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L'uomo e il Sé?

Di Antoine Fratini - Settembre 2012

 

Antoine Fratini lavora da oltre quindici anni come psicoanalista, è Vice Presidente dell'Associazione Psicoanalisti Europei e membro attivo dell’Accademia Europea Interdisciplinare delle Scienze. Egli ha scritto nel 1991 il saggio Vivere di fumo (Book Editore, Bologna) sul rapporto tra adolescenza e uso di stupefacenti leggeri, nel 1999 il saggio Parola e Psiche (Armando, Roma) sul collegamento tra gli indirizzi linguistico e archetipico in psicodinamica e decine di articoli su riviste e siti italiani e stranieri. Poeta e artista, egli ha fondato assieme all’Associazione Culturale C.G. Jung di Fidenza il Movimento per l’Arte Naturale, corrente artistica basata sul pensiero junghiano, e le sue poesie compaiono sui maggiori siti del settore. La sua ultima pubblicazione: Psiche e Natura, fondamenti dell'approccio psicoanimistico, Zephyro Edizioni, 2012.

 

L’uomo e il Sé?

 

Il titolo, così come il testo del noto antropologo Philippe Descola qui sotto riportato, mi sono stati suggeriti dall’amico e scrittore francese Yves Emery. Si tratta di un interrogativo che apre una riflessione su come situare e concepire il Sé junghiano alla luce dell’approccio psicoanimistico.

“In un mondo saturo di una prodigiosa quantità di esseri singolari, composti di una pluralità d’istanze in equilibrio instabile, diventa problematico attribuire una identità continua a qualunque oggetto: nulla è veramente quel che sembra e occorre molta ingegnosità e attenzione al contesto per giungere a circoscrivere una individualità affermata dietro alla foschia equivoca delle apparenze. Certamente gli umani possono pretendere a una singolarità meno indecisa  per il fatto di arrogarsi il privilegio dell’interpretazione, ponendosi come modelli nel loro lavoro di ricerca di senso. Ma bisognerebbe ancora essere sicuri della vera natura di colui al quale si ha a che fare. Come dice bene la madre di Amadou Hampaté Ba, “vorrei sapere quale degli Amadou che lo abita è qui in questo momento”. In effetti, chi è veramente Amadou? Quale delle sue multiple personalità è in carica nel momento in cui ci si rivolge a lui? E cosa dire del vecchio nahua posseduto dalla sua divinità dell’ebbrezza, dell’iniziato del candomblé cavalcato dal suo orisha, della strega abitata dal suo demone? Trattasi di soggetti autonomi, versatili e compositi, oppure le entità che li alienano sono diventate così intrusive da lasciare in loro tracce costanti? Cosa dire ancora del tona messicano, quel doppio animale che alberga un frammento dell’interiorità di un uomo? Trattasi di un soggetto sdoppiato, un fratello siamese della persona della quale condivide il destino? Oppure è un essere indipendente che coesiste con un'altra soggettività in parte dislocata? Insomma, i soggetti analogici si presentano come figure rovesciate del dio di Pascal: la loro circonferenza è dappertutto e il loro centro è da nessuna parte. Essi esistono solo per via dei loro effetti di superficie, propagandosi come onde concentriche ad ampiezza variabile e in costante interferenza gli uni con gli altri; ma è ben difficile fornire loro una residenza, anche infinitamente multipla. Lungi dall’essere “uno e intero in ogni luogo”, la loro frammentazione resta immensa e la loro integrazione rimane sempre incostante”.

In questo passaggio della sua voluminosa opera Par delà nature et culture (1), Philippe Descola descrive una condizione che giustamente lo scrittore Yves Emery assimila al Sé junghiano. In Aion, Jung scrive appunto che il Sé a volte “si comporta come una atmosfera che circonda l’io senza limiti spaziali e temporali ben definiti”. Mi sembra di potere affermare, alla luce degli studi antropologici più recenti, che quell’atmosfera è paragonabile, se non identica, alla dimensione animistica dei popoli tribali. Una dimensione che appunto non risiede interamente nell’uomo, ma si esplica in eguale misura nel mondo della Natura. E’ in quella dimensione, ancorata alla Natura, che gli spiriti e le divinità (le entità autonome dell’inconscio) trovano da sempre la loro dimora. Per questo la geografia di questi popoli è piena di entità e di luoghi sacri presso ai quali avvengono ricorrenze rituali ed eventi magici, guarigioni, illuminazioni, purificazioni, trasformazioni… Questa condizione salutare, che perdura in molti casi per decine di migliaia di anni e che ha permesso di preservare sia la loro cultura e identità che il loro territorio, ci suggerisce un altro modo di concepire il . Non più come interiorizzazione di un archetipo, come uni-totalità tutta interna al soggetto che al massimo si riflette sul mondo esterno, ma come una condizione di armonia con le entità spirituali della Natura, armonia basata su di un rapporto costante, dinamico, positivo e costruttivo con quelle entità.

ruota della medicina dei PellerossaChiedere consiglio e supporto ad un albero secolare non è per niente un segno di infantilismo o di arretratezza primitiva, come sembra suggerire l’allieva più famosa di Jung, M.L. Von Franz in Sogni di ieri e di oggi (2), ma piuttosto indizio di una ritrovata percezione animistica delle cose e quindi di migliore integrazione dell’inconscio. In altri termini, quel che conta è trovare un modo per capire l’inconscio, par ascoltarlo, considerare le sue esigenze, e quel modo esiste ed è praticato da millenni da molti civiltà tribali. La Natura, con la sua dimensione simbolica, suscita le proiezioni, attira a sé l’inconscio, gli offre uno spazio privilegiato e permette all’Io di rapportarsi efficacemente con esso. Così il Sé, inteso come condizione di integrazione dinamica tra coscienza e inconscio, non può essere disgiunto da un armonioso rapporto con una Natura che deve ridiventare sacra per l’uomo moderno, così come sacro era, per esempio, l’albero inserito nella ruota della medicina dei Pellerossa.

 

   Antoine Fratini

 

NOTE
1) P. Descola, Par delà nature et culture, Gallimard 2005 p. 409/410. La traduzione è mia.

2) “In effetti, la coscienza dell’Io degli uomini dell’Antichità era troppo debole per essere in grado di percepire direttamente i fattori interiori e, così come per i primitivi, l’uomo antico li proiettava sul mondo esteriore”, M.L.Von Franz, Reves d’hiers et d’aujourd’hui, Jacqueline Renard, Paris 1980 p.87.

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