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I cristiani come minoranza capace di trasformare la società.
di Andrea Montanari
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1. La nascita del Cristianesimo e la sua diffusione nell’impero romano.
2. Il Cristianesimo diventa religione di stato – Crollo dell’impero e conversione dei barbari.
3. Le “radici cristiane” in Europa.
4. La modernità.
5. Il compito del cristiano, ieri come oggi.
6. Il contesto in cui operiamo oggi.
7. La Chiesa e la gerarchia, oggi.
8. Il cristiano e il mondo.

 

1. La nascita del Cristianesimo e la sua diffusione nell’impero romano.

Innanzitutto è necessario definire che cosa intendiamo per “cristiani”, perché già qui potrebbe scattare la citazione di Croce per cui “non possiamo non dirci cristiani”. Il cristianesimo sarebbe perciò una caratteristica culturale da cui non può prescindere neppure l’ateo. Ciò mi pare insieme vero e falso (il perché può essere falso è discusso più avanti). Vero perché è indubbio che la cultura e la tradizione cristiana hanno influenzato potentemente la storia europea, a partire dalla diffusione del Cristianesimo nell’impero romano fino al quarto secolo. Non so più citare la fonte, ma ho letto una analisi secondo cui proprio la mancanza di barriere creata dalla espansione dell’impero ha consentito la rapida diffusione del Vangelo in un mondo assetato di speranza. C’è quindi fino al quarto secolo una fase storica in cui la Parola evangelica si propaga con la sua forza innovativa e si espande nell’impero come idea antagonista all’idea imperiale della pax romana (“tu regere imperio populos, Romane, memento.... parcere subjectis et debellare superbos”, Virgilio). Antagonista perché non riconosce l’impero come divinità, ma lo sottomette alla regalità del Dio unico (e non degli dei nazionali) da cui ogni potenza umana trae legittimazione, concetto già ben presente nell’antico Testamento (esempio 2 Cr 36).

Bisogna anche ricordare che anche i primi tre secoli non sono privi di errori, deviazioni, ipocrisie che crescevano come zizzania nel fertile terreno seminato dalla Chiesa primitiva. Contro tali comportamenti abbiamo i frequenti richiami di Pietro, Paolo e degli apostoli, e poi dei loro successori. Due fenomeni diversi accompagnano la crescita straordinaria della Chiesa: l’eresia spesso vera (proliferazione di culto “new age”, diffusione di vangeli apocrifi e leggendari, la “gnosi”, ecc), talvolta  presunta (mascherava la contesa per il primato o comunque la parità gerarchica tra le chiese di Alessandria, Antiochia e Roma); il comportamento “paganeggiante” di alcuni cristiani (e di alcuni gruppi cristiani) le cui radici non erano abbastanza profonde per mantenere la coerenza con l’insegnamento evangelico. Raccomanderei a chi desiderasse maggiore informazione la lettura dei volumetti “per leggere la storia della chiesa”, di Jean Comby, ed. Borla, adottati nel corso per operatori parrocchiali tenuto dalla Diocesi nello scorso anno, in cui ho avuto la fortuna di ascoltare l’esposizione di don Marino Poggi.

Quanto ai rapporti con l’impero, essi non possono essere che conflittuali. Infatti, benché gli Apostoli e poi i loro successori non incitino mai alla deliberata e immotivata opposizione all’autorità civile (date a Cesare quel ch’è di Cesare, Mt 22,21), l’impero non tollera il culto di un Dio che non sia sottomesso al Dio imperiale. Mentre infatti l’impero è estremamente tollerante verso le religioni e i culti che si “adattano “ a riconoscere il primato imperiale, fino ad ammetterne la proliferazione nella capitale, diventa intollerante fino all’isteria e alla persecuzione radicale quando il primato imperiale e la sua divinità (che vuol dire: ciò che lo stato stabilisce è norma morale e sociale vincolante per tutti) vengono messi in discussione. Sono proprio gli imperatori più colti ed intelligenti (salvo Nerone) a scatenare le persecuzioni come tentativo di salvaguardare lo spirito totalitario dell’impero che è la sola garanzia ideologica di sopravvivenza del sistema politico-sociale dell’impero, che ha la necessità di configurarsi come assoluto e quindi assumere un significato religioso.  Della stessa matrice sono le persecuzioni contro il popolo ebraico, perché la matrice teologica è la stessa di quella cristiana anche se diversa è la prassi, più orientata alla salvaguardia dell’identità nazionale che i Cristiani hanno abbandonato con il concilio di Gerusalemme (Atti, al cap. 15) avendo pienamente aderito alla visione evangelica del Regno di Dio e ammettendo i pagani con uguale dignità degli ebrei. Teniamo conto anche del fatto che la potenza imperiale si basa sulla forza dell’esercito e quindi sulla guerra e la violenza (debellare superbos); e che nei primi secoli il mestiere di soldato viene discusso e spesso indicato come incompatibile con il Vangelo ed il comandamento “non uccidere” ;  non deve meravigliarci allora che già alla fine del primo secolo, l’ultimo dei libri accettati nella Rivelazione neotestamentaria sia un libro fortemente antagonista all’impero e alle sue logiche storico-politiche, l’Apocalisse; l’immagine della Bestia e della Prostituta costituiscono un fortissimo monito contro la possibilità per un cristiano di cooperare con il potere o di aspirarvi e l’immagine del potere è radicalmente antitetica con quella della città di Dio. Una lettura dell’Apocalisse atemporale, assieme a passi del Vangelo estrapolati dal loro senso compiuto, porterebbe alla conclusione che il potere umano sia sempre antitetico al Regno di Dio, la Gerusalemme celeste. Ma di ciò vorrei parlare più avanti.

Quindi, al di là della semplificazione mitizzante del primo cristianesimo come di una società cristiana semiclandestina perfetta o quasi, e rispettando il culto dei martiri della fede che comunque furono una minoranza tra i credenti e qualche migliaio in tutto, mi pare possiamo concordare sui seguenti fatti caratteristici dei primi tre secoli:

· Il cristianesimo ha avuto una diffusione straordinaria, facilitata dalla mancanza di barriere politiche e culturali e dalla sete di speranza del mondo soggetto alla “pax romana”;
· Il cristianesimo ha dovuto affrontare da subito il tema del potere, e, benché messo in secondo piano rispetto al Regno dalla predicazione di Cristo e di quella apostolica, esso è interpretato prevalentemente come antagonista al Regno di Dio;
· Nonostante ciò la struttura dell’impero viene permeata da cristiani, che già nel terzo secolo nelle città raggiungono anche il 40% dei cittadini di maggior peso sociale, mentre nelle campagne (pagus, villaggio) resta ancora radicato il culto degli idoli;
· La persecuzione condotta dagli imperatori più intelligenti riconosce il Cristianesimo come antagonista alla filosofia politica dell’impero e in tal senso lo combatte aspramente.

 

2. Il Cristianesimo diventa religione di stato – Crollo dell’impero e conversione dei barbari.

Con il quarto secolo avviene un cambiamento cruciale che, a parere di molti, compreso Dante Alighieri, influenzerà lo sviluppo del Cristianesimo fino ai giorni nostri. Primo passo: Costantino, riconoscendo il ruolo determinante che i cristiani hanno assunto nella struttura dello stato, riconosce loro la libertà di culto. Secondo passo, meno noto e citato ma più pregnante, Teodosio stabilisce il cristianesimo religione di Stato (380). A questo punto l’antagonismo tra Regno di Dio ed impero non viene più percepito dalla Chiesa e si rifugia, per così dire, nel “privato” cioè nei conflitti di coscienza individuali.  Attenzione a questo passaggio perché lo ritroviamo puntualmente nei secoli successivi e fino ad oggi.

La Chiesa come istituzione accetta l’impero “convertito” come la realizzazione o quanto meno come la premessa fondante della città di Dio in terra. Questo concetto sopravvivrà all’impero stesso, benché la calata dei barbari idolatri, il sacco di Roma, ecc. pongano drammatici interrogativi negli uomini più critici, ad esempio Agostino di Ippona. Tuttavia la conversione dei popoli barbari riesce a sanare la situazione restituendo all’autorità la sintonia con la fede religiosa. I condottieri barbari, senza quasi eccezione, sono affascinati dalla struttura sociopolitica romana (che è sopravvissuta alla conversione dal paganesimo al cristianesimo)  e ne adottano rapidamente i fondamenti o almeno le forme esteriori. Anche la religione cristiana appare assai più adatta ad un contesto civile “progredito” come quello romano mentre usi e divinità tradizionali stonano con il diverso contesto in cui i popoli barbari si collocano dopo le conquiste. Ciò tuttavia non attenua la violenza sostanziale della società barbara che si sostituisce alla violenza più razionale dell’impero.

Nel clima di incertezza e di disordine che si crea nell’Impero, soprattutto in Italia dove da più tempo la guerra è rimasta bandita, il Papato assume la funzione di autorità morale e poi anche di autorità civile, anche grazie a compromessi con il potere dei barbari dominanti. Tuttavia è marginale ai grandi scontri (Carlo Magno  contro i Longobardi) e deve allinearsi ad incoronare il vincitore. Nel caso di Carlo, ad esempio, il ripudio di una moglie “nemica” non è sufficiente a far diminuire la cristianità pubblica dell’imperatore, mentre lo sarà ad esempio nei confronti di Enrico VIII.  In tutti i secoli che verranno, la Chiesa viaggia su un doppio binario: quello profetico di annunciatrice del Vangelo e quello di potenza anche umana, che rivendica la propria esistenza e organizzazione terrena come tale e cerca un primato non solo morale riconosciuto sia come nazione tra le nazioni (fino al 1870, presa di Porta Pia) ma progressivamente come parte della società, adattando il proprio ruolo alle forme di società esistenti nel mondo occidentale. Nel periodo del feudalesimo, contendendo all’imperatore il primato morale; in quello delle monarchie assolute ritagliandosi un ruolo di fruitore dei privilegi assegnati alla classe aristocratica, con il formare all’interno delle nazioni europee una classe dotata di privilegi propri e di beni materiali ingenti.

 

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