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Il labirinto come simbolo del viaggio entro e oltre il limite.

Di Iliana Borrillo - Marzo 2010

 

 

Il labirinto come simbolo del viaggio entro e oltre il limiteQuasi  cinquemila anni fa, partendo dall’area mediterranea, un semplice disegno geometrico al quale venne dato il nome “labirinto” iniziò a diffondersi in tutto il mondo, permettendo a ciascun contesto culturale in cui si trovava di mutarne forma, dimensione, significato e funzione. Grazie a questa sua duttilità il labirinto è diventato un simbolo universale, o meglio, un complesso simbolico fin dai lontani tempi della sua comparsa.
Questo breve articolo intende seguire il labirinto attraverso le varie epoche storiche, mostrando come queste trasformazioni rispecchino l’evoluzione del pensiero umano e in particolare il  rapporto fra autodeterminazione e limite. Tenendo conto della vastità del materiale queste poche pagine non hanno, ovviamente, la pretesa di fornire una rassegna completa ed esauriente dei tanti aspetti semiotici che accompagnano il labirinto attraverso il tempo e lo spazio.

 

Cos’è il labirinto?
Innanzi tutto è un disegno geometrico, più o meno complesso, costituito da varie linee e corsie disposte  in una spirale oppure un quadrato che tracciano un percorso verso il centro. L’ingresso  coincide con l’uscita, segnalando così, fin dall’inizio, la sua costituzionale ambivalenza simbolica ovvero la vicinanza, sovrapposizione o addirittura coincidenza fra significati opposti. L’impressione creata è quella di un groviglio inestricabile di meandri, nei quali è facile smarrirsi, motivo per cui usiamo spesso la metafora del labirinto per indicare situazioni e problemi complicati, anche se, come vedremo,  il disordine  è quasi sempre solo apparente.

 

Nell’antichità il labirinto simboleggiava il caos primordiale e lo sforzo di imporgli un ordine. Il suo disegno spiraliforme ricorda un serpente arrotolato, le viscere, ma anche i meandri del cervello. Poiché da sempre investito di poteri magici, propiziatori e protettivi, non esiste cosmogonia o mito fondatore in cui non sia presente. Allo stesso tempo il labirinto è stato  associato al pericolo dello smarrimento, del disorientamento; chi vi entra rischia di rimanerci intrappolato.
Occorre coraggio e intelligenza nel percorrere quella via sinuosa dall’inizio fino alla fine. Già il mito del Minotauro ci racconta che Teseo riuscì a tornare in dietro, dopo aver abbattuto il mostro, solo grazie al filo di Arianna, un gomitolo da srotolare all’andata per ritrovare l’uscita. A ben guardare, però, non ce n’era bisogno di quell’astuzia, visto che il labirinto cretese è monocursale: consiste di un solo percorso che non conosce né bivi né scorciatoie e conduce obbligatoriamente al centro e da lì di nuovo fuori, a meno che non si esca volando come fece Dedalo per sfuggire dal labirintico palazzo di Cnosso di cui egli stesso fu l’architetto.
Il filo non era dunque un mezzo di conduzione, bensì un mezzo di condotta: indica metodo, attenzione  e  continuità. Il labirinto stesso ricorda un filo disposto come un gomitolo, come a dire che nulla è semplice e lineare. E’ il filo mentale che ininterrottamente tiene insieme, che crea legami e traccia i confini del nostro spazio esistenziale. Arianna esprime dunque la nostra volontà razionale: solo adottando e rimanendo fedele a un metodo si può arrivare al centro, vincere la lotta con  il mostro, il demonio, l’incubo, il terrore che lo abita e tornare indietro salvi, ma trasformati e  iniziati ad una vita diversa.

 

Il simbolismo: La complessità fisica del percorso labirintico è quindi illusoria, probabilmente dovuta all’effetto suggestivo delle sue spire che s’avvicinano e s’allontanano dal centro prima di giungervi. In realtà il labirinto delimita uno spazio ben ordinato e ritmato da armonie geometriche.
Di indiscutibile complessità sono invece le tantissime valenze simboliche, esoteriche e mistiche che agiscono da sempre sulla psiche umana. Il labirinto è la rappresentazione figurativa di realtà astratte e intriganti, la cui traiettoria orizzontale s’interseca con un’aspirazione verticale verso conoscenze difficilmente accessibili. Benché racchiuso in spazi apparentemente limitati ci indica invece un viaggio oltre il limite, verso una dimensione  ancora da esplorare.
In breve, il labirinto è per eccellenza l’emblema universale della ricerca dell'infinito, e dunque del “plus ultra”, del non-limite da parte di noi esseri finiti e limitati. Chi lo percorre o contempla  diventa consapevole che il confine fra umano e divino, fra finito e infinito è misteriosamente permeabile. Non a caso la sua unica apertura,  ingresso e uscita, ci tenta irresistibilmente al transito.
Questo simbolismo, intricato e multiforme come il disegno stesso, subisce varie e significative trasformazioni nel tempo  riflettendo così l’evoluzione del pensiero dell’uomo, la sua maturazione e  il suo misurarsi con le sfide che la coscienza e crescente conoscenza gli impongono. Da sempre, anche se enfatizzato in modi diversi, il labirinto parla della rischiosa complessità del mondo, di vita e morte, di bene e male, di perdizione e redenzione; parla anche di solitudine, di angosce e paure, di misteri occulti e segreti gelosamente custoditi. L’ossessivo ripetersi di figure e forme geometriche rimandano al concetto dell’eterno ritorno e ricordando la transitorietà della vita umana.

 

I romani amplificano il labirinto cretese dividendo il cerchio o quadrato in quattro zone con un percorso unico che le attraversa successivamente. E’ spesso legato a riti funebri, alla discesa agli inferi, come anche ai riti di fondazione di nuove città. Sembra, infatti, un mappa stradale di una città ben ordinata e suddivisa come per esempio Roma, i cui primi quattro quartieri rispecchiano inequivocabilmente la forma della croce del disegno romano.
Al labirinto vengono attribuiti anche poteri magici, scaramantici e propiziatori, nelle cui spire vengono attirati e intrappolati gli spiriti maligni. L’originario significato sacro lascia comunque sempre maggiore spazio a funzioni sociali e ludici, come indicano le Lusus Troiae, giochi e combattimenti a cavallo che disegnavano con i loro movimenti un labirinto. una trappola nella quale venivano attirati spiriti maligni.

 

Nel Medioevo (XII-XV. Sec.)  il labirinto subisce una profonda e durevole trasformazione in chiave cristiana, tant’è che una formula iniziatica dell’epoca suonava “il labirinto come vita, la vita come labirinto”. La Chiesa riscopre la  potente forza trasformatrice di questo disegno arcaico sulla psiche umana e lo propone come strumento meditativo, come simbolo di vita, morte e rinascita in Cristo.
Dalle sette circonvoluzioni del labirinto cretese e romano il labirinto medievale passa a undici, numero che rappresenta il peccato, stando fra il 10 dei comandamenti e il 12 degli apostoli. Delle volte ha forma ottagonale essendo 8 il numero dell’infinito e simbolo della rinascita spirituale e della vita eterna.
Diventa centrale il simbolismo della croce come principio ordinatore. Evocando la Via Crucis che ogni peccatore è chiamato di seguire, il percorso verso il centro s’interseca ripetutamente lungo le  assi  della croce. Allo scopo di renderlo fisicamente percorribile il labirinto è spesso incastrato nel pavimento delle cattedrali gotiche, raggiungendo anche diametri di 13 metri, come nel caso del più famoso esemplare di questo genere, quello di Chartres.
Per il  devoto percorrerlo significa compiere un viaggio intensamente spirituale. Di fatti, fu anche  chiamato “La via di Gerusalemme”, perché poteva sostituire il lungo e pericoloso pellegrinaggio in Terra Santa. Il percorso dentro il labirinto diventa un cammino di penitenza ed espiazione verso la fede salvifica; i suoi intricati meandri simboleggiano il pericolo della perdizione, delle tentazioni del male. Le analogie con il mito cretese non mancano: così il centro era abitato da Satana (Minotauro), che può essere sconfitto solo con la forza della fede in Cristo (Teseo) portatore del raggio luminoso della divina speranza (filo di Arianna). Allo stesso tempo il centro era anche l’approdo alla Città di Dio, dove attuare la conversione  e incamminarsi sulla strada della salvezza.
La parola chiave era ubbidienza; perciò il labirinto medievale non può che essere monocursale. La “retta via” per raggiungere la beatitudine è una sola ed è percorribile in un solo modo: obbedendo la Chiesa e rimanendo scrupolosamente dentro i confini del recinto dell’ortodossia.
Il Rinascimento segna invece una svolta drastica nel simbolismo del labirinto che vede sbiadire i contenuti esclusivamente religiosi. L’uomo rinascimentale, forte della propria soggettività, si emancipa dalla visione dell’uomo peccatore ossessionato a salvare la sua anima. S’addentra nel labirinto non più in cerca di salvezza, ma per conoscere se stesso. Il suo diventa un cammino esplorativo della propria esperienza individuale.
In questa nuova accezione il labirinto lascia gli spazi sacri e arriva in quelli profani, lascia chiese e monasteri ed entra come ornamento e passatempo ludico in palazzi e giardini. Creato con siepi sempreverdi, al riparo dall’avvicendarsi delle stagioni e nell’illusione di poter sospendere il tempo, rispecchia così il tentativo dell’uomo di domare il caos, il tempo e la natura.

 

Il labirinto monocursale barocco manieristico segna una ripresa del simbolismo medievale spostando, però,  la tensione  del rapporto verticale fra l’uomo e Dio a quello orizzontale fra realtà e apparenza. Insieme alle rivoluzionarie scoperte geografiche e astronomiche che hanno spostato i confini del mondo e reso illimitato l’universo, pure l’uomo ha allargato gli orizzonti della sua coscienza. Consapevole delle sue mutate condizioni esistenziali rivendica adesso la possibilità di sperimentare se stesso, errori compresi. Sa di non avere più un ruolo pre-definito al quale basta ubbidire per trovare la strada che porta alla salvezza, ma sa anche che solo il dubbio e il rischio possono accrescere le sue conoscenze.
Questa visione di se e del mondo  rende il labirinto dell’epoca sempre più involuto e sinuoso; il suo percorso diventa accidentato di varianti, incroci, bivi, finte e vicoli ciechi. L’uomo barocco non si può mai fidare di ciò che vede, applica quindi il metodo del “trial and error”, ma qui l’errore è integrato nel progetto, anzi l’inganno e lo smarrimento fanno parte del piacere. Particolarmente popolare è l’Irrgarten, (dal ted.: giardino degli errori), un labirinto vegetale realizzato con siepi alti, appositamente creato per smarrirsi davvero, per cedere a distrazioni e girare a vuoto. Il destino diventa un gioco capriccioso e ingannevole, ma anche intrigante e divertente. Un ulteriore enfasi di questa concezione è l’introduzione del labirinto multicursale, come Hampton Court vicino a Londra. E’ possibile raggiungere il centro seguendo più di una strada,  affermando  che non esiste più né un solo percorso giusto né un solo comportamento valido. L’uomo può e deve scegliere fra diverse opzioni ugualmente valide.
Bisogna saper “errare ragionevolmente” per trovare la verità, raccomanda Daniel von Lohengrin nel 1676. Benché simbolo di riserbo, luogo dove custodire saperi occulti e mistici, è la razionalità e non più la fede a essere il principio ordinatore. Per potersi orientare nel groviglio intricato che è diventato il mondo è necessario capire la  logica del progetto.

 

Il labirinto moderno e contemporaneo. Dopo una lunga fase di declino durante l’illuminismo che elegge l’Arcadia come metafora del mondo, sarà solo dall’inizio del Novecento che il labirinto torna di moda, questa volta nelle case e nei giardini della ricca borghesia in cerca di promuoversi nella scala sociale adottando modelli nobili. Come ornamento divertente e svuotato di qualsiasi riferimento sacro o contemplativo approda presto anche nei luoghi pubblici.
La versione contemporanea del labirinto si è trasformato in un rizoma, in una rete, la cui espressione più emblematica è Internet, ormai assurto allo status di cosmogramma universale di un mondo estremamente complesso e mutevole. Occupa uno spazio virtuale in continua espansione, privo di un centro da raggiungere e dotato di una segnaletica che si limita ad indicare un collegamento tra due nodi, senza per questo tracciare un percorso. Non esistono neanche scelte o ruoli  e modelli comportamentali prescrittivi. Vi si può accedere  in qualsiasi momento, in qualsiasi punto per  seguire un percorso personale realizzato sull’istante.
Nuovo Ulisse o schiavo migrante? E’ proprio l’assenza del limite, concetto finora così fondamentale e necessario all’orientamento dell’uomo, che rende la rete insidiosa quanto affascinante. L’uomo ha spostato, ridefinito e infine abbandonato molti dei suoi limiti, si è impegnato a relativizzare differenze e distinzioni per rendere ugualmente valide le tante alternative che la vita gli presenta, però, resta da chiarire se l’emancipazione dal dilemma della scelta lo abbia davvero liberato o, forse in modo subdolo, non l’abbia ridotto a uno stato di prostrazione permanente, dalla quale potrebbe uscire solo con un gesto coraggioso: creandosi egli stesso dei limiti per riappropriarsi di un destino.

 

Iliana Borrillo

 

 

Iliana Borrillo - Nata a Roma, ha  vissuto e studiato  in Germania (maturità scientifica) e negli Stati Uniti (B.A. in Comparative Literature  e Theatre Arts all’University of Columbia, South Carolina). Nel 1982 si è trasferita  a Firenze dove ha lavorato come traduttrice e insegnante e conseguito un’altra laurea, in Lingue e Letterature straniere (tedesco e inglese). Dal 1992 vive in un piccolo comune in provincia di Ferrara, dove è stata consigliere comunale e assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione  dal 1995-2003. Madre di tre figli, cerca di conciliare i molteplici impegni familiari con i suoi altrettanto  molteplici interessi, che la portano a frequentazioni e collaborazioni varie, prevalentemente nel campo della cultura.

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