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Il termine greco “filosofo” (philo-sofos) è stato forgiato in contrapposizione  al termine sophos (sapiente). Esso sta a significare colui che ama la conoscenza, il sapere, in contrapposizione a colui che, possedendo la conoscenza, è detto sapiente. L’essenza della filosofia sta infatti non nel possesso della verità, ma nella sua ricerca. Sorta in Grecia la filosofia s’è diffusa in tutte le terre  d’occidente accompagnando passo passo lo svolgimento della civiltà occidentale. L’oriente ne è rimasto estraneo. Quei motivi che vi compaiono e che presentano qualche affinità con le intuizioni filosofiche d’occidente vengono senz’altro ricompresi nell’ambito delle religioni nichilistiche d’oriente che si esprimono nel nirvana, nella noluntas, e in genere in quella “logica del non“ che caratterizza l’oriente e la sua differenza antropologica dall’occidente.

Secondo Jaspers un asse della storia mondiale, supposto che ne esista uno, dovrebbe essere trovato empiricamente, come un fatto valido, come tale, per tutti gli uomini, compresi i cristiani. Tale asse dovrebbe essere situato nel punto in cui fu generato tutto quello che, dopo d’allora, l’uomo ha potuto essere, nel punto della più straripante fecondità nel modellare l’essere umano; esso dovrebbe essere, per l’occidente, per l’Asia e per tutti gli uomini senza riguardo a un determinato contenuto di fede, se non empiricamente cogente e palese, perlomeno così convincente dal punto di vista della penetrazione empirica, da dar vita a una struttura comune di autocomprensione storica per tutti i popoli. Questo asse della storia appare dunque situato intorno al 500 a.C., nel processo spirituale svoltosi tra l’800 e il 200 (i profeti Elia, Isaia, Geremia, i filosofi greci, Omero, i poeti tragici, Buddha 560 /480 a.C., Lao-tzu VI / V secolo a.C.); lì si trova la più netta demarcazione della storia. Allora sorse l’uomo come oggi lo conosciamo. A quell’epoca diamo per brevità il nome di periodo assiale dell’umanità.

Le grandi comunità sorte prima del periodo assiale sono caratterizzate da una visione non problematica dell’essere (il problema dell’essere non è espressamente posto). La novità di quest’epoca, in tutti e tre i mondi in cui si è espressa, è costituita dal fatto che l’uomo prende coscienza dell’essere, di se stesso e dei suoi limiti. Egli viene a conoscere il carattere terribile del mondo e la propria impotenza. Pone domande radicali. Di fronte all’abisso anela alla liberazione e alla redenzione. Comprendendo coscientemente i suoi limiti si propone obiettivi più alti. Incontra l’assolutezza nella profondità dell’esser-se-stesso e nella chiarezza della trascendenza.

  “Il giorno è legato alla notte, perché sussiste alla sola condizione di naufragare e alla fine perdersi nel vero senso della parola. Esso è regolato dall’idea di una costruzione positiva da attuare nel divenire storico, in cui ciò che sussiste è voluto nella consapevolezza della sua relativa durata. Ma la notte ammonisce: tutto ciò che diviene deve andare in rovina (…). Infatti, se è vero che di per sé il giorno non vuole il naufragio, è altrettanto vero che può realizzarsi solo se accoglie ciò che prima non aveva voluto, e che ora comprende come sua intrinseca necessità. Jaspers

Edipo è l’uomo che vuole  sapere. Egli è superiore a tutti, con la ragione risolve gli enigmi e vince la sfinge. Per questo diventa signore di Tebe. È quindi l’uomo che non accetta alcun inganno, che porta alla luce gli atti orribili da lui commessi senza saperlo. In questo modo Edipo determina la propria rovina. Egli conosce benissimo la salvezza e la maledizione connesse alla sua ricerca, ma accetta l’una e l’altra perché vuole la verità… …il vate Tiresia non può fare a meno di concludere: “Oh tu infelice per la tua coscienza e la tua sorte”.

Amleto nel suo dramma incarna la condizione stessa dell’uomo nella tragicità della domanda: è possibile scoprire la verità? È possibile vivere nella verità? …la tragedia di Amleto è il brivido del sapere ai confini dell’umano, dove non c’è alcun avvertimento, alcuna indicazione preferenziale, ma solo il sapere intorno all’essere che si manifesta attraverso il non sapere peculiare a quell’anelito di verità in cui l’esserci naufraga: “il resto è silenzio”. Jaspers

Questi esempi esprimono lo scacco cui va incontro chi tenta di raggiungere la verità totale nel tempo.

L’esistenzialismo si è affermato come una reazione filosofica mirante a valorizzare l’uomo contro le astrazioni delle filosofie idealistiche. Esistere significa poter scegliere liberamente il proprio modo di essere. La ricerca del senso dell’esistenza comporta il rifiuto di ogni verità che non nasca dalla ricerca e dal tormento individuali. Una tale verità sarebbe la negazione dell’esistenza come possibilità di scelta, sarebbe dogmatismo.

“La filosofia dell’esistenza è la filosofia che non si esaurisce con il pensare l’essere-uomo, ma procede oltre l’uomo. Essa abbraccia ciò che rende possibile all’uomo l’essere-uomo. L’uomo, infatti, non è senza l’assoluto altro che sta di fronte a lui, su cui si misura, dal quale viene e dal quale procede. Se esso debba chiamarsi il Nulla, il tao, l’uno, la trascendenza o il Dio di Geremia non ha importanza, esso è l’essere, che è quello che veramente importa, e di cui dobbiamo accertarci nel breve periodo della nostra vita. Vivere in modo esistenziale significa divenire uomo nel senso più profondo, e ciò è possibile solo in armonia e in rapporto con l’essere, attraverso il quale e nel quale noi siamo. Non è possibile esistenza senza trascendenza”. Jaspers

Noi sappiamo ciò che siamo ma ignoriamo ciò che possiamo essere. Shakespeare

 

Marco Biagioli - 2005

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