Home Page Riflessioni.it

        DOVE IL WEB RIFLETTE!  16° ANNO

Menu sito

La riduzione del "tempo" ad oggetto di banalità

"La durata delle cose, misurata a periodi, specialmente secondo il corso apparente del sole", questa è la definizione generica del concetto di "tempo" fornita da un comune dizionario della lingua italiana. Eppure, proprio attorno a tale categoria e ai suoi molteplici significati (di ordine storico, filosofico, o di natura astronomica), si è come addensata una coltre di fumo accecante, densa di luoghi comuni e di rozze ovvietà, che sono persuasioni assai diffuse nella vita quotidiana di noi tutti. Gli stereotipi sul "tempo" paiono proliferare senza soluzione di continuità, e quasi tutti, eccezion fatta per quei fenomenali campioni della lingua e del sapere umano, se ne servono abitualmente, forse inavvertitamente, magari per riempire il vuoto raccapricciante di certe conversazioni, in altre parole per coprire i "tempi morti" della nostra esistenza.
Sovente infatti, ci capita di ascoltare asserzioni totalmente insensate,
che farebbero inorridire le nostre menti qualora fossimo soltanto un po' più attenti e riflessivi, meno pigri o distratti.
"Ammazzare il tempo", tanto per citare uno dei casi più dozzinali, è un modo di dire quantomeno sciocco perché non significa nulla se non che si uccide la propria esistenza. La persona che "ammazza il tempo", cioè che impiega malamente il proprio tempo vitale, non sapendo cosa fare, non avendo interessi gratificanti, né occupazioni di tipo mentale (come leggere e scrivere) o di carattere fisico (come gli sport), tali da motivare il vivere quotidiano, non coltivando passioni che potrebbero impreziosire la qualità del proprio tempo esistenziale, finisce (appunto) per annichilire sé stessa, divenendo un essere
ansioso, depresso, accidioso, ma non ozioso.
Invero, l'"otium" dei latini (che per il
cristianesimo più bigotto, influenzato da filosofie mistiche orientali e dallo stoicismo più volgare, rappresenta il "padre dei vizi": infatti, l'accidia è compresa tra i "vizi capitali" osteggiati dalla tradizione giudaico-cristiana), che era l'ideale di vita proprio della cultura classica greco-romana (ispirata, invece, da una concezione epicurea, nutrita da orientamenti filosofico-esistenziali che privilegiavano la ricerca della felicità e del piacere quali finalità supreme da perseguire in quanto capaci di liberare l'intrinseca natura dell'uomo), era ed è la condizione dell'individuo privilegiato, del ricco padrone di schiavi, padrone della propria e dell'altrui vita, della persona che non è costretta a lavorare per sopravvivere, che non deve travagliare e può dunque sottrarsi alle fatiche materiali necessarie al procacciamento del vitto e dell'alloggio, non ha bisogno di stancarsi fisicamente perché c'è chi si affanna per lui, e può dunque godersi le bellezze, il lusso e quanto di piacevole la vita può offrire.
L'"otium", in altre parole, è il modus vivendi del padrone aristocratico, del patrizio romano, del parassita sfruttatore del lavoro servile, che non fa nulla ed ha a sua disposizione tutto il tempo per poterlo occupare nella "bella vita", ovvero in un'esistenza amabile e gaudente per sé, quanto detestabile e dolorosa per i miseri che nulla posseggono, neanche il proprio tempo, sprecato per ingrassare e servire i propri simili! Tutto ciò è vero, purtroppo. È vero, infatti, che non tutti detengono il privilegio o la fortuna (che dir si voglia) di disporre di tanto tempo libero da spendere in diverse e divertenti attività (la radice etimologica dei vocaboli "diverso" e "divertente", è la medesima: entrambi derivano dal latino "di-vertere" che sta per "deviare", ossia "variare"). Anzi, la grande maggioranza degli individui sulla Terra, ancora oggi è costretta a travagliare, a patire, a lavorare per sopravvivere, chi cacciando e vivendo primitivamente, chi coltivando la terra, chi sprecando otto, nove ore a sgobbare in fabbrica, o ad annoiarsi in ufficio, chi occupandosi inutilmente di "affari", ossia di faccende non gratificanti ma stressanti e frustranti, al solo scopo di lucrare, ingrassare, accumulare denaro.
È d'uopo invece comprendere che il tempo (quello vitale) degli individui, dell'esistenza quotidiana di ciascuno di noi, rappresenta una risorsa di valore inestimabile, non sul piano materiale, o venale (un altro detestabile luogo comune recita: "il tempo è denaro", ed è abitualmente pronunciato dai cosiddetti "uomini di affari", i signori del denaro e della finanza, i paperon de' paperoni, ovvero i parassiti e i nullafacenti della società odierna, gli arrivisti e i carrieristi, gli approfittatori dell'altrui tempo, dell'altrui denaro e dell'altrui ingenuità, gli sfruttatori del lavoro sociale e dell'esistenza dei più miserabili), bensì da un punto di vista estetico-spirituale, che comprende la sfera del piacere, della bellezza, del godimento, dell'
intelligenza, della cultura, dell'arte, dell'amore, della fantasia, cioè la dimensione creativa, ludica, libidinosa, della vita.
Il tempo, nella maggioranza delle esistenze individuali, viene sprecato e speso male, se non malissimo, cioè viene ammazzato e svuotato di ogni senso proprio, sicché è la propria vita ad essere abbruttita, e la persona umana si sente avvilita, inutile, quasi disperata, priva di stimoli, di entusiasmo, di voglia di vivere. Il "tempo", nella fattispecie quello climatico, è frequentemente citato quale insulso e comodo oggetto di conversazione, nel desolante vuoto dell'
alienazione moderna, quando con sgomento si scopre di non sapere cosa dire con un interlocutore qualsiasi o con un compagno d'occasione, o magari con una personalità, la cui ingombrante presenza ci imbarazza e ci infonde soggezione. Oppure quando ci si sente mentalmente affaticati e non si è in grado di elaborare idee originali, o perché non si è molto abili o educati all'arte della conversazione. Il "tempo atmosferico", come tema di dialogo, risulta perciò una sorta di via di scampo dall'imbarazzo, dalla stanchezza e dal precipizio dell'incomunicabilità, dalla povertà intellettuale, ma in realtà conduce all'abisso della noia, allo squallore dell'ipocrisia e dell'ignoranza più becera.

 

pagina 1/2
 .: pagina successiva

Utenti connessi


Cerca nel sito

Iscriviti alla Newsletter

Un solo invio al mese

Iscriviti alla Newsletter mensile


seguici su facebook


I contenuti pubblicati su www.riflessioni.it sono soggetti a "Riproduzione Riservata", per maggiori informazioni NOTE LEGALI

Riflessioni.it - ideato, realizzato e gestito da Ivo Nardi - P.IVA 09009801003 - copyright©2000-2016

Privacy e Cookies - Informazioni sito e Contatti - Feed - Rss
RIFLESSIONI.IT  -  Dove il Web Riflette!  -  Per Comprendere quell'Universo che avvolge ogni Essere che contiene un Universo...