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Fukushima ovvero il crollo del paradigma nucleare

di Antoine Fratini - Marzo 2011

 

Fukushima ovvero il crollo del paradigma nucleareLe disastrose implicazioni del terremoto in Giappone impongono una doverosa riflessione sul rapporto dell’uomo con il mondo. In particolare il tema del nucleare torna prepotentemente alla ribalta a seguito dei danni subiti da alcune centrali giapponesi, tra cui quella di Fukushima, che tengono l’intera umanità con il fiato sospeso. La prima domanda a sorgere spontanea è: riuscirà l’uomo a correggere il proprio atteggiamento spericolato e a migliorare la qualità del suo rapporto con il mondo prima che sia troppo tardi? Tale domanda scaturisce da una sana emozione dettata dalla gravità dei fatti. La funzione psicologica dell’emotività, infatti, è quella di collegare la mente al Reale. Nessuno può negare che l’uomo di oggi detiene abbastanza potere per distruggere l’intero pianeta. Il nucleare è appunto uno dei simboli maggiori di quell’enorme potere atto a sfuggirgli di mano. Purtroppo, a giudicare dai suoi comportamenti e dalle sue scelte politiche ed economiche, l’uomo non pare minimamente consapevole di questa situazione. Pertanto, al momento la risposta alla nostra domanda rimane aperta, anche se gli eventi attualmente in corso nell’arcipelago nipponico incrinano radicalmente il giudizio a mio avviso largamente ottimistico rispetto alle nostre capacità di dominare la Natura e di gestire saggiamente le risorse energetiche. L’uomo moderno ha ragione di avere paura del nucleare e quindi di sé stesso. Tale paura non rappresenta il segno di una psicosi collettiva. Danni come quelli riportati dalle centrali giapponesi a seguito del terremoto fanno affiorare ed esaltano una paura assolutamente sana che corrisponde, dal punto di vista psicoanalitico, ad un tentativo di compensazione inconscia di un atteggiamento irragionevole, spericolato e a limite dell’autodistruttività.

 

Razionalmente, quel disastro era prevedibile. Si è giocato a dadi quando in Giappone si è optato per la costruzione di centrali nucleari, negando la probabilità che avvenga un terremoto di simile proporzione in un paese che pure si sapeva ad alto rischio sismico. Lo stesso discorso si applica a tutte le scelte umane mosse da quel velenoso ottimismo legato all’odore del profitto, come per esempio la costruzione di grattacieli e altre strutture vicine alle coste o ai corsi d’acqua. La possessione ad opera di Economia toglie all’uomo la razionalità del Cuore. Il ritenere di essere in grado, grazie alla tecnologia, di sfidare le complessi leggi della Natura sino a sostituirsi ad essa non è ragionevole. Nemmeno se lo si ritiene vantaggioso da un punto di vista economico. Anche un bimbo potrebbe capire queste cose. Sempre però che quel bimbo sia ben disposto ad accogliere la realtà e non faccia capricci. Di fronte alle immagini terrificanti delle centrali giapponesi in fiamme, vi sono esponenti politici ed economici che hanno il coraggio di negare pubblicamente la pericolosità del nucleare. Ma è oltremodo facile stanare il flagrante conflitto di interesse che si cela dietro a questi commentatori. Essi somigliano a clown che scambiano lo spazio pubblico per un circo. Come ho affermato altrove, le fede in Economia non ha colore né odore (1). Essa è del tutto trasversale e caratterizza la politica di Destra come di Sinistra. Tuttavia, per quanto riguarda il nucleare e le questioni ecologiche si può dire che generalmente la seconda appare maggiormente sensibile e responsabile della prima.

 

La fede in Economia asservisce la coscienza dell’uomo rendendola nella stessa occasione insensibile a quegli aspetti del Reale i cui valori non si prestano ad essere cifrati. Qualcuno il cui amore per i  numeri non è certo da dimostrare, scrisse: “Non tutto quello che conta si può contare, e non tutto quello che può essere contato conta” (2). In altri termini, si può affermare che nella nostra cultura il calcolo freddo finisce per sopprimere l’anima, non vedendo in essa che il retaggio di una psicologia infantile o arcaica. La dimensione animistica, che poggia invece sull’immaginazione profonda, non trova spazio. Quel che un Tylor e un Freud chiamavano rispettivamente “credenza nelle anime” e “pensiero magico”, ad uno studio scevro da pregiudizi culturali si rivela invece un'altra modalità di rapporto con sé stessi e con il mondo, modalità dimostratasi per millenni del tutto funzionale alla vita sociale e all’adattamento ambientale. Lo stile di vita dei popoli tribali è perfettamente ecologico. Essi concepiscono la Natura come un mondo da abitare piuttosto che da dominare. Una delle funzioni che più caratterizza la loro psicologia è la percezione e il rispetto di quella dimensione animistica che rende sacri gli esseri, i luoghi e gli eventi. Sento già le solite voci indignarsi per l’offesa recata al loro dio Progresso, come se la società umana non potesse procedere che in una sola direzione: quella tracciata da Economia. Ma gli incidenti alle centrali nucleari giapponesi mettono in crisi il nostro attuale sistema di valori e acquistano, mi sembra, una importante valenza simbolica dal punto di vista psicoanimistico. Da una parte essi richiamano l’irrazionalità del sistema economico diventato un contenitore di credenze irrazionali e speranze esagerate. D’altra parte, viene definitivamente sancita l’inadeguatezza di quell’atteggiamento eroico ossessivo che intendeva dominare la Natura (assieme all’inconscio che da sempre vi è legato)  grazie alla tecnologia.

 

Così come nessuna economia sarà mai adeguata fintanto che l’uomo non si sarà ripreso dalla sbornia del profitto, nessuna misura di sicurezza sarà mai realmente efficace fintanto che l’uomo non avrà liberato la propria anima a tale punto da consentirgli di percepire i poteri della Natura, quali appunto quelli dell’energia nucleare e del terremoto. I poteri della Natura che presso i popoli animisti sono particolarmente considerati, nella nostra cultura sono del tutto ignorati. L’uomo moderno pensa di potere risolvere i problemi derivanti dalla sua opera di desacralizzazione del mondo mediante espedienti tecnici. Egli non riesce a percepire (e nemmeno a pensare) l’esistenza di una dimensione spirituale complementare a quella fisica. Dissociato dal proprio lato percettivo, tale un Dedalo dei tempi moderni egli non può che confezionare soluzioni tecniche destinate a rivelarsi parziali, inappropriate e fonte di ulteriori problemi (3). Fino a quando quel macro-organismo tanto complesso quanto incompreso che è Gaia, la Terra, riuscirà a perdonare i suoi errori?

 

Volendo concludere con una nota positiva, diremo che nonostante il daimon economico e il predominio tecnologico, la percezione piuttosto diffusa (anche se un po’ confusa) di una Natura che si ribella è comunque un segno indicante che l’umanità non ha ancora del tutto perso la propria anima.

 

Antoine Fratini


NOTE

1) A. Fratini, La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009.

2) A. Einstein, citato in R. Louv, L’ultimo bambino dei boschi, Rizzoli 2006 p. 100.

3) Vedi il mio Dedalo e le radici mitiche del progresso (www.decrescita.it)

 

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