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L'etica della solidarietà tra vecchie ed inedite sfide.

Di Domenico Annunziato Modaffari - Marzo 2010

 

 

Le recenti indagini dell’Istat e della Banca d’Italia nonché gli studi dei più autorevoli centri di ricerca italiani segnalano che il nostro Paese ha un grado di disuguaglianza di reddito superiore alla media europea, mentre la ricchezza netta presenta una distribuzione ancora più diseguale.
Gli indicatori di diseguaglianza e di disagio economico sono significativamente peggiorati soprattutto a causa della stagnazione dei redditi: la serie storica delle indagini Banca d’Italia ci induce a pensare che la crescita zero dei redditi reali delle famiglie non è un episodio recente, ma ha una sua genesi risalente nel tempo e il carattere endemico di questi squilibri mette in forte discussione il dovere inderogabile della solidarietà, soprattutto in un’epoca come la nostra dominata da un senso pervasivo di impotenza e di incertezza che ci porta a vivere il mondo come una minaccia e non come una opportunità.
Questo modus vivendi è il segno visibile della cultura moderna fondata sulla logica del capitalismo consumistico, sul perbenismo ostentato, sulla promessa del futuro come redenzione laica e sulla spinta ad un utilitarismo esasperato legato all’onnipotenza dell’ideologia neoliberista che permea ogni ambito dell’esistenza. Tutto ciò favorisce l’erosione di un’etica della responsabilità e segna il crepuscolo della cultura del dono e della solidarietà.
In una società in cui i legami sono vissuti come vincoli o come costrizioni, come forme di oppressione da cui liberarsi, la competizione ha preso il posto della solidarietà e gli individui si ritrovano abbandonati alle proprie risorse, esigue e inadeguate. A differenza delle reti protettive e solidaristiche del passato, tipiche del Welfare State o rispetto a quelle della “fabbrica fordista”, in cui secondo Zygmunt Bauman “l’impegno con la controparte nei rapporti capitale-lavoro era reciproco e a lungo termine, e ciò rendeva entrambe le parti dipendenti l’una dall’altra, ma al tempo stesso le metteva nelle condizioni di pensare e fare progetti per il futuro, di impegnare il futuro e di investire nel futuro”, oggi invece, è l’essere autonomi l’unica qualità sociale grandemente desiderabile.
Aristotele, infatti, contraddicendo il senso comune, spiega che lo schiavo è colui che non ha legami e obblighi verso gli altri e verso la comunità in cui vive e ha il suo lavoro. La libertà non si costruisce attraverso una specie di autonomia o di isolamento individuale, ma attraverso lo sviluppo di legami, di tangibili atti di solidarietà, di generosi aneliti verso le sofferenze altrui: sono questi che ci rendono liberi e responsabili.
Come suggerisce il dettato della nostra Carta costituzionale, è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona e parimenti preparare i cittadini al futuro dando loro fiducia e affrancandoli dalle necessità materiali.
Per realizzare ciò, occorre riformare radicalmente il modo in cui investiamo all’interno delle nostre società, promuovendo lo sviluppo di duraturi legami comunitari, incrementando il tasso occupazionale, rendendo il lavoro e la dimensione familiare compatibili tra loro, incoraggiando una stabile integrazione dei disabili e di chi soffre a causa di miseria e malattia ed educando soprattutto i giovani alla cultura del dono, al senso della solidarietà, intesa come principio e guida della vita sociale, come valore supremo nell’espletamento dei doveri civili.
Recepire la solidarietà come valore fondamentale e come dovere costituzionale inderogabile ha come logica conseguenza la netta affermazione del primato del diritto sull’economia, del rispetto delle norme giuridiche (soprattutto quelle in materia fiscale) sulle leggi di mercato e il potenziamento di quegli strumenti che consentano un’effettiva e sostanziale applicazione di tale valore.
Come corollario di questa impostazione l’art. 53 Cost. che richiama l’art. 2 afferma che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, prevedendo un obbligo universale di partecipazione alle spese dello Stato secondo il criterio di progressività e per la concreta attuazione del principio solidaristico.
Accanto alla solidarietà istituzionale, come dinamica del precetto costituzionale è essenziale la coesistenza di una solidarietà sociale, tipicamente legata all’interazione tra gli uomini, al soddisfacimento dei loro reciproci bisogni, alle forme di scambio tipiche delle comunità territoriali.
E in questa “comunità di destino” ogni persona è parte integrante della società e, dal punto di vista evangelico, possiamo dire che partecipa alla redenzione degli altri. Nella enciclica “Sollicitudo Rei Socialis”, Giovanni Paolo II sottolinea in maniera chiara ed inequivocabile il principio di solidarietà, definendolo “virtù umana e cristiana”.
Nella vita di Cristo è possibile scorgere un insegnamento che ci induce al rispetto del prossimo: “tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7, 12). Quindi, la solidarietà e il rispetto dell’altro, intese come principi supremi cui ispirare ogni azione, onde favorire la fratellanza tra gli uomini e le genti senza distinzione alcuna.
Anche la Massoneria, come scuola morale stimola la tolleranza, pratica la giustizia, favorisce la filantropia, promuove l’amore per il prossimo e ricerca tutto ciò che unisce fra di loro gli uomini, per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale, in una logica in cui debba trovare necessariamente spazio la cultura della felicità, il bene comune e la ragione come guida nell’agire, intese come manifestazioni del Grande Architetto dell’Universo.
Come sostiene autorevolmente il Gran Maestro Gustavo Raffi “noi coltiviamo, attraverso la difesa di valori come la libertà, la fratellanza e l’eguaglianza, una cultura che ha il suo centro pulsante nell’emancipazione e nell’affrancamento dall’ingiustizia e dalle tenebre del dolore”.
Il nostro stesso ordinamento giuridico ha sviluppato i meccanismi di garanzia dei diritti e delle libertà lungo la direzione segnata dal principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, comma 2, Cost., interpretato come norma dinamica, nella quale i criteri di solidarietà e sussidiarietà, implicano necessariamente la partecipazione dei singoli ed il coinvolgimento delle autonomie sociali ed istituzionali nel perseguimento dei fini costituzionali e nel rafforzamento di un modello universalistico di Welfare state, fondato sul giusto riconoscimento del carattere inviolabile dei diritti sociali, sulla dimensione della partecipazione di tutti i cittadini e degli attori istituzionali nella ricerca del bene comune.
Si capisce, allora, come una lettura costituzionalmente orientata della solidarietà presuppone la considerazione di un nuovo spazio giuridico che ponga al centro l’uomo, i suoi bisogni e le sue necessità e il riconoscimento pieno dei c.d. “corpi intermedi”, a garanzia di beni giuridici costituzionalmente rilevanti e in aderenza al principio di sussidiarietà verticale (il rapporto tra le autonomie locali e lo Stato) e di sussidiarietà orizzontale (la rete che mette in contatto i cittadini, le associazioni, i gruppi organizzati, le forme elementari di partecipazione all’interno di un unico territorio).
Certamente abbiamo un lungo cammino da fare prima di sperare di vivere in una società in cui gli individui riconoscano la propria autonomia e i vincoli di solidarietà che li uniscono, in un tempo nel quale “le antiche sovranità sono tramontate e le nuove non sono ancora sorte” (Ernst Jünger).
Le grandi questioni dell’esistenza legate al tema della solidarietà e della giustizia sociale, dell’eguaglianza tra generazioni diverse, le sfide della globalizzazione e della finanza transazionale, la creazione di inedite opportunità per tutti, la crescita e una più equa distribuzione della ricchezza, l’interdipendenza dei mercati e le vecchie ed inedite povertà, vanno letti con nuove chiavi interpretative.
Secondo Christopher Lasch “Il riconoscimento dell’eguaglianza dei diritti è condizione necessaria, ma non sufficiente di una cittadinanza democratica. Se non tutti hanno un pari accesso a quelli che potremmo definire gli strumenti della competenza, l’eguaglianza dei diritti non garantirà il rispetto di sé” soprattutto nella realtà sociale ed economica italiana segnata da inefficienze diffuse e fenomeni di corruzione, da un degrado delle proprie istituzioni e dall’allargarsi socialmente riprovevole e politicamente ripugnante delle disparità tra ricchi e poveri.
Per questi motivi, occorre spartire rischi ed opportunità all’interno della società nel suo complesso, promuovere la solidarietà e la coesione sociale, proteggere i membri più vulnerabili e fornire un ricco quadro di diritti di cittadinanza sociali ed economici.
Il problema sociale per eccellenza è quello di creare questo equilibrio e assicurare l’equa distribuzione delle risorse. Nelle politiche sociali, tale principio deve essere connesso a quello delle responsabilità. La solidarietà nasce da uno specifico obbligo tra i soggetti contraenti che costituiscono la società e manifesta i suoi effetti attraverso la leva della fiscalità generale, ma tutto questo discorso va oggi coniugato con lo sviluppo della democrazia e la diffusione del benessere.
Se la lotta per liberarsi dai bisogni ha portato la quasi totalità dei cittadini a una tensione solidale prima sconosciuta, oggi la forbice della diseguaglianza si è allargata a favore dei ceti garantiti che, a costo di ignorare gli strati sociali più deboli, tendono a scaricare sulle generazioni future i costi dei servizi di oggi di cui sono alle volte esclusivi beneficiari.
Ciò presuppone una necessaria redistribuzione economica e dei redditi, poiché a fronte di una disuguaglianza degli esiti finali, a chi resta indietro non si deve negare la possibilità di vivere un’esistenza soddisfacente, di aspirare a livelli migliori di qualità della vita, né si debbono sottrarre opportunità alle generazioni future, da tanto, troppo tempo penalizzate.
Tasse più basse e mercati liberi e competitivi, sono verità asserite come incontrovertibili. Si può avere benissimo più mercato e più stato sociale e se vogliamo un’economia di mercato, non dobbiamo pretendere necessariamente anche una società di mercato.

 

Domenico Annunziato Modaffari

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