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Note sui Versi aurei di Pitagora

Di Roberto Taioli
Giugno 2016

 

(PITAGORA - VERSI AUREI traduzione e cura di Vincenzo Guarracino, prefazione di Carlo Sini, Edizioni Medusa, Milano, 2005)

 

 

I versi aurei di Pitagora, la cui stesura effettiva è fatta risalire ai discepoli che seguivano il Maestro (come nei Vangeli avviene rispetto a Gesù Cristo) possono essere considerati una sintesi del pensiero filosofico del grande matematico. In essi è racchiusa soprattutto la dottrina morale di Pitagora ispirata al principio della métriotes, della moderazione (“c’è un giusto mezzo a ogni cosa”) e all’ideale dell’armonia e della concordia della natura (“Conoscerai che per Legge è omogenea in ogni sua parte Natura”). Eris blaptusa, la rovinosa Discordia, è sempre in lotta con il suo contrario. Molte di queste idee racchiuse nei versi aurei confluiranno poi in Platone, in particolare il tema dell’anima che si libera dal carcere del corpo e che Pitagora aveva trattato nella forma della trasmigrazione e della metempsicosi. E’ interessante notare come questi temi pitagorici riguardo il destino dell’anima, filtrati dal platonismo, riemergeranno nella cultura orientale e nel buddismo, segno di una profonda contaminazione tra aree culturali non prive di affinità.
L’uomo è invitato ad esercitare il potere della ragione (logos) sul mondo caotico degli istinti e delle passioni sfrenate, come il mangiare, il bere, il sonno il sesso e l’ira. L’uomo che esercita il logos è il saggio (“Soppesa il tuo agire, per non compiere gesti insensati; / è da stolti parlare od operare senza aver riflettuto). Sarà proprio questo continuo e metodico discernimento a condurre l’uomo sulla via della virtù (aretè), evitandogli la caduta nel disordine e nella disarmonia. Dicono i versi aurei: “Volontà siede accanto, in armonica unione congiunta, a Destino(Dynamis e Ananche).
Importante è anche il riferimento alla Tetrade; Pitagora fu infatti colui che “rivelò al nostro spirito la Tetrade”, che viene raffigurata con un triangolo equilatero con quattro unità per lato. A causa anche del carattere esoterico dell’insegnamento pitagorico, proprio di una ristretta comunità di iniziati, ci sono contrastanti opinioni sulla natura della Tetrade; Plutarco per es. ritenendola un numero mistico (10 o 36, il primo formato dalla somma dei primi quattro numeri, il secondo dalla somma dei primi quattro numeri pari e dei primi quattro numeri dispari) , altri come Ierocle identificandola con la stessa Divinità. Si vede qui in modo evidente il nesso profondo istituito nella scuola pitagorica tra sapere scientifico, etica e filosofia in un rapporto di intima fusione, come leggiamo nell’ultima strofa dei versi:

 

Ma astieniti dai cibi come prescritto nei riti di purificazione
e liberazione: poi, valutando la tua anima, delibera ogni cosa,
ponendo al di sopra di tutto come ottima guida Ragione.
Che se, libero finalmente dal corpo, ti librerai verso il cielo,
sarai come dio, non più mortale, ma incorruttibile e eterno”.

 

La terapia dalla liberazione delle passioni smodate è una forma di rito religioso-sacrale. L’aspetto misterico si salda a quello razionale. Viene tracciato così un itinerario verso la perfezione che si realizza nell’assimilazione di umano e divino. Anche Diogene Laerzio nella sua Vita di Pitagora, nel riepilogare e spiegare la dottrina del Maestro, richiama il valore salvifico di Armonia (non a caso presente anche in musica) che tiene insieme tutte le cose e dell’amicizia come legame tra gli uomini.
I versi aurei assumono quindi la fisionomia di una precettistica, tesa a sacralizzare ogni aspetto della vita quotidiana, rivolta ad un pubblico ristretto di iniziati che si impegnavano a rispettare le norme non in nome di una esteriore obbedienza, ma per un’intima adesione interiore. Su di essi gravava anche la missione il diffondere il Verbo del maestro perché la civiltà ne fosse irradiata e purificata. Questa aristeia etica ed intellettuale presuppone l’esistenza del male da sconfiggere radicato negli uomini che vivono senza accorgersene:

 

Saprai che affliggono gli uomini i mali da essi stessi voluti:
infelici, non si danno pensiero dei beni pur avendolo accanto
e li ignorano e sanno ben pochi il modo di sottrarsi agli affanni”.

 

   Roberto Taioli

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE- Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano. Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico. Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.

Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

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