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Il nuovo "oppio dei popoli".

di Lucio Garofalo - ottobre 2006

- L’orgia nazionalista e il nuovo regime
- Il potere economico del calcio
- Tutto, tranne uno sport

 

“La religione è l’oppio dei popoli”, asseriva Karl Marx; “la religione è l’acquavite dello spirito”, incalzava un certo Lenin… E oggi?

 

Oggi la religione esprime un significato marginale e secondario, almeno per le masse che vivono nelle società secolarizzate dell’occidente, fatta eccezione per alcune esigue minoranze.
Nonostante l’offensiva scagliata dai teocons, malgrado il vento di restaurazione teologica e politico-ideologica che soffia dagli Stati Uniti di Bush e che ha trovato nel pontefice tedesco e nel cardinale Ruini i due massimi rappresentanti all’interno delle gerarchie vaticane, nonostante ciò la religione (nella fattispecie quella cattolica apostolica romana) è destinata a diventare un punto di riferimento sempre più blando ed esteriore, almeno rispetto al passato. Oggi la religione non rappresenta più “l’oppio dei popoli”, ma lo è solo per alcune ristrette frange integraliste, ultraconservatrici ed ultratradizionaliste presenti negli stati occidentali e per quei settori oltranzisti e fondamentalisti dei paesi islamici.
Ormai la religione non occupa più il posto centrale, non ha più l’importanza ossessiva e dominante che ricopriva nell’esistenza degli uomini delle epoche trascorse, anche in Europa. Oggi quel valore prioritario, pervasivo, onnipresente che la religione esprimeva in passato, sembra essere assunto dal calcio, che è appunto il vero “surrogato” della religione, è il nuovo “oppio dei popoli”. Se qualcuno nutrisse qualche dubbio in merito, credo che le recenti manifestazioni di follia collettiva a cui abbiamo assistito durante i campionati mondiali disputatisi in Germania e soprattutto dopo la finale vinta dagli “azzurri”, abbiano rimosso e sgombrato il campo (non di calcio) da qualsiasi dubbio e perplessità.
Allo stesso modo in cui in passato le divinità religiose simboleggiavano i valori supremi dell’esistenza umana, oggi il calcio costituisce un totem assolutamente sacro ed inviolabile per vaste moltitudini di persone, evidentemente espropriate di autentici valori umani, estetici e spirituali. Il calcio è diventato il culto pagano per antonomasia della nostra epoca senza più culti, senza più divinità, senza più idoli, senza più riferimenti culturali o principi etico-morali, senza più passioni spirituali, artistiche o politiche che siano in grado di accendere ed impreziosire la vita terrena degli individui, strozzati da una brutale
alienazione socio-economica. In tal senso il calcio è diventato una vera e propria valvola di sfogo, una via di scampo e di evasione dal soffocante grigiore del vivere quotidiano. Esso è una sorta di acquavite spirituale in cui le masse annegano le angosce e le inquietudini, le frustrazioni e i dolori che le affliggono, così come un tempo si faceva ricorso alla religione.
I calciatori sono dunque i nuovi eroi, i moderni gladiatori, i miti incarnati del nostro tempo, le divinità terrene oggetto di un culto pagano secolarizzato, sono la vera metafora dei guerrieri e dei cavalieri medievali: belli, onesti, forti e coraggiosi, temuti e rispettati, ricchi e potenti, senza macchia e senza paura. Ma, per l’appunto, si tratta di una mitologia estetizzante e falsa.
Infatti, come in passato (e ancor oggi) si combattevano (e si combattono) sanguinose guerre di religione, così oggi si combattono negli stadi di calcio veri e propri conflitti bellici sublimati, a tal punto che il calcio viene definito, a ragione, come una “metafora della guerra”. Non a caso il gergo calcistico, il lessico abitualmente usato dai telecronisti specializzati, dagli addetti ai lavori e dai semplici e comuni tifosi di calcio, rievocano e scimmiottano lo stile tipico del vocabolario guerresco. Volete alcuni esempi? Eccoli: si dice “cannonata” per indicare un forte tiro in porta; “bomba” con analogo significato; “bomber” per definire un forte attaccante; “attacco” e “difesa”, eccetera eccetera. Credo che gli esempi menzionati bastino allo scopo.
Non è un caso, infine, che la retorica usata dopo il “trionfo berlinese” per celebrare l’apoteosi nazional-popolare del Circo Massimo, sia da parte della carta stampata e dei vari mass-media, sia da parte dei numerosi politici nostrani che ne hanno approfittato per mettersi in mostra e speculare sull’evento (non più solo e semplicemente di natura sportiva), è una retorica di chiaro stampo sciovinista, militarista e populista.

L’orgia nazionalista e il nuovo regime
E’ stata davvero impressionante l’orgia nazionalista che ha invaso la nazione in seguito al trionfo calcistico in Germania, che non ha precedenti o eguali in altri casi del genere.
Penso, ad esempio, al vittorioso mondiale spagnolo del 1982, che vide in Pertini e Spadolini i protagonisti istituzionali della campagna di strumentalizzazione orchestrata in quell’occasione.
Penso alla propaganda strumentale attuata dal regime mussoliniano dopo le vittorie della nazionale di Pozzo ai campionati del mondo del 1934, in Italia, alle Olimpiadi di Berlino, nel 1936, e ai mondiali del 1938, in Francia. Si trattò di “trionfi sportivi” che tornarono utili alla retorica sciovinista, militaristica ed imperialistica impiegata dal regime fascista. Il quale, non a caso, in quegli anni era impegnato in alcune campagne militari e coloniali, e nel 1940 si adoperò per giustificare ed esaltare l’intervento (rovinoso) nella seconda guerra mondiale.
Penso ad esempi storici che hanno riguardato anche le altre nazioni.
Rammento la campagna di propaganda nazionalistica organizzata in Germania dopo la vittoria ai campionati del mondo disputati in Italia, nel 1990: si trattò di manifestazioni e celebrazioni che per dimensioni ed effetti mediatici superarono addirittura l’opera di esaltazione della riunificazione tedesca avvenuta dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989.
Ebbene, tutti i precedenti menzionati impallidiscono di fronte all’imponente campagna di strumentalizzazione messa in atto dall’attuale governo di centro-sinistra, sfruttando in maniera cinica ed opportunistica l’eccezionale ondata di euforia e di festa popolare. In tale circostanza i protagonisti e gli artefici istituzionali sono stati Giorgio Napolitano, Romano Prodi e il ministro dello sport Giovanna Melandri, che hanno goduto del concorso dell’intera stampa di regime, compresa Liberazione. Francamente, mi ha molto inquietato e disgustato vedere come la sinistra al potere, inclusa Rifondazione, si sia rivelata più nazionalista dei nazionalisti, più populista di Berlusconi, più sciovinista dei fascisti, insomma più realista del re!
La rinnovata vocazione ed inclinazione nazionalista, sciovinista e militarista dell’Italia non risulta una novità, anzi. La storia degli ultimi 25 anni lo dimostra ampiamente.
Tuttavia, mentre nel 1982 il neoimperialismo italiano si presentava ad uno stadio ancora embrionale, oggi è pervenuto alla sua maturità ed è pronto a nuove imprese espansionistiche e neocolonialistiche. Si legga in questa ottica la questione del voto parlamentare per il rinnovo dei finanziamenti alla spedizione militare in Afghanistan che sta lacerando i partiti della sinistra radicale e il movimento pacifista, nonché il sostegno ad un’ipotesi interventistica in Libano, seppure sotto l’egida dell’Unione Europea. Basti pensare che l’Italia, dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, risulta essere storicamente lo stato con più presenze militari nel mondo.

Il potere economico del calcio
Per quanto mi riguarda, non sono in discussione il successo e il titolo di campione del mondo dell’Italia calcistica. I valori squisitamente tecnici, atletici ed agonistici della nazionale di Lippi sono evidenti e incontestabili, ed io non intendo metterli in dubbio come, invece, qualcuno ha tentato di fare, sia in Italia che all’estero. Tanto meno voglio criticare o disprezzare il moto spontaneo di gioia e di festa del popolo italiano dopo il successo della nazionale.
Per me è in discussione ben altro, a cominciare da un elemento che mi pare alquanto oggettivo e inoppugnabile, ossia che il calcio è da diverso tempo un fenomeno non più solo e semplicemente sportivo, ma rappresenta qualcosa di più complesso, un valore sommo, sacro ed inviolabile. Il calcio, non solo in Italia ma nel resto del mondo, è ormai diventato una grande, ricca e imponente industria, dominata dalla dittatura di sponsor economici di dimensioni multinazionali e da alcune potenti società per azioni quotate in borsa.
Nel nostro paese il calcio appare tra le prime tre o quattro voci più rilevanti e determinanti dell’economia nazionale, ed è così anche in tante altre nazioni del mondo.
Il potere economico-finanziario del calcio ha ormai assunto dimensioni colossali e smisurate non solo in Italia ma su scala planetaria. In particolare in Italia esso è diventato un incontrollato e incontrollabile fenomeno di corruzione economico-affaristica e politica, come si evince chiaramente dallo scandalo di “calciopoli” e, ancor più, dall’inversione di rotta dei mass-media e della magistratura sportiva, che ha mitigato le pene previste dalle sentenze al fine di arginare e ridurre i rischi di un tracollo finanziario delle società sportive quotate in borsa.
Sempre a proposito dell’importanza economica del calcio, riporto un altro dato significativo.
Secondo autorevoli esperti internazionali di economia, la vittoria della nazionale italiana di calcio dovrebbe favorire e generare un incremento, in termini percentuali, di almeno lo 0,7% del P.I.L., cioè della ricchezza economica complessivamente prodotta dai lavoratori del nostro Paese. Tradotta direttamente in soldi, tale crescita ammonterebbe ad almeno 7 miliardi di euro, vale a dire la stessa cifra che il governo Prodi prevede di incassare attraverso la manovrina finanziaria varata dal ministro dell’economia Padoa-Schioppa.
Allora, mi domando, perché non ci risparmiano i duri effetti di tale provvedimento governativo?
Si afferma che il “trionfo berlinese” procurerà una vera iniezione di fiducia e di ottimismo in tutta la nazione e verso il nostro Paese, incentivando i flussi turistici, le esportazioni dei prodotti made in Italy, ecc., ma a me pare che questa sia stata soprattutto una mega-iniezione di morfina o di eroina spirituale, una colossale “pera” metaforica in grado di stordire e narcotizzare la
coscienza collettiva di un’intera nazione.

Tutto, tranne uno sport
Si può dunque ribadire, senza tema d’essere smentiti, che il calcio è tutto tranne uno sport, è il nuovo oppio delle masse, capace di suscitare una sbornia nazional-popolare di dimensioni mai viste prima, scatenando effetti isterici ed irrazionali che rasentano, se non trascendono addirittura, la soglia del peggior fanatismo e la più morbosa manifestazione di follia collettiva.
Ovviamente, quando le cose vanno bene le conseguenze sono di euforia e tripudio popolari, di festa nazionale e di delirio contagioso, come abbiamo avuto modo di assistere in tutte le piazze italiane dopo la vittoria della nazionale di calcio ai mondiali tedeschi.
Eppure, cose del genere sono già accadute in Italia, e non solo relativamente al calcio.
Ad esempio, nel 1948 una storica vittoria di Gino Bartali al Tour de France, riuscì ad evitare il rischio di un’insurrezione armata di massa in seguito all’attentato commesso contro il leader del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti: alla pulsione insurrezionale subentrò il desiderio di festeggiare lo straordinario successo internazionale di un nostro compatriota, un immenso campione del ciclismo e dello sport italiano.
Tuttavia, la passione ossessiva e totalizzante, l’irrazionalità quasi patologica, il morboso feticismo che appartengono al tifo calcistico, trovano riscontri solo nel cieco fanatismo religioso e nell’atteggiamento oltranzista e fondamentalista del mistico più acceso che non ama che siano messi in dubbio la propria fede e i propri principi confessionali. Diversamente dal tifoso di altri sport, il tifoso di calcio è generalmente irrazionale e vulnerabile, aggressivo, nevrotico e violento, euforico e delirante, alla stregua di chi professa con veemenza un credo religioso.
Tale fenomeno non è soltanto italiano, ma di proporzioni gigantesche e planetarie.
Ad esempio, nel 1950 in Brasile, dopo la finale persa contro l’Uruguay di Schiaffino, si registrarono numerosi suicidi e casi di depressione. Cito questo dato assai estremo per evidenziare in modo emblematico i comportamenti di isteria e patologia collettiva che sono connessi al calcio, non solo in Italia o in Brasile ma nel mondo intero.
E’ un’enorme ingenuità pensare che il calcio sia soltanto uno sport. Se così fosse, non assisteremmo alle esasperazioni morbose, alle forme di isterismo e teppismo collettivo, alle violenze di massa cui ormai siamo assuefatti e che nulla hanno a che spartire con lo sport, mentre appartengono ad un fenomeno alienante e ad un business di portata mondiale.
Il calcio appassiona, travolge, emoziona, coinvolge, trascina e mobilita vaste moltitudini popolari come, anzi più delle religioni e delle guerre medesime. Basti pensare che la finale del campionato mondiale di calcio è stata seguita in televisione anche nei territori arabo-palestinesi che sono teatro di un vero e proprio massacro completamente ignorato e dimenticato dai mass-media e dall’opinione pubblica internazionale.
A proposito, durante lo svolgimento del mondiale tedesco mi chiedevo che fine avesse fatto il movimento pacifista… Invece di scendere in piazza per protestare contro i crimini israeliani, esso si mescolava e partecipava ai festeggiamenti popolari per il “trionfo azzurro”, assistendo con colpevole inerzia e senso d’impotenza a quanto accadeva (ed accade) in Medio Oriente.

Lucio Garofalo - ottobre 2006

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