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Il termine mutuato dell’inglese “stalking” deriva dal verbo “to stalk” (fare la posta, seguire, cacciare) e definisce una serie di comportamenti intrusivi, di controllo, di sorveglianza nei confronti di una vittima che subisce attenzioni in modo non gradito e molesto.
Nella maggior parte dei casi condotte assillanti riguardano partner o ex partner di sesso maschile (in Italia il 70% è un uomo) con un’età compresa tra i 18 ed i 25 anni (il 55% ei casi) quando si tratta di abbandono o della fine di una relazione sentimentale, o superiore ai 55 anni quando si tratta specificamente di una separazione o di un divorzio.
La norma italiana del codice penale più vicina a tale condotta è il reato per “Molestie o disturbo alle persone :

 

“Chiunque,in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con mezzo del  telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro ( art.660 c.p.)”.

 

Lo stalking è’ un “modus vivendi” entro il quale si intrecciano dinamiche psicologiche e relazionali “malate”, “petulanti” e “persecutorie” di ex partners gelosi, livorosi, abbandonati o semplicemente incapaci di elaborare il “rifiuto” in situazioni in cui questi elementi vengono letti come attacchi all’ “io”, e pertanto difficile l’orientamento attraverso i “canali normali” del senso della realtà.
Ne deriva un atteggiamento intrusivo, ossessivo e persecutorio di imposizione della “presenza” attraverso telefonate, sms, mms, e-mail, aggressioni e pedinamenti.
Nei soggetti interessati, spesso con problemi relazionali, risulta offuscata la  capacità ideativa ed empatica, in virtù della spinta motivazionale polarizzata verso la rappresentazione assolutizzante della vittima che, talvolta, è sconosciuta.
La vittima del molestatore in molti casi è ansiosa e stressata.
Vittime impaurite dai deliri di onnipotenza di uomini che non si stimano nè sono stimati a loro volta, a causa delle allucinazioni che somministrano ed elargiscono attraverso il disprezzo, la disistima e soprattutto la violenza psicologica.
La sua vita è difficile, inquieta, non solo perché la modalità relazionale con lo stolker è devastante, ma anche per il conseguente e progressivo decadimento della vitalità che deriva sempre dalla perdita di riferimenti.
Ed anche nella fase risolutiva della “consapevolezza” di una relazione fuori dai canoni della “vivibilità normale”, la via della ricostruzione personale dell’ ex vittima è molto complicata poiché, in genere, comporta un cambiamento radicale dello stile di vita (città, lavoro, amici) unito ad una destabilizzazione degli equilibri affettivi. Emotivi e relazionali, violati e demoliti giorno dopo giorno.
Il fenomeno dello stalking è attualmente all’attenzione dei media oltre che di notevole rilevanza socio-politica, anche perché le dinamiche relazionali entro le quali lo “stalker” interagisce e si esprime sono, in molti casi, l’effetto del cambiamento e della evoluzione di dinamiche comunicative interpersonali tipiche della società odierna.
Proprio per questo il fenomeno oggi ha una maggiore visibilità, sebbene l’esternazione del disagio che lo stolker manifesta non è propriamente un fatto recente, se non nelle modalità. Si tratta, infatti, di un antico disagio psicologico e, nei casi più gravi, di malattia mentale.

 

Personalmente mi soffermerei un attimo a comprendere cosa renda così vulnerabili e fragili tante, troppe donne-vittime e artefici di un processo di costruzione della propria demolizione ad opera di individui violenti. Donne inconsapevoli della loro forza, abusate nella loro “pars construens”, fiaccate e mortificate nella libertà e nella consapevolezza  che pur tutti possediamo.
Donne che si sono affidate in autogestione all’unico scopo di onorare ed essere devote alla forza distruttiva dell’ “homo denstruens”.
 Il prezzo della salute mentale della vittima è altissimo e proporzionale al consolidamento della relazione nel tempo, per reiterati attacchi alla “persona”, al “senso della realtà”,”alla verità”.
E’ un dato di fatto che l’uomo sia l’unico primate che perseguita e tortura, senza motivi apparenti, traendone soddisfazione.
In virtù di questo elemento storicamente certo l’aggressività umana va sempre controllata e mai sottovalutata in quanto pericolosa.
Se non ci soffermiamo e lavoriamo sulle risorse “sane” e “normali” che dobbiamo sentire dentro, e che per fortuna la gran parte degli uomini possiede, non saremo in grado di riconoscere i principi semplicissimi della “verità” e della “giustizia” intesi non nell’accezione dogmatica della mortificazione del pensiero, ma come “ricerca”, ”dubbio” ,”criterio di conoscenza”, “forza interiore” per operare scelte responsabili  ed andare avanti.
Libertà genuina, indipendenza e soprattutto il saper riconoscere ogni forma di controllo e di sfruttamento ritengo siano le premesse per  riconoscere atteggiamenti e modalità “devianti” come la condotta dello stolker, di cui si è parlato molto, ma  ancora troppo poco del “vivaio” socio-culturale-religioso che feconda la predisposizione alla “devozione”, “sottomissione”,   “riverenza”.
L’amore per la vita, riuscire a contaminare ogni cosa della dialetticità del cambiamento, considerare formativi i percorsi personali dolorosi, ma sempre piccoli pezzi di strada  da cui fuggire e gambe levate, ritengo siano l’unico conforto quando troviamo normale l’assurdo.
Saper riconoscere l’assurdo è  il criterio per non sopportarlo più.
Uscire dal “pensatoio” delle stranezze ossessive dove l’unica possibilità sembra quella di farsi fare del male.
L’amore ed i rapporti umani, i sentimenti sani e normali interagiscono sempre  con la ricerca del bene, eppure capita spesso  che le relazioni vengano fraintese con altre cose, e coltivate di conseguenza su un terreno di assoluta violazione dei diritti umani.
Infatti, spesso, lo stalker non si limita soltanto a molestare la vittima, ma pone in essere comportamenti illeciti ulteriori, costituenti autonome figure di reato oggetto di specifiche ed ulteriori sanzioni, quali: l’omicidio (art. 575 c.p.), le lesioni personali (art. 582 c.p.), l’ingiuria (art. 594 c.p.), la diffamazione (art. 595 c.p.), la violenza privata (art. 610 c.p.), la minaccia (art. 612 c.p.), la violazione di domicilio (art. 614 c.p.), il danneggiamento (635 c.p.).

 

Prof. Di Lunardo Concetta
Docente di Filosofia e Psicologia
Counselor psico-filosofa
e.mail:  cdilunardo@libero.it

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