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Rimetti a noi i nostri debiti

Di Domenico Caruso - Settembre 2014

 

La richiesta a Dio della remissione dei debiti occupa la seconda parte del Padre nostro, le successive invocazioni completano la grandezza del perdono.

L’essenziale domanda mette alla prova l’identità dei discepoli i quali, anche sotto il profilo umano, hanno il compito di instaurare una convivenza sociale di giustizia e di pace. La forma chiasmica corrispondente è sia fatta la tua volontà.

L’uomo è invitato prima a dare e poi a chiedere.

L’evangelista Matteo, che era stato esattore delle imposte, usa la metafora commerciale per indicare che siamo debitori davanti a Dio (rimetti a noi i nostri debiti).

Luca, invece, si serve della parola peccato (perdona a noi i nostri peccati), poiché da esso vengono rappresentati i debiti verso Dio. Egli adopera il termine greco amartia (errore), proprio dei tiratori d’arco quando non colpiscono il bersaglio. Noi, miseri mortali, non potremmo colpire l’onnipotenza divina, ma il Padre che crede in noi si rende fragile col suo amore.

Il Profeta annuncia che il Signore: «si è fatto carico delle nostre infermità e si è addossato i nostri dolori. Noi lo abbiamo ritenuto come un castigato, un percosso da Dio e umiliato. Ma egli è stato trafitto a causa dei nostri peccati, schiacciato a causa delle nostre colpe. Il castigo che ci rende la pace si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti». (Is 53, 4-5)

Quando si percepisce che il peccato è l’offesa verso Dio e il rifiuto del suo amore si intraprende la via del perdono. La Bibbia ce ne dà la conferma.

Adamo acquista coscienza della sua disobbedienza nel momento in cui il Signore lo chiama e gli domanda: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino, e ho avuto paura, perché io sono nudo, e mi sono nascosto». (Gn 3, 9-10)

Davide si accorge d’aver peccato dalle parole del profeta Natan che l’assicura:

«Il Signore perdona il tuo peccato. Non morrai. Ma poiché tu hai disprezzato il Signore con questa azione, il figlio che ti è nato morrà». (2Sam 12, 13-14)

Pietro, all’invito del Signore, obietta:

«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte senza prendere neppure un pesce; però, sulla tua parola, getterò le reti». E quando, dopo aver obbedito, prende una grande quantità di pesci si getta ai piedi di Gesù dicendo: Allontanati da me, Signore, perché io sono un peccatore». (Lc 5, 5 e 8)

La differenza tra la versione di Marco e quella di Luca nell’orazione domenicale è soltanto marginale: mentre il primo evangelista narra per gli ebrei, l’altro si rivolge ai gentili meno usi alla fraseologia biblica.

Nella lingua di Gesù (l’aramaico) il peccato è definito  hobáin (debito verso Dio). Se, dunque, è un debito contratto con Dio significa che la nostra vita Gli appartiene.

La parabola del debitore disumano (cfr Mt 18, 23-35) corona l’insegnamento sulla comunione ecclesiale. Gesù, al culmine della sua preghiera, afferma: [al pari del servo spietato] «il Padre mio celeste tratterà voi, qualora non rimettiate di cuore ciascuno al proprio fratello» (18, 35). E superando la legge della mera giustizia, annuncia quella dell’amore per cui bisogna perdonare di cuore.

«Se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e farisei», ribadisce Cristo, «non entrerete nel regno dei cieli». (Mt 5, 20)

La straordinaria pagina neotestamentaria che introduce la parabola del servo malvagio riguarda, appunto, il perdono illimitato evidenziato dal breve dialogo di Pietro (cfr la prima parte) che chiede al Maestro quante volte dovrà perdonare il proprio fratello (cfr Mt 18, 21-22).

Tra i Profeti minori, Giona è protagonista di una vicenda emblematica che dimostra l’infinita misericordia di Dio, il quale abbraccia senza distinzione tutte le creature. E’ Giona ad opporsi all’idea che il Signore possa rivelarsi benevolo anche nei confronti dei peggiori nemici come Ninive, capitale degli Assiri. Perciò, disobbedendo all’invito di recarsi nella nota città idolatra, s’imbarca fuggendo verso occidente, allontanandosi dalla voce dell’Eterno. La violenta tempesta che ne consegue minaccia di far naufragare la nave, per cui i marinai impauriti obbligano il Profeta di rivelare il motivo della disgrazia. Giona, ammettendo la sua colpa, si fa buttare in mare. Così, mentre il suo corpo scompare fra le acque, la tempesta si placa.

I marinai, in segno di riconoscenza, offrono al Dio degli Ebrei doni e sacrifici.

Il Profeta viene, quindi, inghiottito da un grosso pesce rimanendovi nel suo ventre per tre giorni e tre notti. Rigettato sulla spiaggia, raggiunge la città per proclamare:

«Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!».

Il popolo, allora, si converte e crede nel Signore. Giona, sorpreso dalla bontà di Dio, avrebbe preferito essere morto;  esce poi dall’abitato e si costruisce una capanna. Su questa il Signore vi fa crescere una pianta di ricino per fare ombra al Profeta, ma il giorno dopo la fa seccare. Giona se ne lamenta e «... il Signore soggiunse: Tu hai compassione del ricino, per il quale non hai faticato e che non hai fatto crescere [...] e io non dovevo aver pietà della grande città di Ninive, nella quale ci sono più di centoventimila esseri umani [...]?». Il messaggio rivela che Dio vuole la salvezza di tutti.

Il segno di Giona si applica alla sepoltura e alla risurrezione di Cristo, rimasto nel cuore della terra per tre giorni e tre notti. (cfr Mt 12, 40)

Le colpe degli uomini procurano dolorose ferite a Dio, Verità e Amore. Non si ottiene misericordia se non si è clementi con il prossimo.

La Madre Chiesa insegna che è obbligatorio confessare i peccati di materia grave, commessi con piena avvertenza e deliberato consenso. Si ritengono mortali, anche secondo le circostanze: sacrilegi, bestemmie, impurità, falsi giuramenti, furti, ingiurie, omessa santificazione delle feste.

La famiglia è un’istituzione sacra e va rispettata; nel focolare domestico si condiziona la vita. Recriminare ai genitori di non essere imparziali è sempre spiacevole, ma la preferenza di un figlio procura agli altri componenti familiari fratture affettive, nonché depressione, ansia e perdita di autostima.

«Sei cose odia il Signore, anzi sette ne detesta: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che ordisce trame malvagie, piedi che corrono in fretta verso il male, falso testimone che sparge menzogne e chi provoca discordie in mezzo ai fratelli». (Prov 6, 16-19).

«Uno dei serafini volò verso di me tenendo nella mano un carbone acceso, che aveva  preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca, dicendo: Ecco, questo ha toccato le tue labbra; è sparita la tua colpa, il tuo peccato è perdonato». (Is 6, 6-7)

Papa Francesco, nell’omelia del 23 giugno 2014, ricorda che «sparlare degli altri è una forma di giudicare», un’imitazione demoniaca.

«Chi semina spine non vada scalzo», ammonisce un aforisma, poiché non si può costruire la propria felicità sulla sventura altrui.

Nel canto nostalgico degli esuli s’impreca al nemico:

«Beato chi prenderà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la roccia». (Sal 137)

E’ inquietante dover giungere alla verità mediante una desolata esperienza. Babilonia può capire il male perpetrato contro Gerusalemme soltanto quando ai suoi figli verrà corrisposta la stessa pena.

«Il dolore provato sulle carni è l’unico modo per imparare seriamente ad amare qualcuno. [...] Non mi chiedo se ci sia o non ci sia l’inferno. E’ una domanda inutile se leggo bene il Vangelo. Debbo invece cercare di non entrarci e trovare qualcuno che mi blocchi la strada prima che sia troppo tardi».(1)

Tutto il Vangelo è pervaso dal perdono, a cominciare dal Discorso della Montagna nell’interpretazione del quinto comandamento:

«Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; infatti chi uccide è sottoposto al giudizio. Io, invece, vi dico: chiunque s’adira con il suo fratello sarà sottoposto al giudizio. Chi dice al suo fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio. Chi dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna». (Mt 5, 21-22)

Il perdono richiesto a Dio è condizionato da quello che noi accordiamo al prossimo:

«Se avete rimesso agli uomini le loro mancanze, rimetterà anche a voi il Padre vostro che è nei cieli. Qualora invece non rimetterete agli uomini, neppure il Padre vostro rimetterà le vostre mancanze». (Mt 6, 14-15)

Per coloro che scelgono la povertà volontaria è possibile perdonare le colpe restando in possesso dei propri beni, mentre il condono dei debiti esige la rinuncia agli stessi.

L’uso del pronome e dell’aggettivo (noi, nostri) dimostra che la richiesta riguarda la comunità.

Per la Torah ogni anno sabbatico venivano annullati i debiti ed i ricchi si rifiutavano di prestare danaro ai poveri.

L’Antico Testamento riporta:

«Al termine di ogni sette anni celebrerai l’anno della remissione. Queste sono le norme che riguardano la remissione: ogni creditore rimetta quanto ha prestato al suo prossimo; non lo riscuota dal suo prossimo né dal suo fratello [...]. Tu potrai esigere il tuo credito dallo straniero, ma al tuo fratello condonerai quanto deve nei tuoi confronti». (Dt 15, 1-3)

Con il Prosbul, invece, si certifica che il creditore può riscuotere i suoi averi in qualsiasi momento, indipendentemente dai sette anni. Detta istituzione viene rifiutata dall’evangelista, che vede in essa un’aperta opposizione alla tradizione degli antichi, spacciando per insegnamenti divini quelli che sono soltanto precetti di uomini (cfr Mt 15, 9).

Anche i sacramenti della remissione dei peccati (Battesimo e Penitenza) non sono validi se manca l’impegno del perdono fraterno.

Con la quinta richiesta dell’orazione, parallela alla quinta beatitudine, l’uomo giunge alla perfezione divina:

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia [...] Voi dunque sarete perfetti, come perfetto  è il Padre vostro che è nei cieli». (Mt 5, 7 e 48)

Spetta a Luca concludere:

«Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare!». (Lc 17, 10)

In una storia di autore anonimo si racconta che due amici attraversavano il deserto, quando per un litigio uno diede uno schiaffo all’altro. Questi, umiliato, senza obiettare scrisse sulla sabbia:

«Oggi il mio miglior amico mi ha dato uno schiaffo».

Proseguendo il cammino, i due giunsero in un’oasi dove pensarono di fare il bagno. Ma l’amico schiaffeggiato cadde in una buca e rischiò di affogare. Il compagno, senza esitare, si buttò in acqua e lo tirò fuori. Appena il malcapitato si riprese, scrisse su una pietra:

«Il mio miglior amico oggi mi ha salvato la vita».

Il compagno che inferì lo schiaffo chiese il motivo dello strano comportamento e quello gli rispose:

«Se qualcuno ci ferisce lo scriviamo sulla sabbia, dove il vento del perdono possa cancellarlo, ma il bene dobbiamo inciderlo sulla pietra dove nessun vento potrà cancellarlo».

«O tempora, o mores!» (O tempi, o costumi!) è la proverbiale esclamazione dell’oratore latino Cicerone (106-43 a.C.), usata nel rimpiangere le virtù passate.

Eppure, se ben consideriamo, dovremo dare ragione ai santi Padri di Scete (deserto nell’Egitto copto) e alla loro profezia sull’ultima generazione:

«Che abbiamo fatto noi?», dicevano. Uno dei più eminenti, di nome Ischirione, rispose: «Osserviamo i comandamenti di Dio». «E quelli che verranno dopo di noi, che faranno?». «Compiranno la metà del nostro lavoro». «E quelli dopo, che faranno?». «Quella generazione a venire non avrà nessuna buona opera. [Ma] vedo le loro tentazioni: quelli che avranno fatto le loro prove in quell’epoca saranno migliori di noi e dei nostri padri».(2)

 

Domenico Caruso

 

Da: Domenico Caruso, La Vita è preghiera - ilmiolibroit - Gruppo Editoriale L’Espresso - Roma, agosto 2014.

 

 

NOTE
1) C. Carretto, Perché Signore? - Morcelliana, Brescia - 1985.
2) Detti e Fatti dei Padri del Deserto, Rusconi - MI, 1992.

 

 

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