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La pace è dentro al cuore

Di Domenico Caruso - Marzo 2013

 

L’opera di Dante Alighieri è di valore universale per le risposte che egli elargisce in ogni àmbito della convivenza civile.

Molti uomini illustri devono una parte della loro formazione, non soltanto linguistica, al sommo poeta ritenuto il primo intellettuale laico europeo.

Roberto Assagioli (1888-1974), fondatore della psicosintesi, dopo l’esperienza personale adottò la Divina Commedia come saggio spirituale per la guida dei suoi pazienti. Il suo metodo, noto in campo scientifico, ha conseguito eccellenti risultati.

«Dante, che visitò tutti i regni dell’esperienza umana, conobbe il meglio e il peggio della natura umana. Per lo psichiatra moderno, il poeta visionario era un maestro realistico di illuminazione che, sei secoli prima che Assagioli si dedicasse a liberare gli altri dalle loro prigioni interiori, aveva dedicato il proprio lavoro a condurre le future generazioni dall’infelicità alla beatitudine». (1)

L’Alighieri intravide in Virgilio il profeta inconsapevole di Cristo, nonché suo personale. Dentro il profugo Enea, alla ricerca di pace e d’amor patrio, si cela l’esule fiorentino. Non è un caso se, fin dai primi significativi canti dell’Inferno, si erge maestosa la figura di Francesca da Rimini là condannata a motivo della  sua tragica passione.

Infatti, con ammirevole delicatezza nonostante la disperazione, a dimostrazione della sua gratitudine Francesca annuncia al poeta che se le fosse concesso chiederebbe per lui a Dio quella pace che le è stata negata:

 

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re dell’universo,
noi pregheremmo lui per la tua pace,
poi ch’hai pietà del nostro mal perverso…» (Inf. V, 88-92).

 

Nella similitudine che illustra l’appartenenza alla sua città, l’eroina d’amore  sottolinea ancora come la pace di cui godono pure i fiumi va tolta a lei e al suo compagno:

 

«Siede la terra dove nata fui
sulla marina dove il Po discende
per aver pace co’ seguaci sui…» (V, 97-99).

 

Nella mitologia, Pace era figlia di Giove e di Tèmi. Sua madre (dea greca della Giustizia), secondo la leggenda, sedeva sui gradini del trono del re dell’Olimpo tenendo in mano la cornucopia e  la bilancia. La dea Pace, ad Atene, veniva venerata nel famoso tempio Eirène. A Roma, la stessa, nello splendido altare innalzato da Augusto nel Campo Marzio riceveva i sacrifici incruenti anche dagli ammalati convinti di poter essere guariti. Vespasiano, in seguito, fece erigere alla dea un maestoso tempio nei pressi del Foro.

«Non esiste una via per la pace, la Pace è la via», sostiene il Dalai Lama, la massima autorità spirituale tibetana.

Dappertutto, si parla di pace senza aver ben chiaro il significato del termine.

Dal latino pax, a sua volta derivante dalla desinenza indoeuropea pak (pattuire, fissare), donde pangere (accordarsi), si perviene alla riduttiva definizione di tranquillità di animo, assenza di guerra e così via dei  dizionari.

Gesù, nell’ultima cena, sentì la necessità di affermare ai suoi discepoli:

 

«La pace vi lascio, la mia pace vi do. Non come la dà il mondo io ve la do».
(Gv 14, 27)

 

Nella Bibbia la pace (shalom) comprende tutti i beni materiali e spirituali  che una corretta vita cristiana richiede. La pace è gioia e impegno, come dimostra la liturgia eucaristica. Il sacerdote, dopo l’invocazione rivolta al Signore, invita i fedeli: «Datevi un segno di pace!». Il gesto simbolico della stretta di mano, se vera, è dettata dal sentimento che in Cristo non ci sono differenze di ceto o di razza.

Fu San Leone II (611-683), Papa calabrese, nato probabilmente nella nostra antica Vallis Salinarum (o Piana di S. Martino), ad introdurre nella Messa il bacio della pace. (2)
Il primo saluto di Cristo Risorto ai suoi discepoli fu Pax vobis e quell’augurio indica il frutto principale della Messa: se così non fosse, tutto si risolverebbe in una semplice cerimonia o devozione. Il dono  messianico della pace è reciproco, poiché obbliga un rapporto di comunione con il prossimo.

Lo ha ribadito il Papa Benedetto XVI nella XXVII Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace del dicembre 2012:

 

«Gesù Cristo ha riassunto e dato compimento ai precetti in un comandamento nuovo: Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (Gv 13, 34); qui sta il segreto di ogni vita sociale pienamente umana e pacifica, nonché del rinnovamento della politica e delle istituzioni nazionali e mondiali».

In precedenza, Giovanni XXIII aveva annunciato: «In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili». (3)
Nel Vecchio Testamento la preghiera dei Salmi è un colloquio diretto con l’Onnipotente, la guida di un itinerario spirituale.

Il ritorno d’Israele dall’esilio babilonese nella terra dei padri è salutato dal canto gioioso:

 

«Voglio ascoltare ciò che dice Dio, il Signore:

sì, egli parla di pace

per il suo popolo e per i suoi fedeli,

per quelli che ritornano a lui con fiducia.

 

Certo, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,

per far dimorare la gloria nella nostra terra.

 

La bontà e la fedeltà si sono abbracciate,

la giustizia e la pace si sono baciate.

 

La fedeltà  germoglierà dalla terra

e la giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 85, 9-12).

 

Giustizia e pace, verità e amore sono - nel salmo - attributi divini, realtà che l’uomo deve tenere contemporaneamente presenti per la sua salvezza.

Si era pensato che il progresso scientifico avrebbe procurato un periodo di pace, senza prima aver scrutato in fondo l’anima dell’uomo.

L’antica massima Nosce te ipsum (conosci te stesso), incisa sul frontone del tempio di Apollo a Delfi e diffusa dal filosofo ateniese Socrate (470-399 a.C.), è stata a lungo disattesa. Ma non si può realizzare alcun cambiamento se non si procede nella via della virtù. Si discute di pace senza tener conto che essa è generata dalla giustizia. Le espressioni improprie armi della pace e guerra giusta dimostrano quanto si è lontani dal reciproco rispetto e dal perdono.

La strage di bambini e di innocenti nei conflitti fra popoli costituisce sempre una sconfitta per l’umanità; l’inaudita violenza  nelle famiglie e nella società non trova alcuna giustificazione. Come si può parlare di giustizia e di pace quando non si è più tranquilli nelle proprie case, quando i giovani non trovano lavoro e i disabili vengono frustrati; quando si distruggono i beni altrui, non vi è trasparenza nella politica e si sprecano i conti pubblici? Se si abbandonano i malati, si emarginano gli anziani e si maltrattano persino gli animali quale società è la nostra?

Tanti si servono dei moderni mezzi di comunicazione per carpire la buona fede della gente al fine di raggiungere i posti di prestigio: «Essi parlano di pace con i loro vicini, ma hanno la malizia nel loro cuore» (Sal 28, 3).

La pace non si ottiene con le manifestazioni in piazza e con i convegni fra i soliti amici, ma deve scaturire dall’anima e realizzarsi nei comportamenti integerrimi.

La democrazia, forma di governo a sovranità popolare, ha perso il suo significato: sono stati lesi proprio i diritti fondamentali del cittadino. La corruzione politica e i privilegi di una casta diffusa a danno delle classi più deboli hanno procurato una crisi spaventosa. Quando i valori di giustizia, libertà e uguaglianza vengono calpestati il declino della nazione è inevitabile. Anche in passato si sono verificati periodi difficili, ma c’era ancora spazio per la speranza. Si preparava la valigia di cartone e si emigrava in cerca di fortuna ma, al ritorno, con il gruzzoletto di danaro frutto di duro sacrificio, si ringraziava il Signore e si festeggiava in famiglia.

Le porte rimanevano aperte ad amici e parenti che condividevano questa gioia, pronti ad intervenire poi in caso di bisogno. Al tempo degli avi nessun uomo si disperava o si dava la morte per necessità economiche.

Sono trascorsi più di due millenni e l’invito di Cristo non è stato ben accolto.  Soltanto chi conserva la pace con il prossimo e con se stesso, nonché chi sopporta le persecuzioni a causa della fede può ritenersi beato. E lo fu Francesco d’Assisi che nel suo Cantico delle Creature definisce

 

«Beati quelli ke ’l sosterrano in pace,

ka da te, Altissimo, sirano incoronati».

 

(Beati coloro che le sopporteranno (malattie e sofferenze) in pace,

perché saranno da Dio incoronati).

 

Perciò, «La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il pane»,  scrive il cileno Pablo Neruda (1904-1973), Premio Nobel per la letteratura.

Ecco la sua Ode alla pace:

 

«Sia pace per le aurore che verranno,

pace per il ponte, pace per il vino,

pace per le parole che mi frugano

più dentro e che dal mio sangue risalgono

legando terra e amori con l’antico

canto; e sia pace per le città all’alba

quando si sveglia il pane…

[…] Se dovessi morire mille volte,

io là vorrei morire:

se dovessi mille volte nascere,

là vorrei nascere,

vicino all’araucaria selvaggia,

al forte vento che soffia da Sud,

alle campane comprate da poco.

Nessuno pensi a me.

Pensiamo a tutta la terra, battendo

dolcemente le nocche sulla tavola.

Io non voglio che il sangue

torni a inzuppare il pane,

i legumi, la musica…».

 

Mahatma Gandhi (1869-1948), fondatore della nonviolenza e padre dell’indipendenza indiana, ucciso durante un incontro di preghiera, nella composizione Un dono esorta:

 

«Prendi un sorriso,

regalalo a chi non l'ha mai avuto.

Prendi un raggio di sole,

fallo volare là dove regna la notte.

Scopri una sorgente,

fa bagnare chi vive nel fango.

Prendi una lacrima,

posala sul volto di chi non ha pianto.

Prendi il coraggio,

mettilo nell'animo di chi non sa lottare.

Scopri la vita,

raccontala a chi non sa capirla.

Prendi la speranza,

e vivi nella sua luce.

Prendi la bontà,

e donala a chi non sa donare.

Scopri l'amore,

e fallo conoscere al mondo».

 

Infine, lo storico politico cinese Li Tien Min (1909-1993) così celebra La pace:

 

«Non importa chi tu sia

uomo o donna

vecchio o fanciullo

operaio o contadino

soldato o studente o commerciante

non importa quale sia

il tuo credo politico

o quello religioso;

se ti chiedono qual è la cosa

più importante per l'umanità

rispondi prima

dopo

sempre

la pace!».

 

La Chiesa, durante il rito delle Ceneri, ripete le parole con le quali Dio scacciò Adamo dal paradiso terrestre:

 

«Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris» (Gn 3, 19).  (Ricorda uomo che polvere sei e in polvere devi tornare).

L’orgoglio si accompagna sempre all’invidia, oscura la coscienza e come ha dimostrato Madre Teresa di Calcutta annienta ogni cosa.

E’ ancora Dante a fornirci una lezione esemplare. I presuntuosi ignorano che siamo vermi non ancora sviluppati: è dalla modestia che possono trasformarsi in angeliche farfalle destinate a  non subire più metamorfosi:

 

«O superbi cristian, miseri lassi,

che, della vista della mente infermi,

fidanza avete ne' retrosi passi,

non v'accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l'angelica farfalla,

che vola alla giustizia senza schermi?»
(Pg. X, 121-126).

 

 

Domenico Caruso

Articolo pubblicato su "La Piana" di Palmi - RC - Anno XII, n.2 - Febbraio 2013

 

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NOTE

1) R. Schaub & B. Gulino Schaub, Il Metodo Dante - Ed. Piemme, Casale Monferrato (AL) - 2004.

2) Cfr. Barrio, Antichità e luoghi della Calabria (Roma, 1737), nota di Tommaso Aceti (pag. 335).

3) Dalla: Lettera Enciclica Pacem in terris dell’11 aprile 1963.

 

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