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Le nuvole del perdono
Apologo di Giuseppe Bailone

Giovanni ha subìto un torto gravissimo da Cesare.
Da allora, la sua vita è radicalmente cambiata. La sua mente è prigioniera di quel torto. Lo rielabora in continuazione, lo definisce con sempre più precisione e lo trova sempre più bruciante. Raramente incontra il malvagio che gli ha fatto tanto male. Se può, lo evita.
Ieri se l’è trovato davanti all’improvviso, senza poterlo evitare. Il disagio è stato tormentoso e violento. Ha cercato di liberarsene, rivolgendo la parola al nemico e sul tema della ferita. “Perché non mi chiedi perdono?” ha gridato con uno sforzo lacerante di dialogo. “Non posso” ha cominciato a balbettare Cesare, ma non è riuscito a finire la frase che Giovanni, travolto dall’ira e dall’angoscia, era già fuggito. Nella fuga, Giovanni finisce davanti al palazzo delle scienze e delle tecniche.
Il suo tormento è insostenibile. Guarda quel palazzo in cui è entrato tante volte, con qualche risultato, per avere giustizia del torto subito e sollievo ai suoi tormenti.
Entra ancora una volta, ma chiede della filosofia. “Deve andare all’ultimo piano, dove ci sono le scienze umane” gli indica l’ufficio informazioni.
Arrivato all’ultimo piano, non trova l’ufficio della filosofia. Ci sono sì delle porte con indicazioni di filosofie, ma tutte con complementi di specificazione.
“Io cerco la filosofia senza specificazioni, la Filosofia. Dove la posso trovare?” chiede ad un addetto alle pulizie.
“Da molto tempo non è più qui. Le scienze umane si sono moltiplicate così tanto che per lei non c’era più posto e, poi, erano ormai pochi quelli che venivano a cercarla. Pare, però, che resti a disposizione del pubblico e riceva sul terrazzo che fa da tetto al palazzo.” Giovanni sale sul terrazzo e trova la filosofia in contemplazione delle nuvole.
“Perché sei arrivato fin qui? Ami le nuvole?”
“Ho l’inferno nel cuore e tu sei la mia ultima speranza. Ho il cuore in tumulto. Ho subito un torto intollerabile e l’indignazione mi distrugge” risponde Giovanni.
“Fermati un momento a guardare le nuvole con me e poi parleremo del tuo tormento” dice suadente la filosofia.
Giovanni si sdraia accanto alla filosofia ed alza gli occhi al cielo. Ma non riesce a fermare lo sguardo. L’agitazione lo spinge a supplicare la filosofia di starlo a sentire.
“Se non riesci a liberarti nella contemplazione delle nuvole, non sarai tu a parlarmi del tuo tormento, ma sarà il tuo tormento a cadermi addosso e io non capirò nulla del tuo problema”, spiega la filosofia. Giovanni prova di nuovo ad alzare gli occhi, ma non riesce a fermare lo sguardo.
“Prova a cercare nelle nuvole i tratti di chi ti ha fatto tanto male. Quando l’avrai trovato me lo indicherai”, gli propone la filosofia. Giovanni cerca il volto malvagio. Più volte gli sembra di averlo individuato, ma, appena cerca di indicarlo alla filosofia, la nuvola cambia i suoi tratti e il volto nemico si dilegua.
“Appena mi sembra di averlo colto, mi sfugge. Sembra inafferrabile, ma ogni volta che mi sfugge, provo come un senso di liberazione” dice Giovanni. “Le nuvole sono libere e ti indicano la strada. Fatti guidare dal senso di liberazione che il loro movimento ti provoca. Prova a fare come loro e a sfuggire alla presa”.
“Non capisco” dice Giovanni.
“Hai visto come sono libere e sfuggenti le nuvole? Ogni volta che ti sembra di poter fissare, anche solo per un momento, un’identità ad una di esse, lei ti si sottrae e cambia.
Il tuo nemico invece ti ha inchiodato alla identità di chi ha subito un torto intollerabile e tu non riesci a sottrarti alla presa. Se non farai come le nuvole, ne morirai”, spiega la filosofia. “Io voglio liberarmi. Sono disposto anche a parlare con il mio nemico. Oggi, quando me lo sono improvvisamente trovato davanti, ho cercato di parlargli e gli ho domandato perché non mi chiede perdono. Ma quando lui mi ha detto che non poteva, non ho più resistito e sono fuggito travolto dall’ira”. “Il tuo offensore ha detto la verità. Lui non può liberarti dal tormento chiedendoti perdono. Lui ha commesso il delitto e non può fare come se quel che ha fatto non fosse stato fatto. Lui non ha più libertà dal fatto che ha commesso. Tu, invece, hai quella libertà. Tu puoi liberare te stesso e lui dal fatto compiuto e fare come se esso non fosse avvenuto”, dice la filosofia.
“Non capisco”.
“Rifletti sul verbo perdonare. È un donare con per rafforzativo. Significa fare atto di donazione per eccellenza. È un atto signorile, gratuito, divino, di cui l’uomo può essere capace, in momenti di grazia, se impara dalle nuvole. Il tuo nemico offensore non può chiederti perdono. La sua richiesta pregiudicherebbe la tua libertà assoluta, gratuita, leggera come il movimento delle nuvole. Sarebbe ancora lui a muoverti e tu dovresti decidere di riconoscergli o meno le ragioni per perdonarlo. Sarebbero le ragioni a decidere e non la tua grazia. Quando lui ti ha offeso ha aperto con te un rapporto contrattuale, per te involontario, ma da cui ti è sempre più difficile uscire. Se lui ti chiede di perdonarlo, sposta in avanti il rapporto, ma ne lascia immutata la natura contrattuale. Ti rende giudice del suo cambiamento, non libero dall’offesa: tu e lui restate nei vincoli del contratto inaugurato dall’offesa. Vi muovete col peso e la determinatezza dei vagoni di un treno in galleria, non con la leggerezza e la grazia delle nuvole”.
Giovanni crede di aver capito ma non riesce a decidere. Nella notte sogna nuvole e vagoni ferroviari. Verso il mattino il vagone su cui sta dormendo precipita in un burrone, ma la caduta si fa subito volo, movimento leggero delle nuvole. Capisce e si sveglia. Sente l’onnipotenza del perdono legata al gesto ripugnante di consegnarsi alla libertà di chi l’ha offeso. E decide di lasciarsi andare alla libertà assoluta, divina, quella che riesce a sottrarsi anche alla presa dei fatti.

 

Giuseppe Bailone

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