polvere, se c’è polvere, la lucentezza….. etc.

Ora puntiamo il dito alle nostre ginocchia. Vediamo come inesorabilmente ci sia il dito lo spazio e la cosa indicata. Notiamo la consistenza della cosa indicata. Il colore della stoffa dei nostri pantaloni o gonna, il tipo del vestiario che indossiamo, la forma morbida delle ginocchia …etc…

Continuiamo il nostro viaggio. Puntiamo il dito al nostro stomaco. Stiamo piano, piano risalendo alla nostra sorgente ma inevitabilmente lo spettacolo non cambia, nel senso che troviamo sempre il dito, lo spazio e la cosa indicata, cioè, in questo caso, il nostro stomaco. Soffermiamoci qualche secondo ad assaporare questa percezione perché tra poco lo spettacolo sarà diverso. Guardiamo il colore della stoffa dell’indumento che indossiamo, la forma dello stomaco, se è pronunciato o assente, le fattezze…etc

Saliamo ancora col dito, puntiamolo finalmente al nostro viso, al centro dei nostri occhi, puntiamolo a noi stessi. Guardiamo con sincerità…. Quello noi siamo! Non c’è più nessun oggetto indicato, ma c’è solo il dito sospeso nell’aria contornato dai vari oggetti che fanno da sfondo alla nostra visione. Come direbbe Douglas, la nostra mancanza di una testa, dove abbiamo sempre pensato che si trovasse, è un dato oggettivo ed incontrovertibile, almeno per coloro che vogliono attenersi alla loro esperienza diretta, perché quello è ciò che stiamo vedendo. Al posto della testa abbiamo trovato invece uno spazio vuoto ed immacolato che è fatto per contenere il mondo!

 

Dalla teoria alla pratica.

Quel “nulla” che abbiamo indicato con quel dito è esattamente ciò che siamo. Non un viso, non una testa, come siamo stati abituati a credere, ma uno spazio vuoto nel quale accogliamo quello che ci stà attorno. Questo è evidente, ad esempio, nei così detti: “faccia a faccia”. Se vediamo un talk show nel quale due persone si confrontano, la dicitura, “faccia a faccia” è, dal nostro punto di vista, appropriata, perché realmente vediamo due facce una di fronte all’altra. Ma questa evidenza varia se una delle due persone del confronto siamo noi. In quel caso, dicendo che stiamo partecipando ad un faccia a faccia, assumiamo la verità di qualcun altro, perché dal punto di vista nostro, cioè di noi che viviamo l’esperienza, il dato evidente e reale è che la faccia presente al talk show è una sola, quella cioè del nostro interlocutore. Noi siamo presenti, certo, ma non con una faccia o con una testa, siamo presenti con il solito spazio vuoto che accoglie dentro di se l’altro.

Cos’altro è quell’essere vuoti se non amore? Mi costa usare questa parola, mi costa perché è una parola bistrattata ed abusata all’infinito, ma dal punto di vista del nostro “essere puro vuoto”, forse quella parola può rinascere ed acquisire il suo senso originario, la sua reale dimensione. Svaniamo in continuazione in favore degli altri, li accogliamo e li conteniamo dentro di noi.
Le scritture, principalmente quelle indiane, ci hanno detto anche che la realizzazione è scoprire che “siamo il tutto”, che “siamo parte del tutto”….e probabilmente molti di noi hanno detto quelle parole, senza comprendere bene cosa questo implicasse, ma ecco che, se cogliamo quello che Douglas ci ha indicato, abbiamo anche la chiave di questo “essere il tutto”, perché il tutto è esattamente ciò che nell’evidenza, troviamo sopra le nostre spalle e, sempre in quel luogo, dove supponevamo esserci la testa, cioè la sede del cervello e quindi della mente, i nostri sensi trovano invece il mondo che ci circonda. Quell’esperienza, lo ribadisco, è un dato oggettivo, perché è ciò che percepiscono i nostri sensi e solo uno sforzo di interpretazione e di proiezione ci fa collocare incessantemente sopra le nostre spalle una testa ed un volto.
Sempre le scritture ci hanno parlato di unità della vita, dell’assenza di separazione e, probabilmente, anche questa è una frase che abbiamo ripetuto senza ben comprenderne il significato, ma se avete cancellato la vostra testa da sopra le vostre spalle e guardate qualsiasi cosa, potete vedere come quello che state guardando sia esattamente dove prima pensavate che ci fosse la vostra testa. Dov’è la separazione?

Qualcuno potrà obbiettare OK la mia testa non la vedo, ma se tocco con le mani la posso percepire ed allora confutiamo anche questa giusta obbiezione servendoci della nostra vista. Se alziamo il nostro braccio a toccare la nostra testa lo vedremo sparire, mano a mano si avvicina a quello spazio vuoto che inghiottirà, quanto meno la mano. Attenzione la vista vi è testimone, quello spazio si è divorato la mano. E’ un dato oggettivo, un addendum all’esperimento di prima che si può fare. Provate a toccarvi la testa, il cuoio capelluto con una mano, ad esempio, e dite a voi stessi cosa vedete. Al meglio un pezzo di braccio perché la mano si è persa in quel vuoto.
Le sensazioni tattili che la mano vi rimanda, al più, indicano la presenza in quella zona, di un grosso oggetto tondeggiante con varie sporgenze e superficie variamente rugosa o pelosa. Se per convenzione vogliamo chiamare questo agglomerato di materia testa, ci può anche stare, ma questo non ha nulla a che vedere con quanto vediamo sulle spalle delle altre persone, almeno nella nostra esperienza diretta. Dal punto di vista degli altri, certo la nostra testa è simile a quella di tutti, ma, e qui stà l’inghippo, non abdichiamo alla nostra esperienza diretta in favore dell’esperienza degli altri. Aderiamo e crediamo prima di tutto a ciò che ci dice la nostra esperienza.

So che non tutti realizzano quello che Douglas tenta di indicarci. Spessissimo le identificazioni ed i luoghi comuni sono così radicati che ci impediscono di cogliere l’ovvio perché, mentendo a quanto i nostri sensi ci trasmettono, la nostra mente crea la realtà come gli è stata inculcata al punto da stravolgere l’evidenza. Per chi invece ha “colto” questa semplice verità c’è ancora molto da fare. Ciò che abbiamo visto, (se l’abbiamo vista), è più simile della nostra probabile vecchia identificazione a ciò che siamo ma non è ancora ciò che siamo. Posso fare questa affermazione con arrogante certezza, perché il fatto che lo abbiamo visto certifica che c’è ancora un qualcuno, un “io” che ha fatto quell’esperienza e quindi “abbiamo visto ciò che siamo” ma “non siamo ancora ciò che siamo”, non siamo ancora noi stessi. Tuttavia possiamo lavorare, anche con gli insegnamenti di Ramana e di Nisargadatta, per fare diventare questa “percezione” sempre più evidente, piena e duratura, finché essa cesserà di essere un’esperienza e quella sarà realmente la fine della storia.

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Bibliografia

Gli insegnamenti spirituali di Sri Ramana Maharishi” Ubaldini editore 1976
Nisargadatta Maharaj, “Io sono Quello” Rizzoli, Milano 1981
Douglas E Harding “Decapitare lo stress”, Ubaldini, Roma, 1995
www.gianfrancobertagni.it/materiali/vedanta/chisonoio.htm
www.gianfrancobertagni.it/materiali/vedanta/nisargadattabrani.htm

Nota dell’autore: Sarebbe bello se questo scritto non rimanesse da solo ma venisse affiancato da altri scritti sulla conoscenza di se stessi, di chi ha percorso o sta percorrendo questo cammino. Magari altre esperienze o altri modi di avvicinarsi a questa ricerca ed a questa conoscenza.

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