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La fondazione della poesia in Hermann Broch

Di Roberto Taioli - Maggio 2014

 

  • Preambolo

  • Cieli stellati sopra di me

  • Il mito e la poesia

  • La profezia

  • L’impazienza gnoseologica

  • Il sogno

 

…Ma a Me non si rivolga nessuna
prece; io non l’odo. Sii devoto per amor Mio, anche se
senza adito verso di Me;
sia questo il tuo decoro, l’orgogliosa umiltà
che di te fa un uomo.
Ed ecco, vedi: questo è sufficiente.

 

                                                   Hermann Broch

 

Preambolo

L’opera monumentale e poliedrica di Hermann Broch è ancora in Italia poco conosciuta ed indagata (ancora inedita in italiano la sua Massenpsychologie, importante studio sulla psicologia delle masse, rimasto incompiuto). Alcune traduzioni di opere brochiane risalgono alla ormai lontana  metà degli anni sessanta e solo nei primi anni novanta è stata riproposta la versione di La morte di Virgilio, il grande romanzo che lo stesso Broch definì “come un monologo interiore e quindi come una poesia lirica”(1).
La sua opera richiederebbe uno studio approfondito per le tante e vitali questioni poste in sede filosofica, scientifica e letteraria; in questa sede intendiamo però occuparci di un aspetto della sua riflessione, peraltro solo apparentemente laterale, riguardante l’origine della poesia, il suo fondamento e il suo legame complesso e articolato con l’universo del sapere e quindi il suo intreccio con il logos e le altre forme di conoscenza che si avvalgono del discorso logico.
Premesso che l’opera di Broch e intrinsecamente non sistematica e non organica ma comunque ricchissima di spunti, sconfinamenti ed incursioni in territori alquanto diversi, utilizzeremo per la stesura di queste note, principalmente due testi brochiani che ci sembrano evidenziare feconde riflessioni sul tema della poesia: in particolare  i saggi Unità di conoscenza scientifica e conoscenza poetica(2) e L’eredità mitica della poesia(3).

 

Cieli stellati sopra di me

Non c’è poesia che nel mito, in quello spazio aurorale della coscienza ove emerge lo “strato più profondo”(4)  e la realtà ritorna ad essere incomprensibile, non più governata dalla ratio esplicativa della scienza.

Più specificatamente mito e logos, le due forme nelle quali si è espressa la coscienza occidentale tramite la poesia e la filosofia, non sono per Broch separate ed antitetiche. Alla base di esse c’è la lingua (nella tradizione sapienziale greca mythos e logos significano originariamente parola) e nella lingua tendono a fondersi in una meravigliosa sintesi nella quale risiede l’intuizione dell’apriori del proprio Io, quella “sostanza atemporale”(5)  che costringe l’uomo a volgersi    con lo sguardo verso il perenne presente e a contemplare ciò che Kant chiamava “i cieli stellati sopra di me” nella celebre affermazione contenuta nella Critica della ragion pratica.

La Bildung di Broch è armonia, equilibrio, fusione,  superamento dei contrasti, sublimazione del reale. Non casualmente B fa riferimento all’opera di Goethe che ha restituito la poesia al campo delle forze irrazionali nell’abbraccio con le forze madri animatrici del tutto.

Scrive Broch: “nel suo significato universale e goethiano il compito conoscitivo della poesia consiste infatti nel portare la conoscenza razionale al di là dei confini razionali, in una discesa verso l’irrazionale e verso le forze madri”(6).

Così nella comprensione della natura la scienza esplicita una influenza metodologica ma non risolve quel “residuo del mondo”(7) che si esibisce come irriducibile e incoercibile per via scientifica. Esso si palesa per rivelamento o, per Broch, per intuizione ed è apparentato con la base originaria dei vissuti in cui siamo calati, con l’esperienza originaria dell’esperire e del sentire che la fenomenologia husserliana ha individuato  nel terreno della Lebenswelt.

 

Il mito e la poesia

Il contrasto tra razionalità ed irrazionalità, come esso si è posto nella nostra cultura, pare a Broch privo di senso e risulta mal posto e fuorviante: “conoscenza scientifica e conoscenza artistica sono due rami di un unico tronco che è la conoscenza senza aggettivi”.(8)Entrambe tendono all’infinito, aspirano ad esplorare la totalità, senza mai raggiungerla. Tra di esse non v’è conflitto ma  interazione. Già all’origine peraltro mito e logos si ritrovavano nella comune aspirazione e missione di annunciare, di dire.

Sotto questo profilo le considerazioni di Broch sembrano avvicinarsi alle ricerche sul mito operate da Walter Friedrich Otto, per il quale  mythos è la parola che dà notizia del reale sotto forma di rivelazione e folgorazione, mentre logos è la parola che convince e rischiara, divenuta in seguito sinonimo di rigore logico e razionalità.(9)

Anche nella ricostruzione storica che Broch compie, il mito è una realtà primaria, una dimensione preconscia (vedansi gli accenni allo spazio dell’onirico, alla dialettica tra logica notturna e logica diurna governata quest’ultima  dalla sfera della usualità e della iterazione) che tende ad organizzarsi in cosmogonia, cioè in una rappresentazione e in un ordinamento del mondo.

Alla poesia è affidata la missione di rifrangere in sé la totalità di una sezione del mondo, in linguaggio fenomenologico dovremmo dire che ogni genere poetico  configura o almeno sfiora una ontologia regionale) e di depositarsi poi in una lingua.(10) L’espressione linguistica non è però un evento scisso ed isolato dal ricco e complesso tessuto che lo ha fecondato; anzi “ogni rappresentazione linguistica di una totalità reale, comunque si tenti ( o si è tentati di giungervi), deve essere fecondata dal momento poetico”.(11)

Sotteso ad ogni forma agisce, dice Broch, un soggetto di valore proiettato nel mito che conferisce il senso e configura una struttura unitaria. Anche la storiografia, se non vuole isterilirsi e sclerotizzarsi cadendo preda del particolare, deve originarsi e fondarsi come apertura al terreno poetico precategoriale, non spegnere la fiamma che introduce alla totalità.

La lingua della poesia (lingua allo stato nascente), il cui statuto è la precarietà e l’irripetibilità, è lingua del sogno; “nata dal grido di stupore, dallo sguardo fulmineo che si esprime in questo grido”(12), corre verso l’infinito, anela alla sintesi ed incontra il logos ad essa accomunato nell’itinerario teso alla dicibilità.

La lingua del mito  e del logos affronta l’ignoto, cammina nel non-conosciuto, nel non-saputo.

Ma il loro incontro può infrangersi, le strade  possono divergere anche se non  contrapporsi; la paura che l’uomo prova verso l’immensità e l’incommensurabilità e che nella poesia resta insistente, pervasivo e fragile come un palpito, la scienza vorrebbe annullare e superare in un tranquillo dominio della sicurezza.

 

La profezia

Nella loro corsa verso l’infinito mito e logos non si annientano a vicenda, non si annullano l’uno nell’altro. Però, dice Broch, si separano, si differenziano dall’unità originaria  da cui erano scaturiti, perché “il sapere profetico sembra ormai cancellato dalla coscienza dell’uomo moderno”.(13)

Pervaso dall’ubriacatura della scienza e della sua sostanzializzazione posta come chiave ermeneutica e risolutiva di tutti gli accadimenti, l’uomo è andato smarrendo la dimensione profonda dell’ascolto del suo essere espellendo dalla propria  coscienza la “profezia mitica”(14) e consegnandosi alla profezia logica, ha finito così col contrapporre ciò che all’inizio riposava nell’accordo di mythos e logos. Infatti, dice Broch, “nell’intuizione dell’infinito mythos e logos sono profondamente uniti”(15), annunciano e dicono dell’uomo e del cosmo in una visione armonica del tutto.

La crisi della scienza e la sua caduta nel riduzionismo operazionistico e calcolistico, il suo non operare più per il riscatto dell’umanità, sembrano rieccheggiare il monito di Husserl nella sua ultima opera La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (16), ove denunciava la caduta di intenzionalità delle scienze, nonostante i continui e indubbi progressi sul piano del mero operare.

Anche nel linguaggio di Broch, la profezia logica pare aver smarrito ed estromesso da sé la responsabilità etica che resta interna alla profezia mitica ovvero alla poesia. Essa ha mantenuto fede al suo telos originario di interrogazione continua, di penetrazione “in tutto ciò che è umano rendendolo umano”(17). La ricomposizione profetica (intesa come vocazione al parlare e all’ annunciare originariamente congiunti nell’unità di mythos e logos) e la ripresa del cammino non è però impossibile, perduta per sempre; ma essa non può avvenire artificialmente e, per così dire, dall’esterno del sistema scientifico.

Il risveglio dovrà nascere dall’interno se la scienza  riprenderà la sua originaria vocazione profetica riattivando il dialogo con l’uomo e l’indagine sui fondamenti dell’essere.

Se questo è l’auspicio di Broch, esso è ancora tutto da costruire nel faticoso e labirintico accadere della storia.

 

L’impazienza gnoseologica

Poiché il compito di significazione etica spetta, secondo Broch alla poesia come forma rigenerantesi del mythos, essa può disvelare pienamente la sua vocazione di impazienza gnoseologica.(18)

Senza peraltro cadere in una rinnovata forma di prometeismo sulla figura e le qualità del poeta, che risulta estranea alla sensibilità brochiana, il tema della impazienza della conoscenza pare fecondo di implicazioni sul piano etico ed estetico, rivendicando alla poesia la sua autonomia e libertà rispetto ad ogni compagine di potere.

“Ogni opera d’arte è un simbolo presago della totalità presagita”.(19)

Nelle pagine de La morte di Virgilio la poesia si innalza alla sua vocazione originaria di dire e di esplorare l’infinito. Virgilio ormai morente, conversando con Augusto che è  venuto a trovarlo per farsi consegnare il manoscritto dell’Eneide che il poeta vorrebbe distruggere perché consapevole di aver fallito nel suo compito di significazione scrivendo un’opera encomiastica prigioniera della ragion di Stato, esclama: “ Io era impaziente di conoscere … e perciò volevo scrivere tutto… questa, infatti, è poesia; ahimè, essa è impazienza di conoscere, questo è il suo desiderio; e più oltre essa non riesce a penetrare…”.(20)

La poesia fallisce quando rinuncia al suo compito gnoseologico infinito consegnandosi alla forza degli apparati e quindi subordinandosi al potere. Essa in tal modo muore a se stessa; si legittima invece nell’esplorazione del residuo del mondo, nella rivelazione di ciò che solo in essa può essere rivelato.

 

Il sogno

Interessanti, pur se rapsodiche, le considerazioni brochiane sul sogno e la dimensione dell’onirico cui la poesia si apparenta.

Il sogno “questo quotidiano mito di tutti i giorni e di tutte le notti”(21), introduce una logica notturna accanto a quella diurna. La logica notturna del sogno sprigiona l’attimo lirico, opera uno straniamento illogico con il suo procedere a zig zag e le sue aggregazioni per “tagli folgoranti”.(22)

Nell’attimo lirico del sogno l’anima procede alla riappropriazione di quell’unità andata perduta nella dispersione di mythos e logos, nella scissione operata nel cuore della parola.

Broch pare diffidente o quantomeno prudente nei confronti dei metodi di osservazione e di indagine dell’onirico, regole freudiane comprese; “al contrario il meccanismo della logica notturna è del tutto inaccessibile alla osservazione empirica diretta”(23). Se per ipotesi si pervenisse a costruire una logica onirica formale, essa si trasformerebbe in una “teoria della profezia”(24), finendo così per annichilire e sterilizzare quella anticipazione del futuro che è propria dell’impresa umana.

Se nel “nessun luogo”(25) del sogno si gioca l’evento poetico, ciò non autorizza a vedere in Broch la presenza di un automatismo tra fatto onirico e scrittura poetica. La poesia non sarebbe comunque mera trascrizione del sogno; seppur non tematizzato apertamente (ma neppure negato), il discorso di Broch lascia spazio alla ricerca di un anello intermedio, un momento di filtro e di raccordo tra il fluire del sogno e il deposito linguistico.

 

   Roberto Taioli

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci
Membro della SIE- Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano.
Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico.
Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.
Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

NOTE

1) H. BROCH, Note al Tod des Vergil, in  H. BROCH, Poesia e conoscenza, trad. it. di Saverio Vertone, Lerici, Milano, 1966, p. 337, d’ora in poi riportato  con la sigla PC.

2)  In H. BROCH, Azione e conoscenza, trad. it. di Saverio Vertone, Lerici, Milano, 1966, d’ora in poi riportato con la sigla AC, pp. 93-99.

3) PC, cit. pp. 301-315.

4) AC, p. 98.

5) PC, p. 302. Un certo platonismo nell’opera di Broch è stato individuato  da Ladislao Mittner nella sua Prefazione a H. BROCH, La morte di Virgilio, trad. it. di Aurelio Ciacchi, Feltrinelli, Milano, 1993, p. 19.

6) AC, p. 96.

7) p. 99.

8) P. 98.

9) W. F. OTTO, Il mito e la parola, in W. F.OTTO, Il mito, trad. it. di Giampiero Moretti, Il Melangolo, Genova, 1993, p. 30 e segg.

10) Per Broch la poesia lirica esprime la totalità dell’animo, il dramma la totalità di un conflitto di carattere, la novella la totalità di una situazione, il romanzo la totalità di una vita umana (in PC, p. 304). Ogni unità storica funge come una struttura al cui interno opera un soggetto di valore, una forza astratta in proiezione mitica (cit., p. 303).

11) p. 305.

12) P. 304.

13) P. 307.

14) p. 308.

15) p. 307.

16) E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, trad. it. di Enrico Filippini, Il Saggiatore, Milano, 1961.

17) p. 307.

18) p. 309.

19) AC, cit, p. 99.

20) H. BROCH., La morte di Virgilio, cit., p. 369.

21) PC, p. 306.

22) p. 306.

23) p. 306.

24) p. 307.

25) p. 305.

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