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Qualità primarie e qualità secondarie al vaglio delle moderne neuroscienze

Di Giulio Bonali - Aprile 2016

 

La distinzione fra qualità primarie e secondarie nell'ambito degli oggetti e “contenuti” delle sensazioni materiali secondo alcuni si riallaccerebbe alla distinzione già propria dell'atomismo antico fra gli atomi e il vuoto da una parte, da considerarsi effettivamente, “oggettivamente” reali (cioè propri – inevitabilmente - degli enti ed eventi in quanto “innanzitutto e soprattutto” reali; e poi, solo “in secondo luogo”, anche – eventualmente - possibili oggetti di sensazione e di conoscenza), e tutte quelle qualità sensibili delle cose (delle cose percepite, osservate) che si distinguono dai semplici rapporti spaziali, geometrici e temporali nella disposizione e nei movimenti degli atomi stessi dall'altra parte, da considerarsi invece meramente apparenti, reali soltanto in modo puramente e semplicemente “soggettivo” (cioè limitatamente a certe caratteristiche ed aspetti della eventuale coscienza degli enti ed eventi reali da parte dei suoi soggetti, e da questi ultimi unicamente dipendenti, propri esclusivamente ad essi stessi). In età moderna essa fu probabilmente proposta esplicitamente per primo da Galileo, ripresa convintamente da Descartes e poi da Locke e riproposta da vari altri autori ancora successivamente.
Così Galileo la illustra nel Saggiatore, nel 1623:

 

“Per tanto io dico che ben sento tirarmi dalla necessità, subito che concepisco una materia o sostanza corporea, a concepire insieme ch’ella è terminata e figurata di questa o di quella figura, ch’ella in relazione ad altre è grande o piccola, ch’ella è in questo o quel luogo, in questo o quel tempo, ch’ella si muove o sta ferma, ch’ella tocca o non tocca un altro corpo, ch’ella è una, poche o molte, né per veruna imaginazione posso separarla da queste condizioni; ma ch’ella debba essere bianca o rossa, amara o dolce, sonora o muta, di grato o ingrato odore, non sento farmi forza alla mente di doverla apprendere da cotali condizioni necessariamente accompagnata: anzi, se i sensi non ci fussero scorta, forse il discorso o l’immaginazione per sé stessa non v’arriverebbe già mai. Per lo che vo io pensando che questi sapori, odori, colori etc., per la parte del suggetto [in linguaggio odierno: oggetto, N.d.R] nel quale ci par che riseggano, non sieno altro che puri nomi, ma tengano solamente lor residenza nel corpo sensitivo, sì che rimosso l’animale, sieno levate ed annichilate tutte queste qualità; tuttavolta però che noi, sì come gli abbiamo imposti nomi particolari e differenti da quelli degli altri primi e reali accidenti, volessimo credere ch’esse ancora fussero veramente e realmente da quelli diverse. Io credo che con qualche essempio più chiaramente spiegherò il mio concetto. Io vo movendo una mano ora sopra una statua di marmo, ora sopra un uomo vivo. Quanto all’azzione che vien dalla mano, rispetto ad essa mano è la medesima sopra l’uno e l’altro soggetto, ch’è di quei primi accidenti, cioè moto e toccamento, né per altri nomi vien da noi chiamata: ma il corpo animato, che riceve tali operazioni, sente diverse affezzioni secondo che in diverse parti vien tocco; e venendo toccato, v.g. [in linguaggio odierno: cioè, N.d.R.], sotto le piante de’ piedi, sopra le ginocchia o sotto l’ascelle, sente, oltre al commun toccamento, un’altra affezzione, alla quale noi abbiamo imposto un nome particolare, chiamandola solletico: la quale affezzione è tutta nostra, e non punto della mano [...]. Ora, di simile e non maggiore essistenza credo io che possano esser molte qualità che vengono attribuite a i corpi naturali, come sapori, odori, colori ed altre. [...] che ne’ corpi esterni, per eccitare in noi i sapori, gli odori e i suoni, si richiegga altro che grandezze, figure, moltitudini e movimenti tardi o veloci, io non lo credo; e stimo che, tolti via gli orecchi le lingue e i nasi, restino bene le figure i numeri e i moti, ma non già gli odori né i sapori né i suoni, li quali fuor dell’animal vivente non credo che sieno altro che nomi.

 

E così Locke nel Saggio sull'intelletto umano, nel 1690:

 

Le idee delle qualità primarie dei corpi sono immagini di essi e le loro forme [nell’originale inglese: “patterns”, N.d.R.] esistono realmente nei corpi stessi; ma le idee prodotte in noi dalle qualità secondarie non hanno affatto somiglianza con essi.

 

Questa distinzione fu criticata da Berkeley che notò che tutte le qualità sensibili, anche quelle ritenute “primarie” sono in realtà costituite da mere sensazioni, facenti parte della coscienza direttamente esperita da ciascuno, la cui realtà si esaurisce nel (ovvero è limitata al) fatto di essere sentite: “Esse est percipi”; anche alle qualità primarie, non meno che a quelle secondarie, parafrasando Galileo “se i sensi non ci fussero scorta, forse il discorso o l’immaginazione per sé stessa non v’ arriverebbe già mai”; e tolti via, oltre agli orecchi le lingue e i nasi anche gli occhi e le mani, non resterebbero neppure “le figure i numeri e i moti”, oltre, e del tutto parimenti, agli odori ai sapori ed ai suoni, “li quali fuor dell’animal vivente non credo che sieno altro che nomi”. Successivamente Hume accolse e sviluppò in modo originale la critica berkeleyana e la estese, oltre che agli oggetti o “contenuti” materiali di sensazione cosciente, anche a quelli mentali.
Seguendo la critica di Berkely e Hume, le qualità primarie possono essere considerate altrettanto fenomeniche (per usare una terminologia introdotta da Kant successivamente), cioè costituite solo ed unicamente da insiemi di mere sensazioni coscienti, delle secondarie; e la differenza fra le une e le altre può essere limitata al fatto che soltanto gli oggetti, i “contenuti” di sensazione caratterizzati (o meglio costituiti) da qualità considerate “primarie” possono essere misurati (direttamente) mediante rapporti esprimibili numericamente; e conseguentemente i loro rapporti spaziotemporali ed anche i loro movimenti e il loro divenire o trasformarsi nel tempo possono essere rilevati, misurati, nonché generalizzati (attraverso un processo di induzione basato sul concetto di causalità che fu acutamente criticato anch'esso da Hume) e descritti secondo modalità astratte universali e costanti, le “leggi di natura”, esprimibili attraverso formule ed equazioni matematiche oggettivamente constatabili, confermabili (o falsificabili) da chiunque con buona precisione, consentendo la conoscenza scientifica della natura materiale (la cartesiana “res extensa”). Misurazione quantitativa (diretta) esprimibile mediante rapporti numerici precisi (sia pure limitatamente, ossia con un ineliminabile margine di approssimazione), con conseguente possibilità di esatta formulazione matematica delle modalità universali e costanti del divenire, che sono invece impossibili per le qualità “secondarie” del mondo naturale materiale (oltre che per tutte le sensazioni mentali o interiori, la “res cogitans”): essendo il libro della natura “scritto in lingua matematica, e i caratteri” essendo “triangoli, cerchi e altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto” (Galileo, Il Saggiatore, 1623), le qualità secondarie non matematizzabili non sono di alcuna utilità nella sua “lettura”, contrariamente alle primarie. Cioè semplicemente ai fini della conoscenza scientifica non serve (e può costituire una perdita di tempo e di efficacia della ricerca) prendere in considerazione le qualità secondarie, ma sono utili solo le primarie, pur essendo entrambe mere sensazioni reali unicamente in quanto qualità fenomeniche o eventi fenomenici, di coscienza in atto; e solo allorché sono in atto, ossia unicamente quando e fintanto che avvengono in qualità di mere sensazioni “soggettive”.
E tuttavia la conoscenza scientifica della natura, ottenibile prendendo in considerazione soltanto le qualità primarie direttamente misurabili degli oggetti sensibili materiali, ne spiega egregiamente pure le qualità secondarie: per esempio odori e sapori con le molecole che sollecitano i rispettivi recettori sensoriali, colori e suoi con le onde elettromagnetiche e meccaniche rispettivamente che vanno a stimolare i recettori sensoriali “loro propri”; dunque solo in questo modo indiretto è possibile misurare pure le qualità secondarie stesse, per esempio la frequenza delle onde acustiche cui è correlata l’acutezza (o “altezza”; non direttamente misurabile) dei suoni e la loro ampiezza cui è correlata l’intensità (o “volume”; non direttamente misurabile), oppure la concentrazione di determinate molecole cui è correlata l’intensità (non direttamente misurabile) di odori e sapori.
Più recentemente i progressi delle scienze neurofisiologiche hanno consentito di ottenere un certo tipo di spiegazione anche per le sensazioni mentali e più generalmente degli stati di coscienza “interiori” (pensieri, sentimenti, ecc., anch’essi e a maggior ragione non direttamente misurabili quantitativamente con una qualche pur limitata precisione e di conseguenza non conoscibili scientificamente; e contrariamente alle qualità secondarie delle sensazioni materiali o “esteriori” non misurabili nemmeno indirettamente), in quanto correlati a stati fisiologici del cervello (o più precisamente di alcune parti di esso, e specialmente o forse unicamente della sua corteccia): ogni certo determinato stato di coscienza, sia esterno o materiale (costituito da qualità primarie e/o secondarie che sia), sia interno o mentale, è correlato, nel senso di corrispondergli biunivocamente, a una certa determinata attività di certi determinati tratti (soprattutto e per lo meno corticali) di un certo determinato encefalo.
Da queste acquisizioni piuttosto recenti delle neuroscienze mi pare venga un ulteriore rafforzamento e conferma della critica (puramente filosofica nelle sue formulazioni originali) dei Berkeley e Hume alla distinzione fa qualità primarie e secondarie.
Infatti secondo la moderna neurofisiologia la “traduzione” degli stimoli sensoriali esterni o materiali in stati neurofisiologici corticali correlati a stati di coscienza caratterizzati da determinate caratteristiche qualitative (primarie e/o secondarie), attraverso la generazione di impulsi nervosi presso gli appropriati recettori e la loro trasmissione e modificazione (elaborazione) attraverso le rispettive vie e centri nervosi intermedi, fino appunto alla attivazione di aree corticali alla quali siano correlati stati di coscienza, non dipende tanto dalle caratteristiche oggettive degli eventi fisici stessi, quanto dalle vie e dai centri nervosi nei quali gli stimoli sensoriali evocati da tali eventi fisici si propagano e vengono elaborati e soprattutto - ed anzi esclusivamente - dal tipo (e dalla sede) di attività corticale che ne deriva.
Se per assurdo (ma come potrebbe essere di fatto sperimentalmente realizzato, anche nell’uomo se non fosse per ineludibili impedimenti di natura etica; e come credo sia stato anche effettivamente ottenuto su animali) gli impulsi sensibili derivanti da eventi fisici che “si traducono” normalmente in qualità coscienti secondarie come odori, suoni o colori vengono artificialmente “deviati” e “condotti” ad attivare aree corticali correlate a sensazioni di qualità primarie, allora accadono sensazioni aventi caratteristiche qualitative primarie, direttamente misurabili; e viceversa se gli impulsi sensibili derivanti da eventi fisici che si traducono normalmente in qualità coscienti primarie come visioni o sensazioni tattili di superfici estese vengono artificialmente “deviati” e “condotti” ad attivare aree corticali correlate a sensazioni di qualità secondarie, allora accadono sensazioni aventi caratteristiche qualitative secondarie, non direttamente misurabili. Ma anche semplicemente stimolando artificialmente, per esempio mediante microelettrodi impiantati “in loco” oppure con impulsi magnetici transcranici, aree corticali la cui attività è normalmente correlata a sensazioni di qualità primarie (cioè in ingenerale ottenendone attività neurologiche in qualsiasi modo naturalmente o artificialmente possibile), allora accadono sensazioni aventi caratteristiche qualitative primarie, direttamente misurabili; e invece stimolando artificialmente negli stessi modi aree corticali correlate a sensazioni di qualità secondarie (ma in ingenerale ottenendone attività neurologiche in qualsiasi modo naturalmente o artificialmente possibile), allora accadono sensazioni aventi caratteristiche qualitative secondarie, non direttamente misurabili.
Dunque per esempio se gli impulsi sensitivi evocati da onde meccaniche elastiche nel nervo acustico anziché seguire le vie e i centri di elaborazione fisiologici vengono artificialmente connessi con i nuclei, le aree corticali e le connessioni cerebrali che elaborano gli aspetti estesi (e non colorati) degli impulsi visivi, allora si ottengono sensazioni “soggettive” estese (direttamente misurabili: qualità primarie) di eventi fisici “oggettivi” costituiti da suoni e rumori; mentre se gli aspetti estesi delle elaborazioni visive pre-corticali (e dunque non coscienti) vengono artificialmente connessi con i nuclei e le connessioni cerebrali che elaborano le sensazioni uditive, fino alla corteccia acustica del lobo temporale, allora si ottengono sensazioni “soggettive” sonore (non direttamente misurabili: qualità secondarie) di eventi fisici “oggettivi” costituiti dall’ estensione di oggetti materiali: sono le “soggettive” sedi cerebrali e le modalità di attivazione di esse cui giungono gli impulsi nervosi sensitivi provocate da eventi fisici e non le caratteristiche “oggettive” di questi ultimi a determinare (o meglio a essere correlate con) le sensazioni coscienti di qualità primarie direttamente misurabili oppure di qualità secondarie non direttamente misurabili; l’aspetto primario-direttamente misurabile oppure secondario-non direttamente misurabile delle sensazioni esteriori o materiali non dipende da come sono “oggettivamente” fatte (e da come oggettivamente divengono) “le cose del mondo” che determinano le varie sensazioni stesse (gli enti ed eventi “oggetti di sensazione”), bensì da come è “soggettivamente” fatto il sistema nervoso di noi osservatori e “soggetti di sensazione” (e di conoscenza).

 

   Giulio Bonali

 

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