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I misteri dell'Aldilą

Di Domenico Caruso - Dicembre 2012

 

Il 23 settembre 2012 è scomparso, all’età di 93 anni, l’archeologo e scrittore Mario Pincherle. In particolare, le sue scoperte sulla piramide di Cheope e quelle sui misteri della Bibbia lo hanno reso famoso nel mondo.

Da quando l’ho conosciuto nel 1986, in occasione dell’11° Convegno Nazionale di Parapsicologia tenutosi a Camerino, non ho smesso di leggere le sue opere.

Quella presentata nella città marchigiana, edita dalla Filelfo, è stata il “Libro Tibetano dei Morti” (“Bardo Todol”), un poema simbolico in lingua sanscrita tramandatoci oralmente e composto verso il VI o l’VIII secolo d.C. sulla base degli insegnamenti degli antichi saggi. Dopo il trapasso (“Bardo”) si compie un viaggio interiore fino a giungere alla liberazione dalla paura (“Todol”) della morte. Per il Buddismo il vero scopo dell’uomo è quello di farlo pervenire all’illuminazione nell’intervallo di tempo che precede la rinascita. Il “Libro”, infatti, faceva anche parte delle cerimonie funebri ed aiutava i presenti a nutrire pensieri positivi al fine di predisporre il moribondo ad un felice distacco corporeo. «Il trapasso», afferma Pincherle è inteso pure come «modificazione del modo di pensare e questo cambiamento incomincia già durante la vita, attraverso le conoscenze raggiunte nello stato di veglia, nello stato di sogno e nella meditazione, che è tra il sogno e la veglia. Dopo la morte, il “Bardo” non si arresta e il suo cammino continua nell’aldilà con un rovesciamento simmetrico: prima si scendeva dalla vita alla morte, dopo si risale dalla morte alla vita […]

La chiave della liberazione è, dunque, nel pensiero creativo che non svanisce ma si eterna e splende di vive forme ricche di funzioni ben definite».

Ci troviamo difronte alla morte mistica rappresentata da Michelangelo nel suo “Giudizio Universale” con la figura di Giona che si fa inghiottire dal mostro, nel cui ventre rimane per tre giorni e tre notti. Come Giona anche Cristo, al terzo giorno, ne uscirà vittorioso e illuminato. Per i saggi del passato la Morte rappresentava una vera arte. Il parallelo tra il «BARDO» e il «PER-EM-RĀ» (uscita nella luce) - il «Libro dei Morti dell’Antico Egitto» è sorprendente.

Pincherle rileva che: «Si avverte un’origine comune tra queste due opere così lontane nello spazio. Questa origine può trovare un riscontro reale in quei fatti storici che hanno permesso ad un’unica fonte iniziatica di percorrere due lunghi cammini diversi per giungere sia nel Tibet che nella Valle del Nilo».

Entrambe le opere «c’insegnano il modo con cui si può ottenere la resurrezione della “Coppia Primigenia” e quindi il ristabilirsi di una perfetta armonia. Questa è l’unica strada per vincere la morte. Nella Genesi michelangiolesca, quando il Dio Creatore inventa la luce, allargando le braccia la espande a riempire lo spazio. Contemporaneamente inventa le tenebre e ci volge le terga e ci sfugge, perché le tenebre non sono accolte e capite dall’uomo. La Coppia si è spezzata.

Il serpente tentatore ha il volto di donna. Lo Yin è ormai inteso come forza malefica». Il segreto dei due libri, sostiene lo studioso bolognese Pincherle, è contenuto in queste parole: «Sappi che tutte le forme che ti portano terrore non sono altro che pensieri tuoi. Tu devi accettarli come tali e purificarli, trasformandoli da provvisori in eterni. Allora non svaniranno, ma resteranno sempre negli archivi akasici (archetipici) dove eternamente continueranno ad esistere e tu stesso sarai eterno […]».

Sarebbe lungo descrivere la Grande Dottrina della Liberazione del Pensiero, che occorre meditare profondamente poiché costituisce un viatico verso la felicità eterna. Mi limito a riportare l’esortazione di Pincherle: «Pensiamo ai nostri morti come a vivi, perché sono vivi. Non è permesso a nessun parente di piangere o gemere, poiché non va bene».

Oggi si parla tanto di esperienze straordinarie, di quanti dopo un coma profondo sono tornati in vita. Tunnel oscuri in fondo ai quali vi è un’intensa luce, apparizioni di cari defunti, indescrivibile sensazione di pace. Immagini frammentarie che non sono in contrasto con il “Bardo Todol”, dove tutto appare completo e ordinato.

Nel mondo cattolico è riconosciuta la “Comunione dei Santi”.

All’Angelus del 1° novembre 2011 Benedetto XVI ha detto che «la Commemorazione dei fedeli defunti […] ci aiuta a ricordare i nostri cari che ci hanno lasciato, e tutte le anime in cammino verso la pienezza della vita, proprio nell’orizzonte della Chiesa celeste, a cui la Solennità di oggi ci ha elevato. Fin dai primi tempi della fede cristiana, la Chiesa terrena, riconoscendo la comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi. La nostra preghiera per i morti è quindi non solo utile ma necessaria, in quanto essa non solo li può aiutare, ma rende al contempo efficace la loro intercessione in nostro favore […]. Anche la visita ai cimiteri, mentre custodisce i legami di affetto con chi ci ha amato in questa vita, ci ricorda che tutti tendiamo verso un’altra vita, al di là della morte. Il pianto, dovuto al distacco terreno, non prevalga perciò sulla certezza della risurrezione, sulla speranza di giungere alla beatitudine dell’eternità, “momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità”».

La parapsicologia, ha osservato il teologo mons. Corrado Balducci appare “la scienza che più di ogni altra interessa la teologia”. (1)

Così nel messaggio di un’Entità, ottenuto nel corso di una seduta medianica a Parigi, si descrive la condizione dei trapassati: «Gli uomini si chiedono tra la più profonda angoscia, se hanno diritto di chiamare presso di loro gli esseri cari che hanno perduto. Io rispondo che in generale non si debbono evocare gli esseri che sono passati nell’Oltre, perché hanno tutti una missione da compiere o si trovano nel sonno post-mortem, che serve loro per acclimatarsi in un nuovo stato. E se voi li chiamate nel mentre siete oppressi dal dolore che vi prende l’animo per la loro scomparsa, potreste provocare in essi turbamento e un possibile ritardo nella loro fase di ascensionalità». (2)

Per l’aldilà folklorico: «Superati i punti critici che collegano i due mondi, l’anima raggiunge il suo nuovo spazio, quel regno nel quale vivrà da morto la sua nuova vita. Si tratta di un mondo costitutivamente alieno, per cui sull’anima sovrasta il rischio dello “spaesamento”. Alcune modalità folkloriche intervengono però efficacemente contro tale rischio, contenendone la minacciosità». (3)

E’ singolare la descrizione che fa Natuzza Evolo nei riguardi dei Morti.

In un’intervista del 1984 la mistica di Paravati sostiene che, dopo aver osservato la fotografia, può chiedere ai defunti se sono in Paradiso o in Purgatorio, se hanno qualche bisogno, se vogliono inviare dei messaggi ai parenti. Anche i vivi, a loro volta, possono corrispondere coi Morti che lei può incontrare soltanto dopo 40 giorni dal decesso. Il Purgatorio costoro lo fanno sulla Terra, dove hanno vissuto e commesso i peccati. Un Prato Verde è l’anticamera del Paradiso. Soltanto dei vivi può vedere l’Angelo Custode. (4)

Da alcuni studi americani del secolo scorso, ripresi da nostri uomini illustri tra cui Ernesto Bozzano, possiamo identificare quali potrebbero essere i momenti che una persona compie per entrare nel mondo ultraterreno:

« 1) Tutti affermano di essersi ritrovati con “sembianze umane” nel mondo spirituale. La “forma dell’anima” sembra essere, stranamente, molto simile al nostro corpo. […] 2) Generalmente tutti ignorano per qualche tempo, o anche per lungo tempo, di essere morti. […] 3) Tutti affermano di essere passati attraverso il ricordo delle proprie azioni. […] 4) Tutti ricordano d’aver incontrato spiriti cari. […] 5) Generalmente tutti attraversano una fase di sonno più o meno lungo per ambientarsi al nuovo clima. […] 6) Tutti ricordano di essersi trovati in un ambiente radioso oppure di tenebra. […] 7) Tutti dichiarano di aver sperimentato l’obiettività e la sostanzialità del mondo ultraterreno. […] 8) Affermano di aver appreso che in quel mondo il pensiero è una forza creatrice. […] 9) Tutti dicono di aver appreso che la comunicazione del pensiero è il linguaggio utilizzato». (5)

La nostra sorte futura dipende dal bene e dal male compiuti sulla Terra.

La sopravvivenza, così complessa, meriterebbe un’ampia trattazione: per ora ho soltanto lanciato un sasso nello stagno, sperando di riprendere l’argomento.

Ma, prima di concludere, riporto una testimonianza personale.

A Laureana di Borrello, popoloso centro della provincia di Reggio Calabria,  tutti lo chiamavano “Peppe dei Morti” per la sua facoltà di parlare con i Defunti.

Eravamo all'inizio degli anni '60 quando ho avuto modo di conoscere l'onesto uomo, sempre umile e disponibile, perché cugino di nonna Vincenza Femìa.

E’ stata lei, la madre della suocera, a fornirmi l'opportunità di conversare con il parente. Peppe, semplice e analfabeta, per portare avanti la numerosa famiglia lavorava fino a tardi e durante l'estate rimaneva a dormire nella sua casetta di campagna. Qui cadeva in stato di “trance” e comunicava con i Trapassati. Gli amici andavano a trovarlo per apprendere dai cari Estinti consigli e ottenere da essi aiuto. Se la moglie di Peppe accettava dai ricorrenti, all'insaputa del marito, qualche piccolo regalo (come un pacco di zucchero o qualche chilo di pasta) erano guai per il “medium” che veniva rimproverato e minacciato dalle Entità. Lo testimoniano i presenti, che durante lo stato particolare d'incoscienza  sentivano il malcapitato chiedere perdono con la promessa di ravvedimento.

I Disincarnati, senza venire evocati si facevano sentire dai familiari che andavano da Peppe.

Ma, quello che era più straordinario, spesso dalla bocca del contadino si potevano ascoltare perfette melodie in latino, greco o altre lingue antiche tra la meraviglia e la commozione degli astanti. Eppure, il nostro buon uomo per natura non era intonato.

La storia di Peppe, come quella di Natuzza Evolo, dimostra senza tema di smentita che le Entità ci stanno vicine e ci amano.

La vita, dunque, non cessa ma si trasforma con la morte. Come il baco produce la farfalla, così l’uomo deve purificarsi per tornare a Dio:

 

«Non v’accorgete voi, che noi siam vermi
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola alla giustizia senza schermi?» (Purg. X, 124-126).

 

Per conseguire l’ambita meta, indicata dal Divino Poeta, non c’è che ascoltare il consiglio di Allan Kardec - il codificatore dello spiritismo moderno: «Gli uomini non possono essere felici se non vivono in pace, se non sono animati, cioè, da un sentimento di benevolenza, d’indulgenza e di condiscendenza reciproca. La carità e la fratellanza riassumono queste condizioni e tutti i doveri sociali. Il loro substrato è l’abnegazione, ma questa è incompatibile con l’egoismo e con l’orgoglio».

 

Domenico Caruso

Articolo pubblicato su "La Piana" di Palmi - RC - Anno XI, n.11 - Novembre 2012

 

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NOTE

1) Dall’11° Convegno nazionale di Camerino.

2) Da “L’Aurora”- (periodico per la ricerca scientifica dei fenomeni supernormali) - Camerino-MC, Anno XXI n. 142 - Nov. 1970.

3) Luigi M. Lombardi Satriani - Mariano Meligrana, “Il ponte di San Giacomo”, Sellerio ed. Palermo - 1996.

4) Da “Incontrare Natuzza” - Mapograf, VV - 1992.

5) Da “Ingresso nell’Aldilà” di Gianluca Regoli, pubblicato su “L’Aurora” - Anno 49° n.468 - Febbraio 2000.

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