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I cristiani come minoranza capace di trasformare la società.
di Andrea Montanari
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3.  Le “radici cristiane” in Europa.

Lungo i secoli all’interno della Chiesa non sono certo mancate voci critiche verso il ruolo terreno della Chiesa, voci che a seconda delle circostanze e della santità di chi le levava sono state combattute dalla gerarchia o hanno avuto lo spazio per scuotere i fedeli e farsi in qualche modo accettare anche dalla gerarchia. Si ripeteva nel Cristianesimo il modello biblico dell’Antico Testamento del potere formale civile-religioso detenuto dall’Autorità e spesso preoccupato del Mondo, e  della predicazione profetica avversa al punto di vista del Potere (Mondo) e pervasa dello spirito evangelico più radicale.

I fedeli, allora, costituivano la grande maggioranza dell’occidente, dal momento che la religione era fortemente radicata nel costume sociale (ancorché il Vangelo fosse abbondantemente nei fatti, soprattutto sociali,  tradito e disatteso) ed era pericoloso a quei tempi fare esplicita professione di incredulità o ateismo. Fedeli contrapposti agli infedeli, seguaci di Maometto, che dall’ottavo secolo avevano progressivamente e rapidamente soggiogato con la forza gran parte dell’oriente, del nord Africa e che arrivavano alla Sicilia e alla Spagna, imponendo la propria supremazia culturale e religiosa. L’Occidente risponde con la calata dei Normanni, che dal Nord soggiogano gran parte d’Europa, e assorbono invece il patrimonio culturale romano-cristiano. In queste grandi migrazioni militari i popoli subiscono di volta in volta gli influssi dominanti. La Chiesa può dettare i suoi criteri (ancorché fortemente influenzati dal “mondo”, cioè secolarizzati) in Occidente mentre l’Islam li impone, o diffonde spesso senza stroncare le culture locali, nei territori conquistati. L’Islam raggiunge comunque altissimi livelli di civiltà, in relazione ai tempi: nella legislazione, sempre ispirata al Corano, nelle arti, nelle scienze, assorbendo anche in gran parte la cultura greco-romana che trova in Oriente e, paradossalmente, conservando testi che in Occidente vanno perduti. Una civiltà quindi non più barbara, probabilmente assai meno, di quella che domina in Occidente negli stessi secoli VIII-XIII.

Sono secoli in cui la scelta di fede individuale è un privilegio che possono permettersi pochi spiriti liberi; per la gran parte degli uomini e delle donne essa è un’eredità legata alla cultura del paese in cui vivono e da cui raramente possono muoversi. La pratica dei pellegrinaggi (Compostela, Roma, Gerusalemme) rompe per pochi il vincolo che lega al luogo di nascita; le guerre e le migrazioni di eserciti  ed i mercanti fanno circolare persone e idee.

Una prima divisione nella Chiesa appare come conseguenza della divisione politica dell’Impero, che sopravvive in oriente fino al 1400. La Chiesa orientale, già inclinata all’indipendenza da Roma per la presenza dell’Impero a Bisanzio, mantiene una sua autonomia organizzativa e gerarchica che di fatto la divide da quella occidentale, al di là del fatto che la fede professata è la stessa; non c’è quindi eresia ma c’è scisma. La Chiesa orientale resta legata al potere imperiale, mentre quella occidentale oscilla tra la soggezione e l’indipendenza, resa incerta anche dalla rivalità dei principi e re cristiani occidentali eredi del sacro Romano Impero di Carlo Magno.

Le Chiese locali occidentali, che sono fedeli all’autorità del Papa, sono tuttavia soggette sia alle restrizioni dovute ai regimi assoluti, sia alla partecipazione in qualche forma alla gestione stessa del potere, che sente ancora fortemente l’autorità morale della religione cristiana, in cui tuttavia la prassi evangelica è spesso stravolta e resa parziale; l’ignoranza del popolo favorisce una adesione acritica a precetti che privilegiano il rispetto dell’ordine costituito e la conservazione di privilegi  rispetto ai cardini della fede cristiana. Voci dissonanti nel popolo cristiano e nei religiosi ci sono, e subiscono o la repressione dell’autorità o superano, attraverso la santità dei protagonisti, le opposizioni e gli scetticismi. Figura emblematica è San Francesco, che riporta l’attenzione ai valori evangelici radicali risvegliando nel suo tempo un nuovo fervore di fede. Altre voci, forse non abbastanza pure, o per circostanze sociali diverse, sono represse e sconfitte: Giovanni Huss, Bruno, Savonarola…

Secondo alcuni spiriti critici, come Lutero, il Papa storico (Leone X) incarna l’Anticristo. Ma un atteggiamento ugualmente critico ha tenuto, due secoli prima, Dante Alighieri.

Lutero potrebbe essere un innovatore, ristabilendo l’attenzione della gerarchia verso la predicazione del Vangelo e la sua testimonianza; ma la sua protesta (poi riconosciuta già in parte legittima da Concilio di Trento, e recentemente in gran parte riabilitata, riconoscendo l’errata posizione della Chiesa cattolica del tempo, da quello Vaticano II) diventa veicolo di opportunismi politici, e lo scisma diventa insanabile. La politica si impossessa delle ragioni della fede e ne fa uno strumento di divisione sanguinoso, con la triste guerra dei trent’anni. Le divergenze prevalgono sui motivi di unità,  e Calvino e Zwingli portano alle estreme conseguenze la scissione luterana creandone nuove e più radicali, in Francia, Svizzera, Scozia ecc. In Inghilterra Enrico VIII separa la chiesa inglese da Roma per motivi politici e personali. L’Europa e le sue radici cristiane si frammentano non soltanto politicamente ma anche nella fede e nella prassi religiosa. Una Chiesa che ha spesso abusato della sua autorità viene punita non con l’abbandono della fede ma con il suo spezzettamento; una fede cristiana anche se con modifiche dottrinali (oggi ammettiamo, in buona parte non tutte contrarie ai Vangeli e alla tradizione apostolica) è ancora utile a tenere uniti i singoli popoli.

La politica, il desiderio dei principi tedeschi di cambiare le regole della successione imperiale, ad esempio, ha giocato un ruolo determinante nel gonfiare le discordie in rotture.

Ancora la politica, la preoccupazione di re cattolici di mantenere intatto e di accrescere il proprio potere, suggerisce le vergognose imprese della Inquisizione, che troppo spesso minimizziamo come frutto della mentalità del tempo. E lo stesso per le conversioni forzate dei popoli del mondo che si apriva alle esplorazioni ed al dominio europeo. Come siamo lontani dalla preoccupazione dei primi cristiani circa la liceità del mestiere delle armi! Se c’è un motivo di credere al destino eterno della Chiesa, è per me l’essere sopravvissuta a tanti orrori commessi o giustificati, piuttosto che essere sopravvissuta alle persecuzioni che invece l’hanno irrobustita. Per questi errori ed orrori Giovanni Paolo ha chiesto perdono all’umanità; purtroppo tanti uomini di chiesa hanno deprecato questo omaggio alla verità e all’umiltà. Oggi, purtroppo, alcuni, troppi uomini di chiesa si comportano non molto diversamente, fatte la debite differenze, con quelli che nei secoli passati hanno generato lutti, divisioni e crudeltà.

“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei...” (Mt 23), credo sia una ammonizione che sia valida anche nella Chiesa di Cristo, non è, come tutti i precetti di Gesù, qualcosa legato alla circostanza ed al tempo. Possiamo contare sull’ispirazione dello Spirito, che gli scribi ed i farisei non avevano (ciechi e guide di ciechi,  Mt 15,14). Ma resta purtroppo nella gerarchia e in tanti cristiani la preoccupazione per il destino temporale della struttura della Chiesa, che fa perdere di vista spesso il Regno di Dio, e soprattutto il fatto che il Vangelo è buona notizia per tutti gli uomini, non pretesto di privilegio per quelli che ne dichiarano il rispetto per poi spesso dimenticarsi di praticarlo (Lc 6,39).

Per questo l’affermazione di Croce può essere considerata falsa. Se dirci cristiani è sinonimo di bagaglio culturale e intellettuale d’insieme, il dirci cristiani non è tanto motivo di orgoglio quanto di preoccupazione, proprio per gli aspetti negativi che hanno contribuito alla formazione della civiltà europea. Rivendicare radici cristiane porta con se gli aspetti buoni della nostra civiltà ma non può nascondere gli orrori commessi nei secoli all’ombra della Croce.

 

4.  La modernità.

Con gli enciclopedisti, la rivoluzione borghese americana e quella giacobina francese i princìpi dell’assolutismo sono scossi e ribaltati. La ragione riprende il suo posto, in qualche caso troppo prepotentemente, con eccessi anche qui obbrobriosi. Ma non vedo la rivoluzione francese come un segno di barbarie, giudicandola  per i suoi eccessi (tesi di Mario Messori). Altrimenti come potrei accettare che la fede cristiana sia giunta a noi attraverso tante ingiustizie, storture e prevaricazioni?  Solo perché è parola di Dio, al di là della ignoranza e  malvagità degli uomini? Ma anche “libertè, fraternitè, egalitè” sono principi umani e cristiani essenziali. Non le storture che ne sono nate nel metterli in pratica, negandoli nei fatti.

Nasce invece un principio per noi moderni essenziale, la separazione tra fede e politica, rimediando all’errore di Teodosio di dodici secoli prima. Nasce anche la separazione, con Cartesio, tra scienza e fede. Separazione non vuol dire incompatibilità o paratie stagne. Vuol dire che si parla di cose diverse, e questo è un principio del Vangelo mai abbastanza ascoltato (Date a Cesare quel ch’è di Cesare, Mt 22,21). La Fede ha il primato perché ci addita il significato vero ed ultimo dell’esistenza; la scienza, la politica, le arti, l’economia, ci aiutano nell’esistenza stessa, per i credenti  illuminate dalla Fede. La Fede non possiamo imporla a nessuno, possiamo solo praticarla e viverla, testimoniandola agli uomini con l’esempio e la coerenza, e nonostante le nostre incertezze e debolezze, che sono anch’esse accettabili alla luce della nostra fede, mentre sono condannate dalla fede laica che spesso non ammette pentimento, ed è perciò aggirata con l’ipocrisia. Ma ugualmente dell’ipocrisia tanti cristiani sono vittime, proclamando ad alta voce ciò che in segreto disprezzano nei fatti (Mt 23, Lc 6,39).

Qual’è allora il compito del cristiano, divenuto minoranza nel mondo moderno? e prima di tutto, perché il cristiano è minoranza oggi e non lo era nel mondo post-imperiale? Mi pare che da quanto abbiamo detto, risulti evidente. I cristiani erano la maggioranza perché i non cristiani erano perseguitati o emarginati dal potere, che usava la religione come mezzo di dominio (assieme ad altri mezzi). Oggi essere cristiani è una scelta, non un obbligo. È una scelta faticosa, perché siamo soggetti al fascino paganeggiante della vita moderna, piena di distrazioni e passatempi che tendono a farci dimenticare le domande essenziali della nostra esistenza, quelle ragioni vere ed ultime.

Paradossalmente, quando la modernità si interroga su queste, viene presa dall’angoscia di non saper rispondere o dà risposte umilianti per l’umanità,  prendendosela anche con Dio che tace. Ecco, noi possiamo dirci cristiani non per l’eredità culturale europea, ma perché sappiamo che Dio non tace, ci ha parlato per bocca di Cristo e ci parla attraverso lo Spirito. Ci riportiamo cioè alle ragioni essenziali, sconvolgenti e strabilianti che hanno affascinato e “convertito”, cioè fatto invertire la marcia, ai primi cristiani e a tutti coloro che successivamente hanno veramente creduto in Cristo Dio. A qualunque popolo della terra appartengano, come ci ha indicato Gesù. A qualunque cultura facciano riferimento, se accettano il Vangelo. Non dobbiamo costringerli alle nostre idee e alle nostre prassi politiche, sociali ecc. Ognuno deve praticare il vangelo nel suo contesto culturale, con tensioni, domande, possibili contraddizioni, come hanno fatto i primi cristiani nell’impero romano. Successivamente, la commistione di religione e potere ha portato ad oscurare in molti tempi e in molti uomini il significato vero della Buona Notizia. Oggi vediamo più chiaramente, ma ancora siamo condizionati da una cultura in cui perfetti atei (es. Pera) si fanno paladini dei valori cristiani (o di loro scimmiottature) per mero opportunismo, e contrabbandano le sovrastrutture sociali e culturali confondendole con il Vangelo stesso.

 

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