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Il vuoto è Dio. di Diver Dalce
La paura di finire si radica nella convinzione dell’uomo d’essere finito. La sensazione d’essere un tutto, ma proprio per questo, finito, concluso in un determinato limite spaziale e temporale, determina nell’uomo la sensazione della propria finitudine, e quindi la paura della propria fine.
Come una goccia che potesse liberamente librarsi sospesa nell’aria, l’uomo avverte che attorno a sé, d’ogni parte ove finisce il suo tutto, c’è il vuoto. E’ sospeso in balia di quel vuoto che lo sostiene, senza nessuna influenza e nessun rapporto con la forza che lo sostiene.
Dove finisco io c’è il vuoto di me. Il vuoto nello spazio, che avverto come solitudine, il vuoto nel tempo, che avverto come finitudine.
Ma proprio lo spazio, o meglio il vuoto da me, che mi circonda, è Dio. Un Dio che posso incontrare nello spazio attraverso il rapporto con gli altri e con la natura. Un Dio che posso incontrare nel tempo, attraverso l’annullamento del mio corpo con l’annullamento della sensazione della mia finitudine.
Dio è l’altro da me, tutto ciò che è fuori di me, tutto ciò che è, che io non sono, tutto ciò che definisce la mia finitezza, tutto ciò che mi fa avvertire la sensazione della mia finitezza.
Cercare Dio è cercare il rapporto con ciò che è oltre di me, fuori di me, diverso da me. Trovare Dio, sentire Dio, è sentire il ritorno che viene a me nell’incontro con ciò che è fuori di me. Dio è lo stupore che mi riempie di fronte alla bellezza della natura. Dio è quella “soddisfazione remunerativa” che mi coglie quando sono riuscito ad andare oltre di me, oltre la mia individualità, realizzando qualcosa o dando qualcosa di me.
Pregare Dio è cercare di sentirlo e quindi cercare il rapporto con l’altro da me che può darmi, come ritorno, la sensazione di Dio.
Se invece di chiamarlo Dio, (un termine che nella mia cultura evoca troppe altre cose), lo chiamassi l’Infinito, forse l’idea mi risulterebbe più chiara. L’infinito nel quale si libra la goccia della mia individualità e, in quanto finito, della mia diversità dall’infinito. L’infinito nel quale si muove una innumerevole varietà di finiti, con i quali io posso istituire delle relazioni tra finiti, in attesa che la mia goccia si sciolga, per poter istituire una relazione definitiva con l’infinito.