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Il paradosso delle moderne neuroscienze

Di Giulio Bonali - Ottobre 2014

 

Mi sembra di poter rilevare un fatto paradossale (almeno in apparenza), il “paradosso delle moderne neuroscienze”, come lo potremmo chiamare, cioè il fatto che i notevolissimi progressi compiuti nella spiegazione scientifica del funzionamento cerebrale e delle correlazioni fra funzionamento cerebrale (o meglio determinati casi ed eventi nell’ ambito del funzionamento cerebrale) ed esperienza cosciente non sembrano minimamente avvicinarci alla soluzione del problema “ontologico” (in che cosa consistono? Come vanno intesi?) dei rapporti mente/cervello (o più in generale pensiero/materia).
Perché?
Credo perché la questione, posta nei termini delle neuroscienze, è mal posta (ed è ovvio che a un problema mal posto non si può trovare alcuna soluzione corretta e veritiera).
La questione dei rapporti materia/pensiero (e dunque anche cervello/mente) non è infatti propriamente una questione scientifica (cioè interna alle scienze naturali, biologiche e in particolare alla neurologia) bensì “metascientifica”, cioè “eccedente il mondo materiale-naturale” conoscibile scientificamente (il quale comprende il cervello umano e animale e altre “macchine elaboranti informazione”, anche artificiali): letteralmente va “al di là” di esso (ovvero è metafisica, filosofica).
L’ errore di cercare una soluzione unicamente ed integralmente scientifica è almeno in parte probabilmente una conseguenza degli strepitosi successi teorici (e pratici) conseguiti dalle moderne scienze naturali (nella conoscenza e nel “dominio” pratico del mondo materiale–naturale, di cui non fa parte la mente pensante, il pensiero; ma invece il cervello). Strepitosi successi che hanno favorito una sopravvalutazione della possibilità di applicarne i metodi e i criteri anche a questioni alle quali non sono affatto oggettivamente e comunque non esaustivamente applicabili, come appunto quelle del pensiero o “realtà mentale” e del rapporto fra questa e la realtà materiale–naturale (e in particolare nel suo ambito il cervello umano).
Quali sono le caratteristiche (le ragioni) che rendono determinate questioni affrontabili scientificamente, ovvero determinati “ambiti della realtà” conoscibili scientificamente (e altri che non le presentassero non conoscibili scientificamente)?
Sono essenzialmente l’ intersoggettività e la misurabilità (cioè la possibilità di rilevare rapporti quantitativi esprimibili mediante numeri; la quale consente di compiere generalizzazioni-astrazioni induttive del divenire di ciò che ne è caratterizzato esprimibili mediante formule o equazioni algebriche e se non proprio verificabili per lo meno falsificabili - o meno - empiricamente, attraverso osservazioni e misurazioni).
Ma questo non è il caso di quei dati fenomenici che costituiscono il pensiero cosciente, la realtà mentale: pensieri, nozioni, idee, concetti più o meno astratti, giudizi o predicati, e inoltre volizioni, desideri o aspirazioni e loro maggiore o minore soddisfazione o insoddisfazione, ecc.).
L’ errore fondamentale dei neurofisiologi con pretese di soluzione del problema dei rapporti mente/cervello e di gran parte dei filosofi della mente (tutti quelli variamente monisti materialisti, a mio parere) sta nella pretesa di esaurire la realtà fenomenica esperibile (cioè accessibile alla coscienza, in ultima istanza facente parte dell’ esperienza fenomenica cosciente: “esse est percipi”, Berkeley) in toto nella sola sua componente materiale (conoscibile scientificamente).
I monisti materialisti generalmente attaccano il dualismo cartesiano, che ha una collocazione più che rispettabile nell’ ambito della storia della filosofia occidentale ma è da gran tempo superato, pretendendo che sia l’ unico dualismo possibile, l’ unica alternativa praticabile al riduzionismo del mentale al cerebrale, o alla “sopravvenienza” oppure all’ “emergenza” di quello su questo o ancora alla pretesa ed evidentissimamente falsa eliminazione di quello dalla realtà di fatto oggetto di immediata constatazione empirica (a seconda della variante di monismo materialistico che propongono) e ignorano altre possibili forme di dualismo più attuali e meno attaccabili: così facendo si scelgono un avversario di comodo “di una categoria o serie chiaramente minore” con il quale disputare partite a senso unico e dall’ esito scontato, ovvero pretendono di essere campioni per il fatto che le loro prestazioni sono nettamente superiori a quelle di qualche “sparring partner” neanche tanto quotato come tale.
Confondono fra l’ altro quasi sempre la coscienza con il pensiero, mentre essa comprende sia il pensiero che la materia, i quali fanno parte entrambi dell’ esperienza fenomenica cosciente (fanno parte dell’ insieme o totalità dei “dati od oggetti di coscienza”, cioè delle sensazioni fenomeniche coscienti tanto quelle “interiori” o mentali o di pensiero quanto quelle “esteriori” o materiali: visive, uditive, tattili, propiocettive, olfattive, gustative, enterocettive, ecc.).
Un po’ come quell’ ubriaco di una nota barzelletta che cerca la chiave di casa che ha smarrito sotto la luce del lampione “perché è là che ci si vede meglio”, essi cercano la coscienza (e in particolare il pensiero, la mente, con la quale tendono a confonderla) nella materia (cerebrale), quando invece è la materia ad essere nella coscienza. Non il è pensiero (fenomenico) a trovarsi (e a dover essere ricercato o “contestualizzato”) nella natura materiale (altrettanto fenomenica!), bensì la natura materiale (accanto, contestualmente, complementarmente alla realtà mentale o di pensiero, entrambe fenomeniche) a trovarsi (e a dover essere riconosciuta o “contestualizzata”) nella coscienza (nell’ esperienza fenomenica cosciente, della quale l’ “esse est percipi”, tanto nella sua componente materiale o naturale quanto in quella mentale o di pensiero).
Qui sta il loro errore fondamentale.
Ciò che conta in filosofia della mente non è il fatto, alquanto ovvio e banale, che non c’ è nessuno “spettro nella macchina” (Ryle), bensì quello, profondo e non affatto banale, non immediatamente evidente, che “la macchina è nello spettro”, cioè che il cervello, come tutto il resto del mondo materiale-naturale, fa parte dell’ esperienza (fenomenica) cosciente non diversamente dal mondo mentale o di pensiero (non diversamente, salvo che per i fatti importantissimi che questo non è intersoggettivo né misurabile quantitativamente mediante rapporti esprimibili con numeri; e di conseguenza non è conoscibile scientificamente).
L’ esperienza cosciente non è né sopra, né sotto, né di lato, né dietro, né davanti, né men che meno all’ interno del cervello osservato “dall’ esterno” (se fosse nel cervello, il quale - con il comportamento cosciente che dirige, che determina - è nell’ esperienza cosciente di chi lo osserva, allora l’ esperienza cosciente - dell' osservato - sarebbe in un’ altra esperienza cosciente - dell' osservatore - e allora assurdamente sarebbe solo una parte dell’ esperienza cosciente dell’ osservatore e non l’ esperienza cosciente dell’ osservato).
Infatti cercando di osservare nel funzionamento di un cervello animale o umano (che sono eventi propri della, appartenenti alla, nostra esperienza cosciente di “osservatori”) non vi si può trovare alcuna esperienza cosciente: non prede o predatori, non arcobaleni o opere d’ arte, se l’ esperienza dei “titolari” di tali cervelli in quel momento è la visione di una preda o di un predatore o di un arcobaleno o di un’ opera d’ arte rispettivamente; non pensieri astratti, sentimenti o desideri se la loro esperienza è in quel momento il pensare la dimostrazione di un teorema della geometria, il sentirsi innamorati o la voglia di un buon caffè. Niente di tutto questo può essere trovato costituire il loro comportamento cosciente (osservato "dall' esterno", da altri soggetti di coscienza), o meglio gli eventi neurofisiologici nei loro cervelli che tale comportamento “dirigono”, qualora lo si analizzi scientificamente nella maniera più accurata e precisa possibile, bensì solo ed unicamente trasmissioni di potenziali d’ azione attraverso fasci di fibre nervose ed eccitazioni o inibizioni di membrane postsinaptiche; e queste sono altre e ben diverse “cose” da pensieri astratti, sentimenti, desideri, ecc., cioè da - (- i contenuti o costituenti del -) - la loro coscienza.
Sono invece cose (eventi) naturali materiali che interferiscono causalmente con il resto del mondo fisico in maniera del tutto naturale, secondo le leggi della neurofisiologia, perfettamente riducibili a quelle della fisica-chimica (interferenze naturali materiali teoricamente osservabili intersoggettivamente, in linea di principio, e verificabili accadere fino alla partenza degli impulsi motori negli appropriati neuroni del sistema piramidale ed extrapiramidale e alla conseguente contrazione degli appropriati muscoli "volontari"), al contrario dei corrispondenti stati coscienti (sensazioni, pensieri, desideri, volontà, ecc.); questi ultimi, infatti, non facendo parte del mondo fisico, non essendo enti o eventi materiali, non possono interferire in alcun modo con il mondo materiale stesso per la sua chiusura causale, scientificamente imprescindibile (potrebbero benissimo non accadere, eppure quegli eventi neurofisiologici e le conseguenti contrazioni muscolari, i “comportamenti coscienti” - pseudo tali, in questa ipotesi - di uomini e animali, come tutta la realtà materiale naturale di cui fanno parte, accadrebbero comunque esattamente allo stesso modo, come naturalissime conseguenze fisico-chimiche unicamente di determinate correnti di impulsi nervosi lungo fasci di assoni e attraverso sinapsi).
I "pensanti coscienti" (animali e umani) fanno parte - con i loro cervelli ed i loro comportamenti diretti dai rispettivi cervelli - dell’esperienza cosciente di chi li osserva “dall’ esterno” (della componente naturale materiale di essa, che diviene causalmente senza interferenza alcuna da parte di enti od eventi non naturali materiali ed è possibile oggetto di conoscenza scientifica); il loro pensiero, la loro coscienza (tutta, compresa la percezione di oggetti materiali, non solo di pensiero, da parte loro) non ne fa parte, ma costituisce diverse e separate esperienze coscienti che con tali “contenuti di coscienza” nell’ ambito delle - altre, diverse - esperienze coscienti degli osservatori non possono essere identificate (arcobaleni, opere d’ arte, dimostrazioni di teoremi, sentimenti e desideri da una parte, determinati flussi di impulsi elettrici lungo vie nervose e trasmissioni sinaptiche all’ altra parte), ma casomai ad esse possono “puntualmente e univocamente corrispondere su altri piani" in divenire "parallelo" ad esse, separato da esse, non affatto causalmente interferente con esse.
Se non si compie questa “rivoluzione copernicana”, se non si capisce che non è la coscienza nel cervello ma invece il cervello nella coscienza (di chi lo osserva) e che le coscienze, le esperienze coscienti sono (insiemi e successioni di) eventi reali bensì correlati intersoggettivamente nella loro componente materiale esterna, ma comunque reciprocamente separate, discontinue, “universi fenomenici” (fatti di percezioni interne-mentali ed esterne-materiali) reciprocamente chiusi, trascendenti, seppur divenienti “in parallelo”, su “piani ontologici” diversi, in modo per l’ appunto puntualmente ed univocamente correlato, le neuroscienze e la filosofia della mente sono necessitate a brancolare nel buio del “mistero”. Un po’ come gli evoluzionisti pre-darwinaini, che postulavano e pretendevano invano di provare la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti; e se non fossero arrivati Darwin e Wallace sarebbero ancora lì a brancolare nel buio del "mistero dell' evoluzione biologica".

 

Vi sono in realtà diverse varianti di monismo materialista, che però incorrono tutte in questo stesso malinteso fondamentale, salvo forse la più radicale, l’ eliminativismo, che peraltro contravviene ancor più platealmente all’ evidenza empirica dei fatti constatabili.
Alcune varianti pretendono di ridurre immediatamente il pensiero cosciente e la coscienza in generale al cervello e al suo funzionamento, cioè pretendono che la mente si identifichi puramente e semplicemente con determinati eventi o stati funzionali del cervello, che non sia nient’ altro che un complesso di determinati, processi neurofisiologici.
Altre varianti pretendono che il pensiero “emerga da” o “sopravvenga a” determinati eventi e funzionamenti del cervello.
Altre ancora che sia riducibile a oppure che emerga da o sopravvenga a determinati stati funzionali di tipo computazionale (elaborazione algoritmica di informazioni o “software”) realizzabili o implementabili sia nei cervelli umani (e in qualche misura animali), sia eventualmente, almeno in linea di principio, in congegni artificiali (macchine di Turing variamente configurate quanto ad “hardware”), nonché in eventuali esseri intelligenti e coscienti extraterrestri.
A questo proposito in particolare c’è fra l’ altro da considerare un’ incongruenza insanabile nell’ identificazione della mente con (o nell’ emergenza da o la sopravvenienza a) il software di quel particolare sofisticatissimo hardware che sarebbe il cervello. In quest’ ultimo infatti, al contrario che negli elaboratori artificiali, non è possibile una distinzione netta, una separazione chiara e precisa fra “hardware” e “software”: malgrado l’ abusata metafora del “lavaggio del cervello” non si può affatto “formattare” un cervello come si formatta un disco fisso di computer per poi potervi implementare immediatamente del software interamente nuovo; la memoria umana (cerebrale) è generalmente molto tenace e perde una parte limitata dei suoi “contenuti” (i ricordi) in maniera non arbitrariamente selezionabile (certe cose non si riesce a dimenticarle, mentre altre non si riesce a ricordarle per quanti sforzi si facciano) mentre della memoria di un computer si può cancellare ad libitum ciò che si vuole (anche perché un computer è fatto da utenti che se ne servono mentre i cervelli “naturali” si fanno “da sé”, per interazioni naturali fra genoma e ambiente, e funzionano “per sé” e non al servizio di alcun “utente”).
L’ acquisizione da parte di un cervello di nuove “nozioni” e abilità teoriche o pratiche, contrariamente all’ implementazione di nuovi programmi sui computer, avviene sempre modificando inevitabilmente in qualche misura il “supporto materiale” (cerebrale) in maniera almeno parzialmente irreversibile o per così dire “non perfettamente reversibile simmetricamente nel tempo”. Infatti avviene attraverso la formazione di nuove sinapsi, il potenziamento di altre preesistenti o magari anche l’ eliminazione o l’ indebolimento di determinate altre connessioni sinaptiche, le quali sono per certi aspetti “software”, ma per altri aspetti fanno parte dell’ “hardware” cerebrale; e non si azzerano e si sostituiscono con diverse “configurazioni funzionali” già ben definite ab initio attraverso semplici “operazioni di disinstallazione o installazione di tipo “tutto o nulla”, bensì si modificano con una certa gradualità attraverso complesse e spesso difficili esperienze di “allenamento”, “apprendimento” o in generale di progressivo affinamento variamente ripetute e non del tutto prevedibili nel loro decorso.
Molti monismi materialistici fanno inoltre leva su una concezione “olistica” della natura (materiale) espressa dallo slogan ad effetto secondo il quale “il tutto” sarebbe “più della somma delle parti”.
Quest’ ultima trovata non spiega proprio nulla: in che senso o in che modo alla somma delle parti costituenti il cervello si aggiungerebbe - sempre nell’ ambito del modo materiale naturale - quel “di più” che è rappresentato dall’ esperienza cosciente e nel suo ambito dai fatti di pensiero o mentali? Nessun materialista “olista” sa dirlo!
L’ unica cosa che può trovarsi nei cervelli “in più” dei semplici eventi fisico-chimici descritti dalla neurofisiologia e che da questi può essere considerata “emergere” o ad essi “sopravvenire” in qualche modo sensato è l’ elaborazione algoritmica di dati su di essi “implementata”, che si può considerare essi realizzino: in questo senso effettivamente l’ aspetto “computazionale” del funzionamento cerebrale è qualcosa di ulteriore rispetto al loro divenire considerato in termini meramente fisico-chimici, allo stesso modo in cui per esempio in un computer le sue prestazioni non sono puramente e semplicemente il funzionamento “meramente meccanico” dell’ insieme opportunamente disposto di pezzi di plastica, silicio, vetro, metalli, ecc. che lo costituiscono. Ma anche questo aspetto “computazionale” o “algoritmico” o “informazionale” che può essere considerato nel funzionamento cerebrale ulteriormente rispetto ai suoi semplici aspetti meramente fisico-chimici fa comunque parte, del tutto similmente a questi ultimi, della realtà fenomenica materiale naturale nell’ ambito delle coscienze degli “osservatori” del funzionamento di tali cervelli e non di quelle ad essi correlate o corrispondenti (non rientra nell’ ambito delle coscienze dei “titolari” di tali cervelli): non se ne esce!
E infatti si può esaminare come e quanto si vuole il cervello (umano o meno; oppure qualsiasi futuribile “supercomputer intelligentissimo” presumibilmente “capace di pensare”), ma vi si troveranno sempre e solo neuroni, assoni, sinapsi, circuiti nervosi percorsi da impulsi (potenziali d’ azione) eccitatori o inibitori dei neuroni postsinaptici (tali da far loro emettere o meno a loro volta - a determinate condizioni - altri potenziali d’ azione); e costituiti a loro volta da membrane, macromolecole organiche e micromolecole inorganiche, atomi, particelle-onde subatomiche, campi di forze; organizzati in maniera tale da configurare un hardware sul quale avvengono elaborazioni algoritmiche di informazioni (oppure in alternativa diversi tipi di hardware artificiali inorganici funzionalmente simili, cioè tali da eseguire analoghe elaborazioni algoritmiche di dati). Ma tutto ciò è ben altra cosa dall’ esperienza cosciente (in generale; e dai suoi aspetti mentali o di pensiero in particolare) che le neuroscienze ci dimostrano sempre più convincentemente essere “correlate” o determinatamente coesistenti a tali congegni materiali (per lo meno quelli naturali, i cervelli).
Per esempio quando una persona avverte un senso di soddisfazione, oppure vede un bel mazzo di fiori multicolori, allora in determinate aree della sua corteccia cerebrale (che possono essere viste, per lo più di fatto indirettamente attraverso l’ imaging neurologico funzionale, nell’ ambito di diverse esperienze coscienti, quelle di eventuali osservatori) avvengono determinati eventi neurofisiologici (attivazioni – presumibilmente - di aree dei nuclei talamici, del sistema limbico e della corteccia frontale, oppure – certamente - della corteccia occipitale “visiva”); ma questi ultimi sono tutt’ altra cosa da sensazioni di piacere o da oggetti visivi vivacemente colorati: sono macroscopicamente “roba gommosa o gelatinosa di color grigio-roseo-biancastro” microscopicamente costituita da neuroni ed assoni variamente eccitati e percorsi da potenziali d’ azione in modo da configurare determinati trattamenti algoritmici di dati (teoricamente realizzabili anche su altre parti di cervello o su “macchine elaboratrici” del tutto diverse): nessun vivace colore, nessuna sensazione piacevole di soddisfazione! E inoltre si trovano, accadono nell’ ambito di una (o più di una) altra esperienza cosciente, diversa da quella in cui accadono invece il senso di soddisfazione o la visione dei fiori colorati.
E nemmeno si vede in che senso l’ esperienza cosciente e la mente possano “emergere da” o “sopravvenire a” tutto ciò: le uniche “cose” (o eventi) che “derivano” o conseguono o “si aggiungono condizionatamente come fatti reali” a tutto ciò (in ambito naturale) sono i potenziali d’ azione dei motoneuroni somatici e viscerali o delle fibre nervose stimolanti determinate secrezioni endocrine (potenziali d’ azione propagantisi nei nervi periferici) e quindi le ulteriormente conseguenti contrazioni muscolari o secrezioni ghiandolari costituenti i movimenti e in generale i mutamenti corporei di cui consiste il comportamento dell’ uomo o degli altri animali coscienti (oppure, nel caso del funzionamento degli elaboratori artificiali di dati, le determinate attivazioni delle rispettive periferiche di output; ammesso che ve ne siano o almeno in linea di principio se ne possano costruire di coscienti) e nient’ altro: tutti eventi diversi dall’ esperienza cosciente che (non sempre universalmente ma solo in determinati casi) li “accompagna” (per lo meno il funzionamento dei cervelli naturali). Comportamento biologico o output di elaboratori che in teoria potrebbero anche accadere senza esserne affatto accompagnati (come ha fatto notare David Chalmers, se per assurdo qualcuno o tutti gli altri uomini e animali fossero degli zombi privi di coscienza non ci sarebbe modo di accorgersene in quanto li vedremmo funzionare comunque esattamente allo stesso modo, comportarsi esattamente come si comportano in conseguenza della loro attività neurologica cerebrale sollecitata dalle loro esperienze di vita più o meno recenti oppure remote).
E invece le esperienze coscienti che si ammette “accompagnino” tali eventi neurofisiologici e i conseguenti comportamenti non accadono affatto “accanto ad essi” in alcun senso (non insieme ad essi nell’ ambito delle esperienze coscienti di chi, almeno di solito indirettamente, tramite l’ imaging neurologico”, li osserva), bensì “fuori” di essi, separatamente da essi, “altrove” nell’ ambito della “totalità ontica” di ciò che è reale, e con essi non in interazione, non in contatto causale, (hanno ben diversa natura o “collocazione ontologica”).
Ciò che infatti ci dimostrano le neuroscienze, grazie soprattutto all’ imaging neurologico funzionale, non è affatto che determinati eventi neurofisiologici sono, si identificano con (né che in qualche modo comprensibile e sensato ad essi “sopravvengano” o da essi “emergano”) determinati eventi di coscienza. E’ invece che a determinati eventi neurofisiologici (rilevabili, dunque esistenti, accadenti realmente come insiemi di sensazioni fenomeniche; per lo più di fatto indirettamente, per l’ appunto tramite l’ imaging neurologico funzionale) nell’ ambito delle esperienze coscienti di “osservatori” coesistono (e corrispondono biunivocamente) determinati eventi fenomenici di coscienza (nell’ ambito di esperienze coscienti diverse da quelle degli “osservatori”, le esperienze coscienti di “osservati”).
Le varianti eliminativiste del monismo materialismo, dal canto loro, constata l’ impossibilità di trovare in alcun modo (direttamente per riduzione di eventi neurofisiologici o indirettamente per fantomatici ed oscuri processi di “sopravvenienza” o “emergenza”) la coscienza e in particolare la sua componente mentale nella materia (cerebrale o di macchine artificiali in grado di elaborare informazioni), non trovano di meglio che negare semplicemente l’ esistenza della realtà mentale stessa: pretendono infatti che essa non sia qualcosa di effettivamente, davvero reale (bensì “creduto erroneamente, falsamente essere reale”), probabilmente per il semplice fatto che contrariamente alla realtà fisica non è intersoggettiva; confondendo quindi l’ intersoggettività con la realtà.
Ma “reale” non è un mero sinonimo di “intersoggettivo”, bensì è un concetto più ampio, che include sia ciò che è intersoggettivo, cioè gli oggetti (di sensazioni) materiali che chiunque in linea di principio può percepire alla sola condizione di “collocarsi nel giusto punto di osservazione” e “osservare nel modo adeguato” (per esempio guardando nella giusta direzione), sia gli oggetti (di sensazioni) mentali. Non sono reali solo (le sensazioni costituenti) le montagne che tutti possono vedere o gli stati cerebrali correlati alle sensazioni interiori di pensieri (come concetti più o meno astratti, ragionamenti, inferenze, e inoltre piaceri, dolori, desideri, soddisfazioni o insoddisfazioni di desideri, ecc.), ma anche (le sensazioni di) concetti più o meno astratti, ragionamenti, inferenze, e inoltre piaceri, dolori, desideri, soddisfazioni o insoddisfazioni di desideri, ecc. stessi, di cui nessuno, oltre il loro “titolare”, può direttamente constatare l’ accadere (l’ essere reali); che cioè accadono (non per questo meno realmente!) unicamente in ciascuna singola, esperienza fenomenica cosciente, e non intersoggettivamente.
La loro esistenza reale non può essere né dimostrata né tantomeno constata, ma può essere creduta soltanto prestando fede a quanto ci dicono gli altri che affermano di provarli. Certo. Ma anche - ed esattamente allo stesso modo! - l’ esistenza reale degli oggetti materiali (montagne, stati cerebrali correlati alle esperienze mentali, ecc.) nelle altre esperienze coscienti diverse dalla “propria” immediatamente esperita può essere creduta soltanto prestando fede a quanto ci dicono gli altri che affermano di percepirli (come insiemi di sensazioni). Ed anche la loro intersoggettività (e fra l’ altro anche il loro divenire secondo leggi universali e costanti, che è l’ altra fondamentale condizione della conoscibilità scientifica del mondo materiale-naturale che essi costituiscono, non è né direttamente constatabile né dimostrabile ma può solo essere creduta arbitrariamente, “per fede”, come conseguenza inevitabile della critica humeiana della causalità).
In generale tutto ciò che viene creduto eccedere l’ immediata evidenza sensibile di ciascuno (tutto ciò che supera e nega il solipsismo) è inevitabilmente creduto indimostrabilmente (e - sia detto en passant - esserne consapevoli, riconoscere i limiti, il significato profondo, le condizioni di validità della razionalità in generale e della conoscenza scientifica in particolare significa essere più razionalisti che ignorarli, coltivando più o meno “beate” illusioni in proposito).
Dunque l’ intersoggettività e la conoscibilità scientifica propria del mondo naturale-materiale non ne fa in alcun modo qualcosa di più reale, né di più certamente, affidabilmente reale (ma casomai soltanto qualcosa di diversamente reale), rispetto al mondo mentale o di pensiero.
Negando la realtà di quest’ ultimo in quanto “non scientifico”, gli eliminativisti si comportano pertanto proprio esattamente come quei dogmatici seguaci di Aristotele che si rifiutavano di guardare nel telescopio galileiano in quanto “non in accordo con la filosofia” (peripatetica; allora identificata con la scienza tout court”).

 

Stati di coscienza costituiti da sensazioni sono l' unica realtà di cui a rigore possiamo essere certi (se e quando li avvertiamo). E sono reali unicamente in quanto (costituiti da) sensazioni (materiali: "oggetti della vista, udito, tatto, propiocezione, enterocezione, olfatto, gusto; oppure mentali: pensieri, ricordi, concetti, nozioni, giudizi o predicati o credenze, sentimenti, desideri, volizioni, soddisfazioni o piaceri, insoddisfazioni o dolori, ecc.).
Se qualcosa di reale esiste (anche) allorché queste sensazioni non accadono nella nostra coscienza (fra l’ eventuale altro gli oggetti e il soggetto di queste sensazioni fenomeniche coscienti), allora non può essere costituito dalle medesime sensazioni fenomeniche coscienti, pena la caduta in una patente autocontraddizione (l' affermare che tali sensazioni, materiali e/o mentali - ovvero i loro oggetti o "contenuti", che di esse sono unicamente ed interamente costituiti - accadono realmente – anche - allorché non accadono realmente). Non può trattarsi che di "qualcosa di congetturabile" (letteralmente, dal greco, "noumeno") e non "percepibile sensitivamente", cioè apparente (letteralmente, dal greco, "fenomeno").
Quello che si può ragionevolmente ipotizzare (non dimostrare) è solo che fenomeni materiali e fenomeni mentali siano "determinati eventi nell' ambito delle esperienze coscienti (che ne sono costituite) per così dire corrispondenti per filo e per segno a determinati eventi nell' ambito del noumeno" (di questi ultimi, non essendo essi direttamente conoscibili al contrario dei fenomeni, non si può parlare che in maniera inevitabilmente "oscura" e "vaga", utilizzando termini dal significato meramente metaforico: di qui le virgolette); e in particolare che certe "circostanze" proprie di determinate particolarissime "entità o eventualità noumeniche coscienti", a ciascuna delle quali corrisponde l’ accadere di un' esperienza fenomenica cosciente, siano tali che a determinati "rapporti di ciascuna di esse con se stessa" vi corrispondano (nella rispettiva esperienza fenomenica cosciente) determinate sensazioni mentali (di cui esse sono sia soggetti che oggetti); mentre a determinati "rapporti di ciascuna di esse con altre da esse stesse diverse entità o eventualità noumeniche non necessariamente particolarissime (qualsiasi; che ne sono oggetti)" vi corrispondano (nella rispettiva esperienza fenomenica cosciente delle prime particolarissime entità o eventualità noumeniche “accompagnate da una propria coscienza”, che ne sono soggetti) determinate sensazioni materiali. In questo modo determinati eventi neurofisiologici presenti in un certo cervello (reali in quanto insiemi di sensazioni fenomeniche materiali, almeno potenzialmente e di fatto solitamente in maniera indiretta: deducibili da altre osservazioni dirette - l’ imaging neurologico - grazie alla scienza e alla tecnica), per esempio nel "mio cervello" nell' ambito della "tua" esperienza cosciente, corrispondono determinati eventi di coscienza (mentali o anche materiali a seconda dei casi) nell' ambito di un' altra diversa esperienza fenomenica cosciente (in questo esempio la "mia") e viceversa.
E’ un’ ipotesi indimostrabile, credibile (anch’ essa!) arbitrariamente, letteralmente “per fede”. Qualcuno potrebbe storcere il naso adducendo il rasoio di Ockam: “entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”. Ma non si tratta di “entia multiplicata praeter necessitatem”), bensì ipotizzati allo scopo di (o “per soddisfare la necessità di”) risolvere la questione metafisica dei rapporti mente/cervello in accordo con la chiusura causale del mondo fisico, con le corrispondenze scientificamente rilevate fra funzionamento cerebrale e stati di coscienza e con l’ intersoggettività postulata fra i contenuti o componenti materiali-naturali delle esperienze fenomeniche coscienti (necessaria perché possa darsene conoscenza scientifica).
Potrà inoltre essere ritenuta da molti “controintuitiva” o “contraria al senso comune” in quanto non è facile immaginare e ipotizzare l’ esistenza di più diversi e separati “ambiti della realtà” (il noumeno e svariate esperienze fenomeniche coscienti) non reciprocamente interferenti (fra i quali non accadono interazioni causa/effetto) ma in divenire per così dire “parallelo su piani diversi”, cioè correlato in modo tale che ad ogni certo, determinato stato o processo degli uni corrisponda uno e un solo certo, determinato stato o processo degli altri; ma questo non è comunque un buon motivo per respingerla. Infatti del tutto analogamente (nell’ ambito della scienza fisica) anche la non-piattezza ma sfericità approssimativa della terra, l’ azione a distanza propria della gravità (per lo meno newtoniana), la rivoluzione terrestre intorno al sole e rotazione terrestre, l’ inesistenza di un “supporto materiale” (o massivo: l’ etere) delle onde e dei campi di forza elettromagnetici, la relatività einsteiniana delle relazioni temporali fra eventi in diversi sistemi di riferimento inerziali, l’ indeterminazione quantistica e gli effetti a distanza fra le particelle/onde “entangled” sono tutte ipotesi “controintuitive” o “contrarie al senso comune”, cioè difficilmente accettabili a causa delle abitudini di pensiero inveterate e generalizzate ma assolutamente non assurde (non autocontraddittorie) e dunque non insensate.
Ed esattamente come tutte queste altre ipotesi non autocontraddittorie, logicamente corrette, sensatamente pensabili (possibili essere vere), per quanto “controintuitive”, risulta essere (nel suo proprio ambito: ontologico o filosofico anziché fisico) fortemente esplicativa (del problema al quale si applica): è l’ unica spiegazione dei rapporti materia/pensiero o mente/cervello che a mio parere “non fa una piega”.

 

   Giulio Bonali

 

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