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Sull'inevitabilità della fine

Di Riccardo Rossi Menicagli - Ottobre 2015

 

Presto arriverà la notte.
Indichiamo e temiamo anche solo l’indicazione stessa del terminare individuale, ma in realtà il terminare è sempre collettivo, molteplice e totale.
Poiché medesima è la coscienza, conoscenza, percezione singola ed individuale che altresì crea pure la sensazione, la concretizzazione del possibile terminare molteplice, plurimo, seppure percepito anch'esso esclusivamente come un singolo ma totalizzante concludere e concludersi.
Infatti adesso esistiamo soltanto noi.
Intorno e dentro di noi si dispiega solamente il nostro magnifico, irripetibile, individuale sogno.
Ma siamo comunque assillati, siamo tormentati dal progressivo incedere, dal progressivo approssimarsi della ineludibile fine individuale.
Fine individuale che tuttavia può possedere una sua logica stringente, solo se ammetteremo, definitivamente e senza ulteriori titubanze, la non auspicabile ma sempre possibile evenienza di una molteplice, simultanea fine dell’umanità considerata nella sua totale moltitudine.
Fine dell'umanità intesa quindi proprio come concomitante cessazione dell’esistenza di tutti gli esseri umani.
Il non respingere aprioristicamente questa semplice anche se spietata ammissione, liberarla, affrancarla dalle secolari manipolazioni divinatorie e metafisiche, fino a qui supinamente accettate, potrebbe per lo meno contribuire a rendere tutto questo più accettabile.
D’altronde è continuamente sotto i nostri occhi il fatto che la fine individuale potrà, come già in parte avviene, essere dilazionata sempre di più nel tempo, avendo cura di tutelare e migliorare, all'interno anche del corso finale della nostra vita, pure gli aspetti non di mera conservazione, riuscendo perciò a confezionare materialmente tracciati individuali fisici ed esistenziali che saranno più che decorosi ed addirittura persino gratificanti.
Poi con il procedere dei decenni a venire la singola durata della vita umana si protrarrà talmente a lungo che si alimenterà il legittimo dubbio di potercela fare, di potere riuscire a sconfiggere nientemeno che la sua angosciante finibilità.
Eppure anche se e soprattutto in virtù dell’utilizzo degli straordinari mezzi ed evoluzioni tecniche che incessantemente si profilano all'orizzonte (un orizzonte scomposto e ricomposto in un continuo mutamento che dinnanzi ai nostri occhi appare inarrestabile), la nostra esistenza dovesse effettivamente appropriarsi di una sorta di possibilità pro tempore indefinita (priva quindi degli attuali confini e limitazioni), crediamo, forti unicamente della sufficiente dignità insita nel solo fatto del formarsi, dell'intellettivo definirsi di questo nostro pensiero che, con ragionevole probabilità, tutto ciò sarà ininfluente sull'intuitivo ma tracciabile destino negativo, complessivo e definitivo del genere umano.
Perché è riscontrabile, se desideriamo veramente cercarla, se desideriamo veramente vederla, nel nostro stesso patrimonio genetico e comportamentale, l'intima volontà individuale e simultaneamente molteplice di voler finire.
Se verrà attenuata o neutralizzata la parte fisicamente molecolare di questa volontà, rimarrà in ogni caso intatta quella innata, insopprimibile aspirazione, appunto intellettuale e spirituale, di poter e voler terminare, volontà che è poi speculare e parallela all'attuale, progressivo e naturale decadimento del percorso del nostro singolo microcosmo fisico.
Aspirazione di terminabilità che proviene coerentemente dal debito non saldato verso la straziante (nel mnemonico, concreto dipanarsi evolutivo dei ricordi), enormità numerico quantitativa di esistenze umane a noi similari trascorse e concluse soltanto per condurci (talvolta anzi principalmente in maniera inconsapevole, ma questo aspetto non è poi così centrale ed importante) dove ora noi siamo e dove a quel punto noi saremo.
Per cui se renderanno impossibile od estremamente diluibile nel tempo l’atto dell’individuale concludersi, noi sapremo ugualmente, statene certi, porre termine definitivamente e totalmente alla parzialità del nostra singola, individuale entità, attraverso la nostra generale fine come moltitudine.
L’ipotesi esiste e deve essere considerata attentamente senza farsi travolgere dalla legittima paura che deve naturalmente e logicamente scaturire anche nel solo atto cognitivo di prenderla in considerazione questa inquietante ipotesi.
Ipotesi che nonostante abbia nell’oggettivo pericolo rappresentato dal rapido concretizzarsi di sovvertimenti climatici (peraltro nella grande parte basati sul proliferare dei rapidissimi degradi ecologici innescati dall’uomo), una sua ragion d’essere primaria, perché più facilmente vedibile ed avvertibile, rimane invece quella della tragica ipotesi di un annientamento da olocausto nucleare, l’estrinsecazione dell’eventualità più immediata e concreta del nostro terminare, del nostro terminarsi ed estinguersi vicendevolmente tra umani.
Annientamento e fine dell'umanità procurata quindi dall'umanità stessa che a dispetto del pensiero di molti, è un annientamento non facilmente esorcizzabile ed è infatti più realistico e possibile di quanto varie e variegate dottrine e continue analisi geopolitiche possano farci al momento ritenere.
Questa tremenda volontà distruttiva (probabilmente in un prossimo futuro una volontà distruttiva magari connotata da altre caratteristiche di natura tecnica molto diverse da quelle nucleari, magari biologiche e per questo potenzialmente forse ancora più velocemente complessive e definitive), tale volontà distruttiva è plausibile perché è figlia ed alberga, anzi può prendere e prende continuo vigore ed alimento nel nostro luogo più riparato, celabile ed inattaccabile e cioè nell’intimità psichica dell’individuale incoscienza cognitiva e/o lucida conoscenza e coscienza mnemonica del debito non saldabile, non saldato da e di ogni singolo essere umano, avvolto e travolto appunto dentro l'incancellabile, soffocante peso del ricordo.

 

Riccardo Rossi Menicagli

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