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L'errore primordiale

 

Vi è un errore fondamentale, direi decisivo, nel pensiero occidentale: quale? Seguitemi e lo scoprirete.

 

La storia del pensiero, in occidente, è estremamente articolata. Dal sesto secolo a.C. ad oggi si è pensato tutto e il suo contrario, assemblando e intersecando concetti, idee e sistemi alla ricerca della Verità assoluta. Ciò non è affatto una novità nella storia dell’uomo poiché tutti i popoli, ognuno a modo suo, hanno fatto lo stesso.
La caratteristica che ha reso la filosofia occidentale un’anomalia rispetto alle altre è la sua prolificità. Un’enorme mole di volumi riempie le biblioteche occidentali, ed il pensiero puro vi fa la parte del leone. Dalle riflessioni parmenidee sull’archè, il principio, si dipanarono le prime ipotesi ontologiche, e da lì si ebbe subito la percezione di un irriducibile conflitto tra la logica che governa la dimensione intellettuale e l’apparentemente contraddittorio divenire dei fenomeni testimoniato dai sensi. I successivi filosofi del V e del IV secolo a.C. tentarono di risolverlo variamente ma mai in maniera del tutto convincente, tanto che la questione rimarrà centrale in tutta la storia del pensiero occidentale, dalla scolastica al novecento. Già verso il termine del periodo ellenistico queste questioni fondamentali vennero accantonate per privilegiare i problemi legati all’uomo, con la conseguente nascita dell’etica e delle filosofie morali. Solo con Platone si raggiunsero livelli elevati di speculazione filosofica, tanto che egli rimarrà un tale punto di riferimento per i secoli a venire da far dire a qualcuno che “tutta la filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone”.
L’espansione del Cristianesimo, successiva alla caduta dell’impero romano, diede i natali alla filosofia scolastica, che fu un imponente ripensamento dell’intero pensiero greco, rielaborato alla luce delle domande poste dalla nuova religione, dei dogmi da essa imposti e della rivelazione da essa trasmessa. L’umanesimo e il rinascimento riscoprendo i classici, Plotino e il neoplatonismo inaugurarono un nuovo corso, che presto declinò e lasciò spazio al razionalismo e al dualismo cartesiani, sull’ onda dei quali il pensiero si sviluppò in maniera massiccia nel seicento e nei secoli successivi, secoli che videro la nascita dei grandi sistemi filosofici moderni: l’empirismo, il razionalismo, l’utilitarismo, il romanticismo, l’idealismo, il materialismo, il positivismo e via via tutti quelli che ci hanno portato fino a Nietzsche, il quale con il concetto di nichilismo ha di fatto posto fine alla speculazione rivolta alla ricerca della verità assoluta e dell’ordine universale. Da allora quella che inizialmente era stata una disciplina unitaria e onnicomprensiva e che già con Aristotele aveva cominciato a perdere pezzi si è divisa in mille rivoli diversi, smarrendosi nelle varie specializzazioni della filosofia analitica che riguardano ognuna aspetti particolari della realtà. È curioso ad esempio notare che la scienza, che in origine era tutt’uno con la filosofia, successivamente ne sia uscita divenendone indipendente, ed ora ci ritroviamo con una disciplina che si chiama filosofia della scienza: il completo ribaltamento dei ruoli.
Questa a grandi linee la storia del nostro pensiero, che oggi ci costringe a fare i conti con una totale perdita di senso e di valori, con un relativismo spinto all’eccesso, con un individualismo esasperato, fatto di filosofie personali ed etiche individuali che alimentano contrasti e intolleranza. Alcuni, non si sa quanto in buona fede, tentano di spacciare questo come il migliore dei mondi possibili, ma a chi non vuole chiudere gli occhi davanti alla realtà appare per quello che realmente è, anche se non riesce a farsene una ragione.
E allora dov’è l’errore? Anche in questo caso, come capita quasi sempre, è all’origine. L’errore primordiale del pensiero occidentale sta nell’aver confuso i concetti di caos e cosmos, ribaltandone i ruoli. Fino ad ora abbiamo sempre pensato che dal caos inteso come disordine fosse scaturito il cosmos inteso come ordine: ebbene, è il contrario. Noi viviamo nel mondo del caos, del disordine, dell’imperfetto, mentre proveniamo dal cosmos, che è uno e quindi ordine assoluto e irriducibile. Non so chi sia stato il primo ingenuo a credere che il tutto assoluto, il nucleo fondante dell’universo da cui secondo gli scienziati è partita l’esplosione a seguito del big bang (mi limito qui per semplicità a considerare solo il punto di vista materiale, ma ad esempio dal punto di vista metafisico le implicazioni sono ben più vaste e profonde) fosse come una specie di solaio in cui erano accatastate le stelle e i pianeti e le galassie in modo disordinato prima che un’esplosione mettesse ordine, ma so che costui ha avuto numerosi emuli nel corso di duemilacinquecento anni di storia del pensiero.
A pensarci un attimo, neanche tanto, dovrebbe essere ovvio che due di qualunque cosa creano più disordine di uno, e definire quindi milioni di milioni di stelle e pianeti ordine (o cosmos), e un solo tutto disordine (o caos) pare una follia. Eppure…
Questi concetti, come inizialmente concepiti, hanno portato tutta la filosofia, e non solo quella ma il pensiero in generale, a considerare la realtà come tendente per natura ad un ordine sempre più perfetto, ad elaborare sistemi ed utopie per tentare di rappresentarlo e a privilegiare l’azione e la velocità per raggiungerlo più in fretta. L’adozione di un tempo lineare anziché ciclico può aver contribuito a confondere le idee, dando l’impressione di un “andare avanti” verso una destinazione che di fatto non esiste, e l’invenzione del calendario da parte della Chiesa che pone come punto d’inizio della storia la nascita di Cristo e di conseguenza colloca in un ambito temporale la venuta del “regno di Dio” e la resurrezione dei morti ha vieppiù ingarbugliato queste immagini, che in essenza rimangono vere. Sia come sia i sistemi fallivano uno dopo l’altro, smentiti clamorosamente dai fatti o dalle loro intrinseche contraddizioni, eppure questa idea non è mai venuta meno tanto è vero che ancora oggi corriamo come forsennati, sempre più velocemente, in “progresso” verso un mondo ideale che nessuno (tranne forse Fukuyama) si azzarda più a descrivere ma che tutti assicurano esserci. Se ci rendessimo conto che già stando fermi andiamo verso il disordine forse sarebbe più facile capire che la soluzione è la lentezza, non la velocità.
Se l’unità è ordine e la molteplicità disordine, la cosa da fare è ricondurre tutte le cose ad una, che non vuol dire fonderle materialmente, come potrebbe pensare qualcuno, ma ricondurle a quel principio che abbiamo visto essere unico; e privilegiare l’unità in tutte le cose. A mero titolo esemplificativo si possono, dal punto di vista sociale, gettare alle ortiche tutte quelle teorie sulle società multiculturali o multietniche che, fra l’altro, sono state già abbondantemente contraddette dai fatti. Dal punto di vista della fisica si comprende meglio il secondo principio della termodinamica, che ha come corollario la legge dell’entropia. Dal punto di vista biologico si possono ribaltare i valori del darwinismo e ritenere gli animali al vertice dell’evoluzione, in un mondo che tende al disordine, peggiori di quelli meno evoluti: quindi l’uomo avrebbe i suoi bei problemi, e l’uomo occidentale in modo particolare.
Del resto lo scempio che sta facendo del pianeta depone largamente a favore di questa tesi mentre quella opposta, che nell’ottocento considerava l’uomo europeo al vertice dell’evoluzione e quindi il migliore di tutti gli uomini, è stata abbandonata dopo aver visto gli orrori del razzismo, del nazismo e la seconda guerra mondiale, sospendendo ipocritamente il giudizio di valore sulle scoperte scientifiche. Si possono ovviamente adottare punti di vista etici, così dibattuti e contrastanti in questi ultimi anni alla luce dei nuovi ritrovati delle biotecnologie, privilegiando l’unità, che è ordine e quindi va identificata come bene, e penalizzando la molteplicità, considerata come disordine e quindi male. E qui il mondo della scienza, così teso alla ricerca per la ricerca, all’analisi indefinita, alla dispersione nella materia, alla parcellizzazione delle discipline e delle teorie che si annullano l’una con l’altra dovrebbe fare i suoi begli esami di coscienza. E la filosofia, che dopo aver rifiutato la metafisica si è avvitata nel corso dei secoli in una spirale da cui non riesce ad uscire può ripensare se stessa e riprendere dignità.
È chiaro che l’unità si può perseguire solo a livello spirituale (che non vuole affatto dire psichico), poiché più si scende nella materia e più si entra nel regno dell’estensione, della quantità e quindi del molteplice. Un’unione realizzata solo a livello materiale non sarebbe affatto tale ma il suo opposto, l’uniformità. Ad esempio, per citare ancora Fukuyama e i suoi epigoni, il progetto di una democrazia mondiale basata esclusivamente sul soddisfacimento dei bisogni materiali tipici della società dei consumi sarebbe un bel campione di questa uniformità (o pseudounità) e quindi nel suo ambito il massimo del disordine. Progetto che nella sostanza è quello del marxismo, con l’ unica variante dei diversi mezzi per realizzarlo. E da ultimo, ma solo per meglio evidenziarlo, dopo aver dato ad ogni sorta di Cesare anche quel che non gli spettava, l’uomo occidentale può tornare a dare a Dio quel che è di Dio.Essendo l’Uno assoluto, il tutto da cui niente è separato, l’unità per eccellenza che trascende tutti i dualismi, Dio tornerebbe ad essere la stella polare del navigante, il punto di riferimento imprescindibile di tutto il pensiero e l’attività umana.
Insomma come si può facilmente notare gli sviluppi sono indefiniti e indefinitamente modificabili, coerentemente con il mondo del divenire (o del caos) in cui si trova il nostro stato di esistenza. L’importante è non perdere mai di vista il principio metafisico dell’uno assoluto e immutabile cui sempre bisogna fare riferimento e da cui non si può prescindere.
Il dado è tratto: si ricomincia a pensare. Ora tocca a dotti, medici e sapienti.

 

   Donquixote

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