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Giustizia e Verità

 

Non uscire fuori di te, rientra in te stesso;
la verità sta nell’intimo dell’anima umana.
(Sant’Agostino)

 

Morale e virtù
Da alcuni secoli la morale, posta al servizio della legge, ha subito una deriva esteriore che ha prodotto la crisi del soggetto, il quale percepisce l’etica come cosa propria: mea res agitur (Seneca, Apoc., 9, 6).
Sviluppare la morale sull’asse della virtù significa - secondo il Vangelo - puntare sulla persona, mirare all’albero prima che ai frutti:

«Se un albero è buono, fa frutti buoni» (1) (Mt 7, 17-18).

Il bene è l’oggetto e il fine della morale.

«Maestro, che cosa devo fare di bene per ottenere la vita eterna?» (Mt 19, 16) chiede il giovane ricco, e Gesù l’esorta - dopo l’osservanza dei Comandamenti - a vendere tutto per dare il ricavato ai poveri onde ottenere un tesoro in Cielo. «Poi, vieni e seguimi», gli raccomanda. La domanda del bene riguarda soprattutto un bene-essere di vita che non si colloca sul piano dell’avere: «Se un uomo riesce a guadagnare anche il mondo intero, ma poi perde la sua vita o rovina se stesso, che vantaggio ne ricava?» (2) (Lc 9, 25).

Per i Greci, la virtù è potenza, o meglio potenza specifica. Così, ad esempio, se la forza di un leone è diversa da quella di un cavallo, l’eccellenza propria dell’uomo è ciò che lo distingue dalle bestie, la vita razionale indicata da Aristotele.
«Ma la ragione non basta: occorrono anche il desiderio, l’educazione, l’abitudine, la memoria... Il desiderio di un uomo non è quello di un cavallo, e i desideri di un uomo ammodo non sono quelli di un selvaggio o di un ignorante». (3) «Al livello spirituale del conoscere (ratio) e del volere (appetitus rationalis) abbiamo le virtù rispettivamente della prudenza e della giustizia. [...] Non è il sapere etico (scientia), ma quella sapienza pratica (prudentia) che abilita il soggetto a discernere e giudicare il bene da compiere in situazione». (4)

La parola giustizia, nella cultura contemporanea, varia di significato secondo l’uso che se ne fa. Rimane valida la definizione ispirata al diritto romano, formulata dal giurista Eneo Domizio Ulpiano e ripresa da Tommaso d’Aquino: la giustizia è «la costante e permanente volontà di dare a ciascuno quello che gli spetta», vale a dire riconoscere e difendere i diritti di ogni persona.

In pratica, purtroppo, non è così.

«Auctoritas, non veritas, facit legem: è l’autorità, non la verità, che fa la legge. Questo, che si può leggere in Hobbes, governa anche le nostre democrazie. Sono i più numerosi, non i più giusti o i più intelligenti, che prevalgono e fanno la legge». (5)

 

Carità e giustizia, virtù inseparabili

Senza la giustizia, che nel Vangelo prende la forma della carità, «la volontà tende al bene utile invece che al bene morale, al bene proprio invece che al bene del prossimo, al bene conveniente invece che al bene dovuto». (6)

«Come il lievito nella pasta, così la novità del Regno deve fermentare la terra per mezzo dello Spirito di Cristo. Deve rendersi evidente attraverso l’instaurarsi della giustizia nelle relazioni personali e sociali, economiche e internazionali; né va mai dimenticato che non ci sono strutture giuste senza uomini che vogliono essere giusti». (7)

Le terribili parole incise sulla porta infernale dovrebbero indurre chiunque a riflettere. L’eternità del castigo, che ritroveremo nel Giudizio universale della Cappella Sistina, è la conseguenza della tracotante opposizione a Dio dopo la creazione dei cieli e degli angeli. La caduta di Lucifero condurrà a quella dell’uomo. Poesia, pittura e musica (come, più tardi, converranno i decadenti) non fanno che ripetere: «Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate» (Inf. III, 9).

La Giustizia - dunque - mosse Dio a creare, prima ancora di tutto ciò che è corruttibile e mortale, quel luogo di perdizione. L’inesorabilità delle pene fu voluta dalla potenza del Padre, dalla somma sapienza del Figlio e dall’infinita carità dello Spirito Santo.

Benedetto XVI ha dedicato al rapporto tra giustizia e carità nell’impegno cristiano una specifica riflessione nell’enciclica Deus caritas est. Ma già S. Agostino, mentre gli stoici orientavano la vita degli uomini alla giustizia, ordinava l’osservanza della carità. Il Vangelo c’insegna che siamo tutti figli dello stesso Padre, membri dello stesso Corpo, la cui legge fondamentale è l’amore. La giustizia da sola costruisce un mondo rigido, come una casa senza focolare, ma unita alla carità illumina e vivifica. L’esercizio del diritto (su cui si fonda la giustizia) in senso assoluto e l’applicazione della legge più sul piano formale che sostanziale possono essere causa di vera iniquità, come sostiene Cicerone: Summum ius summa iniuria. (De Officiis, I, 10)

«Se la legge deve essere interpretata, la si interpreti, ma col buon senso. [...] Il gioco eccessivo della dialettica, la tortura delle parole, il contorcimento dell’ordine naturale dei fatti scoprono il proposito non di servire la legge, bensì di servirsene. Il vostro parlare - ammonisce il Vangelo - sia sì quando è sì, e no quando è no. Il di più viene dal maligno. Si applichi la legge, non secondo la lettera, ma secondo lo spirito...». (8)

Nella letteratura calabrese la giustizia assume un significato particolare. Ascoltiamo la voce del poeta.

 

La giustizia di “Mastro Bruno”

«Chi vuole stabilire la ragione deve ascoltare tutte le campane, altrimenti dov’è pianura si crea burrone e si getta la giustizia in pasto ai cani...», sostiene il poeta di Serra San Bruno, Mastro Bruno Pelaggi (1837 - 1912), «Occorre essere al disopra delle beghe e non condannare su due piedi. La passionalità è nemica del giusto e la superbia non congiunge le mani, vale a dire non procura l’accordo. E’ il testimone a fare la causa: i tribunali ci sono in quanto gli uomini sono al pari delle bestie!». Ed ecco il testo originale del poeta:

 

Cu vo’ mu stabbiliscia la raggiuni
ava ’mu senti tutti li campani,
 si no fa’ dundi vaddi undi vadduni
e la giustizzia la jietta a li cani...
Unu ha m’è superiori alli questioni,
no’ ’mu cundanna viatu li cristiani.
Di lu giustu è nimica la passioni
e la supierva non ndi jiungia mani.
La causa la fa lu testimoni...
Du riestu, pi’ cchi su’ li tribunali?
Ca l’omini su’ cuomu li ’nimali.

 

E’ tramite il dialogo sincero che avviene la ricerca la verità, che risponde alle nostre più profonde esigenze, come dimostra Socrate, l’esempio più famoso della storia.

 

Da Socrate a Gesù

Verso la fine del V sec. a.C. in Grecia nascono i sofisti, secondo i quali l’unico criterio di valore per un ragionamento è quello della sua forza persuasiva; per il danaro essi vendono la propria sapienza, parlano e scrivono con inganno.

Convinto loro oppositore è Socrate (469 - 399), il più grande educatore del mondo occidentale. Egli non insegna le proprie idee in una scuola ma nelle strade, nelle piazze e nelle botteghe ponendo l’anima a misura di tutte le cose.

Il suo metodo consiste nell’ammettere di non sapere, nel sentire il bisogno di bene che viene dal di dentro. Allora Gnoti sauton (conosci te stesso): trova la tua misura, il tuo logos, il tuo essere; chiediti che cos’è una cosa, cerca l’essenza dei tuoi atti e la definizione dei concetti.

Il momento in cui l’anima è guidata a scoprire se stessa (o meglio in cui nasce) è individuato nel sincero dialogo. Con esso Socrate guida l’anima del fanciullo a partorire (maieutica), a trovare in sé le risposte alle domande che pone con insistenza. L’uomo, dunque, può conoscere la verità solo se la cerca.

La vita di molti filosofi è stata accompagnata da persecuzioni ed accuse. Così, anche per Socrate giunge la punizione che significa soprattutto condanna della nuova cultura e del movimento che a questa s’ispira. Il testo della sentenza recita: «Socrate è colpevole di essersi rifiutato di riconoscere gli dei riconosciuti dallo Stato e di avere introdotto nuove divinità. Inoltre è colpevole di avere corrotto i giovani. Si richiede la pena di morte». Ma il filosofo non si scompone e prende dignitosamente il veleno che lo schiavo gli porge. E come ultimo dovere sussurra all’amico più caro: «Ricordati, o Critone, che siamo debitori di un gallo ad Asclepio, restituiscilo per mio conto, non dimenticarti». Per un momento di pausa, scegliamo una caratteristica interpretazione della verità.

 

Intermezzo... lapalissiano

Giacomo Chabanne de la Palisse fu un prode cavaliere e grande capitano di Francesco I. Con questi partecipò alla battaglia di Pavia, durante la quale il 24 febbraio 1525 venne colpito a morte dallo spagnolo Butarzo, dopo che gli era stato ucciso il cavallo. Secondo la tradizione, i suoi soldati gli composero una canzone che incomincia:

 

Monsieur de La Palice est mort,
mort devant Pavie;
un quart d’heure avant sa mort,
il était encore en vie.

Il signor de La Palisse è morto,
morto davanti a Pavia;
un quarto d’ora prima della sua morte,
era ancora in vita.

Per verità lapalissiana s’intende una cosa molto logica, ben diversa dall’autorevolezza evangelica.

 

Gesù e Pilato

«Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re?. Rispose Gesù: Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità? ». (9)

Si può considerare una bestemmia identificarsi con Dio: Omnis qui est ex veritate, audit vocem meam.

Dicit ei Pilatus: Quid est veritas?. L’affermazione folle e pesante: Io sono la verità (Gv 14, 6) comporta la condanna a morte, non lo sarebbe stata la presentazione come Messia.

Sant’Agostino, anagrammando la domanda di Pilato: Quid est veritas, avrebbe individuato la risposta: Veritas est vir qui adest. L’esperienza di fede,  in Cristo e nella Chiesa, fa incontrare la verità. Ma ciò non è tutto!

Alla domanda se dire Dio-verità vuol dire porre come verità il mistero della vita, il noto filosofo Emanuele Severino precisa che «quando il Cristianesimo parla di verità e dice: la verità è Cristo, e Cristo è il figlio di Dio, quando il Cristianesimo usa la parola verità, non la inventa il Cristianesimo. [...]   Il Cristianesimo attribuisce alla fede i caratteri che la filosofia greca ha attribuito a quella che Aristotele chiamava filosofia prima, la  proto-philosophia, cioè verità». (10) Ed ancora: «... Per il Cristianesimo la creazione è creazione dal nulla? Questo nihil, questo nulla non è inventato dal Cristianesimo, ma sono i Greci per primi a pensare, in un senso assolutamente radicale, il senso del nulla». (11)

A questo punto, non essendo il luogo e non avendo l’intenzione per dissertare (compito che rimando ai filosofi!), concludo con lo stesso Severino, che la verità non è mai stata trovata perché l’abbiamo sempre.

Afferma il Vangelo: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 32).

 

   Domenico Caruso

Pubblicato sul mensile "La Piana" di Palmi-RC - Anno VIII, n.12 - Dicembre 2009

 

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NOTE
1) Parola del Signore - La Bibbia - trad. interconf. - Elle Di Ci, TO e Alleanza Biblica Univ., Roma - 1985.

2) Dalla Bibbia interconfessionale, citata.

3) André Comte-Sponville, Piccolo trattato delle grandi virtù - (Dall’introduzione) - Corbaccio - MI, 1996.

4) Dall’articolo per Servizio della Parola (Marzo 2006) di M. Cozzoli - Per gentile concessione dell’Autore.

5) André Comte-Sponville, Piccolo trattato delle grandi virtù - Ed. Corbaccio, MI - 1996.

6) Ancora  dall’articolo del rev. prof. di Teologia Morale Mauro Cozzoli.

7) Catechismo della Chiesa Cattolica - (al n. 2832) - Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano - 1992.

8) Giovanni Albanese, Il punto - Cittadella Editrice, Assisi - 1981.

9) Il Vangelo di Gesù - Ed. Istituto S. Gaetano - Vicenza, 1977.

10) Da: Emanuele Severino, Che cos’è la verità? - Il Grillo (8/12/1997). Sito Internet: emsf.rai.it.

11) Da: E. Severino, sopra citato.

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