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Mondo e Linguaggio - Sul Possibile E Sul Dicibile

 

Concetti Preliminari:

Noi spesso ci troviamo a voler, o dover, affrontare questioni molto profonde, in ogni ambito della nostra vita. Le domande che noi ci poniamo e le possibili risposte sono formulate ovviamente in uno specifico linguaggio, ed è per questo che per cercare di penetrare a fondo nel problema, noi prima dobbiamo addentrarci nel nostro linguaggio, nella logica del nostro linguaggio.
Il linguaggio è un insieme di regole che ha come scopo il veicolare dati; questa trasmissione di dati è resa possibile tramite modificazioni dello stato di un sistema.
Una comunicazione non è altro che questo veicolare dati. Si possono distinguere due tipologie: la comunicazione e la meta-comunicazione. La comunicazione si appoggia al linguaggio naturale e al linguaggio formale logico-matematico; mentre la meta-comunicazione è sostanzialmente il comportamento nel suo complesso (come dire che la comunicazione è ciò che si dice e la meta-comunicazione come si dice): postura, espressione facciale, inflessione della voce, timbro, ritmo del discorso, pause, toni emozionali delle risate e dei sospiri, etc… La meta-comunicazione ha la funzione di contestualizzare la comunicazione.
Si passa dalla ricchezza sintattica alla ricchezza semantica.
Il nostro interesse verte solamente sulla comunicazione, lasciando il campo della meta-comunicazione alle discipline psicologiche.

 

Le funzionalità pratiche del linguaggio sono innumerevoli, e tutti questi suoi usi/contesti sono chiamati giochi linguistici.
Alcuni giochi linguistici: descrivere uno stato di cose, ordinare, obbedire, pregare, esclamare, prendere delle misure, domandare, costruire un oggetto in base a una descrizione, elaborare ipotesi e metterle alla prova, sciogliere indovinelli, raccontare barzellette, tradurre da una lingua ad un’altra, salutare, ringraziare e molto, molto altro. Nel nostro caso è interessante analizzare quando il linguaggio è adoperato esclusivamente per descrivere.

 

Il linguaggio pervade il nostro Io, i nostri pensieri. Infatti, il linguaggio non è solamente un codice che usiamo per esternare i nostri pensieri che avremo senza di esso, bensì il linguaggio modifica notevolmente la maggior parte dei nostri pensieri (rendendoli molto più determinati e chiari), alterando anche l’esperienze stessa, percependo simboli e non solo segni.

 

E’ essenziale che un determinato linguaggio sia un fenomeno sociale. Se così non fosse, allora esso non servirebbe a comunicare alcunché, dunque sarebbe molto meno utile.
Comunque servirebbe per comunicare con il nostro Io futuro, cioè a ricordare.

Innanzitutto và dichiarato che vi è una struttura che è formata da elementi (che chiamerò spesso ‘oggetti’) e relazioni tra questi elementi (che chiamerò ‘fatti’). Tra le infinite strutture logicamente legittime,  la struttura su cui noi desideriamo maggiormente concentrare il nostro studio è quella in cui viviamo.
La struttura in cui viviamo io la chiamo ‘mondo’. Nella mia definizione, il mondo è esattamente la realtà.
Nel nostro linguaggio abbiamo le proposizioni, che corrispondono alle relazioni del mondo, e i nomi, che corrispondono agli elementi del mondo. Le proposizioni non sono altro che descrizioni del mondo.
Noi percepiamo il mondo e ce ne facciamo un’immagine. Il grafo fortemente connesso di queste immagini costituisce ciò che io chiamo ‘nostro mondo’. Quando noi ci riferiamo alla generica ‘vita’ ci stiamo riferendo proprio a tale rete, cioè al nostro mondo (o mondo privato).
Le immagini rappresentano i fatti (inoltre esse stesse sono fatti). Alle immagini del mondo corrispondono, in un linguaggio, le proposizioni.
Le proposizioni sono esse stesse dei fatti, proprio perché si sta modificando lo stato di un sistema (foglio, aria, etc…).

Le proposizioni possono essere solamente vere o false. Le proposizioni vere dicono come stanno i fatti, le proposizioni false dicono come non stanno i fatti.
‘Vero’ e ‘falso’ non sono proprietà di oggetti, bensì sono solamente dei segni che indicano l’aderire o meno delle proposizioni alla realtà. Si dice che quando parliamo di verità o falsità di una proposizione noi stiamo utilizzando un dispositivo logico.
Infatti, la proposizione ‘p’ è vera se e solo se p. Esemplificando: ‘Il ghiaccio è un solido’ è vero se e solo se il ghiaccio è un solido.
Le proposizioni sono vere o false solamente accidentalmente. Può benissimo essere che una qualsiasi proposizione vera nella nostra struttura, in un'altra struttura non lo sia, o viceversa.
Se una proposizione è discorde o meno con la realtà solo l’osservazione può verificare ciò.
Quindi, ogni proposizione rappresenta ciò che rappresenta indipendentemente dalla sua verità o falsità.

Il senso della proposizione è dato solo se ogni suo segno ha senso.

Mi potrei trovare nel seguente impiccio: io ho una visione del monde che esclude l’ente x, mentre il mio amico ne ha una che accoglie serenamente tale esistenza. Lui descrive correttamente le differenze tra le nostre visioni, ma io come farò? Nel momento in cui concederò che c’è x che il mio amico ammette e io no, starei ammettendo tale esistenza e mi troverei in contraddizione con me stesso.
In un altro modo il problema si ripresenterebbe così: io non posso parlare di x dal momento che è un segno a cui non ho dato significato (a x non corrisponde nulla nel mondo, per mia convinzione), quindi non posso confutare la sua esistenza senza generare un nonsenso.
La questione, in realtà, si risolve facilmente andando ad analizzare il senso comune. Infatti, la proposizione “adesso il re d’Italia è albino” non è senza senso, bensì è solo falsa (anche se non c’è attualmente nessun re in Italia). Questa proposizione sta a significare “adesso qualcosa è re d’Italia ed è albino, e nient’altro adesso è re d’Italia”. Tale proposizione, come è facile vedere, ora non è più insensata. E’ semplicemente falsa.

Capire una proposizione significa saper che fatti devono sussistere perché essa sia vera, oppure che fatti devono sussistere perché essa sia falsa.

Nelle proposizioni si può far riferimento ad un nome non ben definito, non nel senso che ad un segno non è associato un simbolo, bensì nel senso che il segno può riferirsi ad un elemento qualsiasi di una classe ben definita di simboli: ‘un ragazzino mi ha salutato per strada’. Così si introducono nel linguaggio le variabili.
Le proposizioni possono far uso dei quantificatori. Formalmente si usano i seguenti segni: " (per ogni, tutti) e $ (esiste almeno uno). Ne basterebbe solo uno, e da questo si ricaverebbe l’altro, ma per comodità segnica li adotteremo entrambi.
Al quantificatore universale e al quantificatore esistenziale non corrisponde nessun simbolo.
Le proposizioni si possono concatenare con altre proposizioni. Il concatenamento di proposizioni avviene grazie alle costanti logiche, segni ai quali non corrisponde un simbolo. Formalmente: per descrivere ogni concatenamento basterebbe il NAND (non-e) oppure il NOR (non-o), ma qui convenzionalmente assumeremo (per comodità segnica) come costanti logiche: Ù (e), Ú (o), ⌐ (non), Þ (implica).
Come questi segni concatenano le proposizioni lo si può mostrare chiaramente con delle tabelle:

Da determinate concatenazioni possono risultare proposizioni sempre vere o sempre false, indipendentemente dalle condizioni date delle proposizioni. Le prime sono dette tautologie ed un esempio potrebbe essere (p Ú ⌐p), le seconde sono dette contraddizioni come (p Ù ⌐p). Queste proposizioni non sono insensate, bensì non dicono nulla sul mondo proprio perché il loro grado di verità non dipende da condizioni, ossia non dipende dalla configurazione del mondo. Queste non sono vere e proprie proposizioni bensì sono proposizioni della logica, o meta-meta-proposizioni.

Tautologie e contraddizioni parlano solo del linguaggio.
Le tautologie sono le verità analitiche, le verità analitiche sono tautologie.
Le proposizioni vere sono le verità sintetiche, le verità sintetiche sono le proposizioni vere.

E’ naturale che ogni proposizione della logica sia una tautologia. Dunque non dice nulla sul mondo. A primo impatto ciò sembrerebbe scoraggiante, ma invece è necessario che sia così. Se le proposizioni della logica non fossero tautologie dipenderebbero dal tipo di struttura, ossia sarebbero vere o false solo accidentalmente. Noi, però, non vogliamo questo, bensì vogliamo proposizioni sempre vere, indipendentemente da una particolare struttura. La potenza della logica sta proprio in questo.
Si potrebbe notare che la logica accoglie assiomi, che sono veri nel nostro mondo solo accidentalmente. Quindi la logica non è composta solo da tautologie.
In realtà ciò è vero solo in prima approssimazione, infatti quando si accoglie un assioma c’è sempre una corrente di pensiero tra i logici che lo rifiuta e muove le sue deduzioni senza tale postulato. (Ciò assomiglia molto ad un albero matematico.)
Dunque quando una corrente di pensiero propone un teorema, con relativa dimostrazione, è implicito all’inizio del teorema “se vale l’assioma w allora”.
Ricapitolando: la logica è costituita solamente da tautologie.

Si dice che una proposizione viene analizzata se viene divisa in sotto-proposizioni (proposizioni anch’esse) collegate dalle costanti logiche, e i nomi vengono divisi in sotto-nomi (nomi anch’essi). Ossia si cerca di vedere da che sotto-fatti è composto un fatto, e da che sotto-oggetti è composto un oggetto.
Una proposizione t viene analizzata e si ricava r, allora è più complessa r di t.
Una proposizione è analizzata totalmente se è composta solo da proposizioni atomiche. Come già detto l’esistenza di fatti atomici è dubbia.

Le prescrizioni (o comandi), tipo “Metti a posto la tua camera”, descrivono la realtà se sono obbedite: ossia dicono come i fatti dovrebbero essere.
La descrizione è vera o falsa, a secondo che essa concordi o meno con la realtà; mentre, per la prescrizione la relazione è invertita: la realtà è soddisfacente o insoddisfacente in funzione al fatto che essa concordi o meno con la descrizione contenuta nel comando.

Le proposizioni atomiche sono proposizioni non ulteriormente analizzabili, ossia rappresentano fatti non composti da altri fatti: i fatti atomici. Le proposizioni atomiche trattano solo nomi atomici.
Le proposizioni atomiche determinano le coordinate di un punto sul foglio; mentre le proposizioni (non atomiche) determinano una zona.
In un mondo infinitamente complesso, è evidente che postulare fatti atomici è una forzatura. O porterebbe ad errare, o (se trattato solamente come finzione linguistica-mentale) non apporterebbe nessun risultato ulteriore.
Non sapendo se il mondo è infinitamente o finitamente complesso, eviteremo di pronunciarci sull’esistenza dei fatti atomici.
Si può osservare stupiti: “Ma le proposizioni non sono o vere o false, senza esclusione. Se io dico ‘quella parete è verde’ è vera in una certa sfumatura. Forse è bene usare una logica polivalori, magari la logica fuzzy, la quale ad ogni proposizione associa un numero razionale compreso tra 0 e 1.”
Però non è così. Infatti la logica fuzzy è utile nella pratica, ma è chiaro che un fatto è vero o falso, e se non riusciamo a descrivere il fatto a dovere è tutt’altra cosa. Infatti, le proposizioni (non atomiche) contengono dell’indeterminatezza dovuta al fatto che non si ha a che fare con oggetti atomici e fatti atomici. Dunque quando diciamo “la penna è sulla mano” si rappresenta un fatto indeterminato, si danno le coordinate di una zona, non di un punto.
Se, ad esempio, togliessi un piccolo pezzo dalla penna e la posizionassi in un punto tra la mano ed il polso, ciò che ho affermato sarebbe ancora corretto?
Il problema, qui, è dato dal fatto che l’oggetto ‘penna’ e l’oggetto ‘mano’ non sono oggetti atomici e non sono univocamente e precisamente definibili. Pure la relazione ‘x è su y’ non è atomica e quindi si potrebbe anche sfruttare ciò per creare situazioni non decidibili.

I nomi atomici sono nomi non più analizzabili e suddivisibili.
In un mondo infinitamente complesso, è evidente che postulare gli oggetti atomici è una forzatura. O porterebbe ad errare, o (se trattato puramente come finzione linguistica-mentale) non apporterebbe nessun risultato ulteriore.
Non sapendo se il mondo è infinitamente o finitamente complesso, eviteremo di pronunciarci sull’esistenza degli oggetti atomici.

Alcuni hanno postulato l’esistenza di fatti atomici (e oggetti atomici) per l’esigenza di dare un senso alle proposizioni; secondo questi, se una proposizione non potesse esser completamente analizzata, non avrebbe senso. In realtà, però, ciò non è affatto vero, perché “Le scarpe sono nella scatola” contiene molta vaghezza ed indeterminazione, tuttavia ha un senso molto chiaro. Il livello di analisi (che si può spingere alla descrizione delle relazioni tra molecole, ma anche molto oltre) è scelto da noi, e ciò è legittimo.
Se io vedo una penna, posso tranquillamente pensare ‘io ho visto una penna’, senza preoccuparmi di sapere com’è costituita internamente, magari senza sapere l’esistenza degli atomi.
Quindi tale postulazione è del tutto arbitraria, e và respinta.
Qui vorrei chiarire il concetto di ‘atomicità’, che deriva immediatamente dal concetto di ‘finita analizzabilità’, che a sua volta deriva da ‘non più analizzabili e suddivisibili’. Infatti, a mio avviso, questo concetto può essere inteso in due modi sostanzialmente differenti:
-   aspettarsi, ad un determinato livello di analisi, una vera e propria discretizzazione del mondo;
-   arrivare ad un'analisi così dettagliata che continuare non apporterebbe altre informazioni.
Se si accetta la prima, è ovvio che ciò richiederebbe la possibilità di osservare il mondo da fuori, quindi (come si vedrà più avanti) questo ci porta a considerare la ‘atomicità’ come un non-senso.
Se si accetta la seconda interpretazione, allora ci si presenta un concetto sensato, perché tale scoperta (ovvero, che continuare l’analisi non apporterebbe altre informazioni aggiuntive) sarebbe raggiungibile dall’interno del mondo.
Quindi in questo scritto intendo ‘atomicità’ in questo secondo senso, convinto che sia così preservata l’esigenza che aveva spinto i logici matematici ad introdurre il concetto di ‘proposizione atomica’.
Ora sappiamo che parlare di ‘proposizioni atomiche’ è sensato, secondo la mia definizione di ‘atomicità’, ma ovviamente non si è dimostrato nulla sulla loro effettiva esistenza: si è mostrato solo che è possibile, non che è.
Un oggetto è tale, perché facente parte di un fatto. Se così non fosse non si potrebbe parlare di oggetto. O meglio: un oggetto deve necessariamente rientrare in almeno una descrizione.
Intrinseche all’oggetto sono le sue proprietà. O meglio: non vi è oggetto senza proprietà.
Per evitare confusioni: una proprietà di un oggetto x, altro non è che una relazione unaria (o ad un posto) in cui compare x. E’ del tipo Rx.

Alcuni osservano che il mondo è un’unica entità: la pluralità del mondo è solo apparenza.
Ma la verità è un’altra. Ad esempio: per alcuni scopi parliamo della razza umana, per altri degli uomini che vivono in Italia, e per altri ancora parliamo del nostro amico Rossi.
Il livello di astrazione o di analisi deve mutare col mutare dell’obiettivo che ci si prefigge.

Nel linguaggio non si può rispondere all’interrogazione “Che cosa è quell’oggetto?”, questa è una domanda insensata. Si può solamente rispondere a “Com’è quell’oggetto?”. (Sta di fatto che comunemente intendiamo ‘Che cosa è y?’ come ‘Com’è y?’.)
Noi possiamo enunciare relazioni di un oggetto, nulla più.
Gli oggetti sono solamente oggetti: ci sono oggetti che stanno in relazioni con altri oggetti, questo è quanto.
Detto ciò non è difficile osservare come le forme ‘materiale’, ‘spirituale’, ‘divina’, …, effettivamente non dicono assolutamente nulla. Non v’è differenza logica tra queste diverse forme, appunto perché tali forme non esistono.
 “L’oggetto z è materiale o spirituale?” non ha senso: ogni oggetto è sullo stesso piano di qualsiasi altro.
D’altro canto se ci attrezzassimo di buona volontà e di onestà intellettuale per cercare di definire precisamente queste forme, dovremmo accettare il fatto che a questi termini non è stato dato un senso ben preciso.
Forse si potrebbe parlare di ‘oggetti materiali’ per identificare tutti quegli oggetti che possono essere misurati o individuati con i nostri sensi (ed eventualmente potenziamenti tecnologici dei nostri sensi), e classificare come ‘oggetti spirituali’ tutti quelli che non sono materiali. Certo è che questa distinzione non sembra cogliere a pieno la volontà di quelle persone che spesso parlano di ‘oggetti spirituali’ (o di ‘fatti spirituali’), perché tale distinzione dipende interamente dalla nostra conformazione naturale: se ho questi sensi e non altri è un fatto puramente materiale e contingente.
Quindi sembra che al termine ‘spirituale’ non si riesca a dare un significato soddisfacente, ma se di un termine non si riesce a dare un significato questo termine è inutile, questo termine è vuoto.

Ovviamente in logica non esistono insiemi privilegiati. Dunque ogni discriminazione aprioristica è esclusa. Tanto evoluti e poco evoluti, esseri umani e esseri non umani, non intelligenti o intelligenti, maschi o femmine… Non v’è insieme superiore all’altro.

Ma in che modo deve essere usato il segno di uguaglianza ‘=’?
Quando io scrivo ‘a = b’ deve esser inteso, per evitare confusioni, come ‘per ogni relazione R: se aR allora bR e se bR allora aR’. Allora il segno ‘=’ rappresenta un uguaglianza di segni, non di simboli.
Anche in una definizione o in una equazione è lecito l’uso del segno ‘=’. (Il significato inverso è dato dal segno ‘≠’.)
Ci si ferma a questi tre ambiti: non v’è nessun significato metafisico di tale segno.
Attenzione: io definisco ‘aa = tavolo’ e ‘bbb = tavolo’, si potrebbe esser tentati a dire che ‘aa ≠ bbb’ perché ‘aa ha due lettere’ è vera, mentre ‘bbb ha due lettere’ è falsa.
Questo ragionamento è fallace perché quando utilizziamo ‘aa’ e ‘bbb’ nelle due proposizione appena esposte non facciamo riferimento agli oggetti a cui stanno, ma alla scrittura, dunque entrambe sono false perché l’oggetto chiamato tavolo non ha due lettere.
Per esser precisi bisognerebbe scrive ‘‘aa’ ha due lettere’ e ‘‘bbb’ ha due lettere’.

Ma che legame c’è tra il nome e l’oggetto corrispondente?
Ad esempio: qual’è il procedimento che al nome ‘uovo’ fa corrispondere l’oggetto corretto?

Il bimbo nota come la mamma gli stia mostrando un uovo e pronunci contemporaneamente il suono ‘uovo’. Ma ora, che cosa sa il bimbo?
A ‘uovo’ può corrispondere l’ovalità, la bianchezza, la solidità, l’uovo, l’afferrare l’uovo etc…
Comunque con il tempo il bimbo assocerà correttamente la parola all’oggetto; ma cosa possiamo dire se la madre volesse insegnare al suo bambino il significato della parole ‘questo’, ‘spesso’ e ‘libertà’?
E’ ovvio allora che tale metodo potrebbe essere utilizzato solo per un linguaggio primitivo, nel quale sono presenti solamente nomi di oggetti, e non nel nostro linguaggio così complesso ed articolato.
Da cosa è dato quindi il significato di una parola? Il significato di una parola sta nel suo uso. Ossia: è nel modo in cui viene adoperato un segno che determina che significato possiede.
Quindi l’associazione di significati a parole  non è un processo meccanico ed uguale per tutti, bensì la corrispondenza è indeterminata e soggettiva.
Comunque col passare del tempo la corrispondenza tende asintoticamente ad omogeneizzarsi.
‘Il significato è l’uso’ deve essere inteso esattamente come ‘Comprendere è possedere le abilità linguistiche che si esercitano quando si usa il linguaggio’.
Tuttavia non sono rari i casi in cui le corrispondenze tra segni e simboli sono diverse da persona a persona. Appunto, spesso si perde molto tempo in una discussione che non ha nulla di sostanziale, bensì è solo una questione di definizioni.
Ad esempio: si può perder ore o secoli a convincer il nostro amico che l’amore non è ciò che intende lui, bensì è ciò che io intendo. Ma in realtà il fatto è che ad uno specifico segno stiamo associando simboli differenti.
Di queste faccende non filosofiche ne è piena la filosofia.

Le pseudo-proposizioni corrispondono a immagini senza senso.
La pseudo-proposizione non è una proposizione perché in essa non ad ogni segno è stato associato un simbolo.
A volte noi crediamo di aver dato senso ad ogni nostro segno, quando non è effettivamente così. La frase “Giulio Cesare è raramente” non è sensata, è una pseudo-proposizione. ‘Raramente’ è un avverbio e qui lo si vorrebbe utilizzare per altri scopi. Dunque quel ‘raramente’ è diverso dal ‘raramente’ utilizzato nella frase “Raramente piove”. Sono due segni uguali: il primo non ha significato, il secondo ne ha uno ben preciso.

Gli universali sono astrazioni linguistiche. Assumere realmente esistenti gli universali ci porterebbe, in un discorso che voglia indagare il profondo, a pseudo-proposizioni.

Se do una coordinata insensata non determino nessuna zona del foglio. Cosicché una pseudo-proposizione non dice nulla del mondo, dunque a noi non serve.

Le meta-proposizioni sono le proposizioni della matematica, esse sono equazioni. Queste non asseriscono nulla sul mondo, ma servono ad inferire da una proposizione del mondo ad un'altra proposizione del mondo.
Le meta-proposizioni non sono vere o false nel senso di aderire o meno al mondo, perché non parlano direttamente di esso. Le meta-proposizioni sono vere nel grado in cui sono utili per inferire da un fatto all’altro. Dunque quando si parla di verità di una meta-proposizione è cosa differente dal parlare di verità di una proposizione.
La matematica è utile.
Ci si può concentrare interamente sulla sintassi, trascurando la semantica, che verrà ripresa solo a calcolo ultimato, ossia sul risultato.

Noi dobbiamo, prima ancora di farci immagini del mondo vere, farci delle immagini del mondo sensate.

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