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Teilhard de Chardin e l’evoluzione scientifica

 

Sul Messaggero Veneto del 5 settembre 2008 ho avuto l’opportunità di leggere l’articolo dal titolo: “L’Umanità, Darwin e il Neocreazionismo” a firma di Telmo Pievani.
Comprendendo la sua preoccupazione di una ricerca che resti di natura prettamente scientifica, il che io condivido laddove si parli di attività di ricerca, mi corre l’obbligo, però, di fare le seguenti puntualizzazioni:
Ciò che oggi chiamiamo “evoluzionismo” in generale, fa leva sulla fenomenologia correlata alla biosfera, alias mondo del vivente, e ciò a quanto già prima di Darwin veniva analizzato - vedesi Lamarck - per poter dare un significato interpretativo dell’apparizione della vita sulla terra.
Dopo Darwin si è quindi continuato alla luce delle sue precisazioni, per cui la fenomenologia umana è scientificamente studiata nell’ambito dell’antroposfera avendo però di mira la ricerca - e quindi la comprova della sua verità - di ulteriori anelli oggi mancanti e che servirebbero per attestare come indiscutibile una avvenuta evoluzione.
Conseguentemente anche la fenomenologia umana viene attentamente studiata nell’ambito dell’antroposfera e si stanno continuamente cercando ulteriori anelli mancanti dell’evoluzione.
Questo fatto è in sè positivo, ed è giusto che lo scienziato prosegua nella sua ricerca in modo “laico”, come sostiene l’articolista. Questo circoscritto campo conoscitivo, questo “a prescindere”, sopra ora precisati, però, ai fini di una conoscenza totalizzante, devono essere sì ammessi durante l’attività pratica di conoscenza scientifica, ma non deve essere impedito poi un loro rientro quando si vogliano trarre delle conclusioni sul senso della vita.
Questo per giungere poi agli schemi significativi sul senso dell’esistenza che logicamente sorgono sul terreno della ricerca ma superando quest’ultimo in uno sfocio “altro” per qualità e funzione.
Ecco, quindi, che io mi sento evoluzionista, ma nella linea indicata da Teilhard de Chardin il quale non intendeva essere, nell’approccio, né filosofo né teologo, ma un osservatore del “fenomeno”, un “fisico” nel senso dei greci.
Però, con i suoi scritti, ha indicato importanti orientamenti, conseguenti alle sue conclusioni fenomeniche, che finiscono con il dare un significato costruttivo e valutativo del fenomeno evoluzione. Questo, pertanto, non è, come si conclude dalle sue considerazioni dovuto ad una mano che ha acceso un pensiero, bensì ad un pensiero che ha mosso una mano.
A questo proposito è illuminante la sua teoria della complessità coscienza a cui giunge in base al suo metodo di analisi. Essa inizia, infatti, con gli elementi che costituiscono un corpo fisico inorganico, e poi allorché giunge al vivente, effettuando un cambiamento di variabile, - non potendo più constatare gli elementi fenomenici, fisici, dell’oggetto analizzato, imbocca come guida, per fedeltà sempre a un’analisi fenomenica, la considerazione nel vivente della formazione dei sistemi nervosi, via via sempre più complessi, e la cui più alta complessità si realizza nel fenomeno umano.
Pertanto la sua teoria della complessità-coscienza, ci porta a constatare, sempre sulla falsariga della sua visione del mondo, il fatto che l’evoluzione, dal BigBang sino ai nostri giorni, è strettamente correlata al fenomeno della complessità di ogni forma di vita:
dalla cosmosfera disorganizzata emerge la biosfera che pullula di centri dinamici organizzati tendenti all’autonomia.
Gli animali più evoluti possiedono un cervello sempre più complesso e, riprendendo in considerazione il cervello dell’uomo cui sopra ho accennato, la neurofisiologia rileva tre strati che l’evoluzionismo dimostra in stretta correlazione ed interazione tra di essi.
La corteccia cerebrale, la quale è emergente e più complessa, avvolge le altre due masse cerebrali ed è quella più significativa per lo sviluppo della coscienza - nel senso di una consapevolezza crescente della specie umana a differenza delle altre specie viventi, non umane, che sono fissate ormai in forme inamovibili e quindi in una dimensione statica -.
Anche la società rispecchia questa tridimensionalità. Partendo dalle società più primitive fino al giorno d’oggi, infatti, notiamo che è rispettata la famosa legge della complessità-coscienza, per cui l’umanità si sta sempre più coscientizzando, non nel senso morale ma di aumento di autoconsapevolezza, anche attraverso gli errori. E lo sviluppo tecnologico, nota molto moderna, costituisce un’evidente esternazione di un’avvenuta, e tuttora in divenire, prosecuzione dello sviluppo del sistema nervoso, quasi un prolungamento del corpo umano. L’ominizzazione evoluzionistica “teilhardiana” compie un salto di qualità verso l’umanizzazione. E con coerenza.
Tanto più che l’uomo odierno si sta chiedendo con insistenza per poter rivivere una condizione di salute psico-fisica, quale sia lo scopo della sua esistenza.
Ed una risposta a ciò la darebbe Teilhard de Chardin proprio con le sue precisazioni evoluzionistiche centrate e discendenti su un processo cosciente che conduce gradualmente verso una maggiore autocoscienza - legge di complessità coscienza -, ridando un’armonica conclusione al faticoso farsi della cosmogenesi, perchè, in prospettiva, vede un possibile ricongiungimento tra scienza e fede. In convergenza con quanto sto affermando, sono significative le seguenti parole di Teodosius Dobzanski nel suo scientifico libro “L’evoluzione della specie umana, ed. Einaudi, 1965, 2°ed.”.
L’autore vede che Teilhard nulla toglie al suo lavoro argomentativamente circoscritto di, giustamente, “asettico ricercatore”; infatti, in chiusura del suo studio scientifico egli scrive:
“Teilhard de Chardin vedeva che l’evoluzione della materia, della vita e dell’uomo sono integrali di un unico processo di sviluppo cosmico, di un’unica storia coerente di tutto l’universo.
I suoi grandiosi concetti non sono dimostrabili per mezzo di fatti scientificamente stabiliti: trascendono l’insieme della nostra conoscenza; basta che la conoscenza non li contraddica. Pertanto l’idea evoluzionista di Teilhard de Chardin giunge come un raggio di speranza: essa risponde alle esigenze del nostro tempo, poiché “l’uomo non è il centro dell’Universo come ingenuamente si credeva nel passato, ma è qualche cosa di molto più bello: è la freccia ascendente della grande sintesi biologica, è l’ultimo, il più acuto, il più complesso, il più raffinato degli strati successivi della vita”.


Pier Angelo Piai

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