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White Buffalo e lo spirito dell'uomo rosso

Di Antoine Fratini - Agosto 2014

 

Sfida a white buffalo è il titolo di un film del 1977 diretto da J. Lee Thompson e tratto dal romanzo The white buffalo di Richard Sale. Il protagonista, Bill Hickok (Charles Bronson), è un noto pistolero giunto al crepuscolo della sua carriera e rimasto isolato a causa del suo passato violento e criminoso. Da qualche tempo egli soffre di incubi ricorrenti in cui si presenta sempre lo stesso motivo: un enorme bisonte bianco irrompe dal nulla, sfonda pareti di ghiaccio e carica il sognatore. Hickok viene a sapere che un bisonte bianco esiste veramente in una impervia zona montagnosa e decide di intraprenderne la caccia, accompagnato dall'unico amico rimastogli vicino, un anziano guercio soprannominato «Un occhio». Durante il viaggio di avvicinamento, i due incontrano un importante capo Lakota, Cavallo Pazzo, il quale tuttavia preferisce inizialmente nascondere la sua vera identità dietro al nome di «Verme Sgusciante». Egli è anch'esso a caccia dell'animale reo di avere ucciso la figlia. I tre si uniscono quindi per questa caccia grossa, dimenticando per un momento i loro bellicosi dissapori. Per lo spettatore risulta quasi impossibile sottrarsi all'impressione che quel bisonte sia di natura mitologica più che reale: il rumore e le vibrazioni apocalittici provocati dai suoi passi veloci, l'intensità del respiro, la potenza delle urla ridondanti in tutta la valle...  Dal punto di vista razionale, un bisonte non sopravvivrebbe mai da solo sulle innevate cime dei monti. L'animale suscita invece emozioni straordinarie, un misto di spavento, rispetto, potenza, numinosità... Uccidendo il bisonte, il pistolero pensa di sconfiggere non solo la causa dei suo incubi, ma anche di tutti i suoi mali. Dal buon esito di questa caccia particolarmente rischiosa e in qualche modo eroica, egli sembra attendersi una vera e propria rinascita interiore. Tuttavia, alla fine, preferendo regalare la pelle dell'animale all'indiano che intende usarla per dare pace all'anima della figlia, perde l'amicizia dell'anziano, maggiormente interessato al valore commerciale della pelle. L'anziano, che avrebbe voluto uccidere l'indiano a tradimento (dopo avere fatto amicizia con lui!) e rubargli la pelle, rappresenta qui la parte più «bianca», assoggettata all'economia, dell'autore. Per questo, prima di congedarsi, egli rimprovera l'amico di essersi convertito alla «religione rossa». Hickok sembra così volersi riscattare, ma Cavallo Pazzo non intende dimenticare le nefandezze del suo passato ai danni anche di membri pellerossa e pertanto dichiara che, nonostante l'amicizia venutasi a creare tra i due, le loro strade non dovranno mai più incrociarsi. Davanti al reale strapotere dei bianchi «dai lunghi coltelli», ribaditogli dallo stesso Hickok, il capo indiano non intende piegarsi. Preferirebbe piuttosto intonare il canto della morte. I pellerossa sanno bene che dopo la morte l'anima perdura e andrà a rafforzare il Grande Spirito che pervade la Natura nelle sue mille forme. Hickok però è un bianco e non può contare su quel patrimonio spirituale animico. Egli rimane quindi nella più totale solitudine, come se dovesse in quel modo pagare le colpe inerenti alle imprese sanguinarie del proprio passato. Ma quella solitudine è quella più generale dell'uomo moderno che ha distrutto ogni rapporto con il sacro, che devasta il pianeta, che sfrutta e umilia il prossimo, che non intrattiene più nessun legame con il proprio passato, con i propri morti, né con il proprio futuro in quanto la sua vita si è pericolosamente svuotata di ogni senso.

 

Il bisonte bianco simboleggia piuttosto bene l'inconscio animistico che preme nella psiche del protagonista e che in sogno irrompe, distruggendo le sue difese di ghiaccio. L'animale mostra un potere devastante, quello della estrema vitalità dell'anima che vediamo all'opera sia nelle cosiddette «catastrofe naturali» quali reazioni del pianeta Gaia all'atteggiamento parassitario dell'uomo, sia nella psicopatologia dove la depressione e il deficit di natura (NDD) si accompagnano spesso ad un meno noto «deficit d'anima». Essere investito e ucciso da lui avrebbe significato per il protagonista una vera conversione all'animismo pellerossa e quindi una vera rinascita. Lo stesso verbo «investire», nella lingua italiana viene usato sia nel senso di investire o essere investito da un corpo in movimento, quindi per descrivere un azione distruttiva, sia nel senso dell'acquisizione (investitura) di un potere. Inoltre, presso la cultura pellerossa il bisonte bianco, per la sua rarità, è simbolicamente associato all'avvento di una nuova era per l'umanità e quindi detiene una valenza messianica(1). A mio parere, l'autore, Richard Sale, deve essere stato particolarmente sensibile al genocidio perpetrato dagli americani ai danni dei nativi e, proiettandosi in questa storia, ha messo in scena un conflitto intrapsichico che è al contempo storico, transgenerazionale e universale: quello tra la coscienza moderna dominata dall'archetipo dell'Eroe Tragico, improntata quindi al dominio sul mondo e causa prima di molti problemi, e l'inconscio animistico costantemente represso, ma che corrisponde, in altri termini, allo «spirito dell'uomo rosso» che il capo indiano Seatle, in una famosa lettera rivolta al presidente Franklin Pierce nel 1855, descrive alla fine come vincente:

 

”In futuro lo spirito dell’uomo Rosso che con venerazione e amore rispetta ogni forma di vita, si impadronirà lentamente dei vostri figli e penetrerà in quelli che non lo conoscono (..) i nostri padri e noi stessi resteranno sempre attorno a voi aspettando pazientemente di riuscire a impiantare nella vostra natura distruttiva i semi d’amore della vita.”

 

Sull'eventuale valore profetico, così come sull'autenticità di questa affermazione si è discusso molto e si può discutere ancora(2), ma quel che posso dire da psicoanalista è che la riscoperta in una persona della propria parte animistica risulta sempre salutare, anche se non si compie mai senza resistenze e difficoltà. L'affermazione del capo Seatle sta a significare che la mentalità dell'uomo moderno, così come la conosciamo oggi, cioè razionalistica, egoica, prepotente e distruttiva, lascerà il passo ad una psicologia di tipo animistico, basata sulla percezione dell'unione sacra tra Psiche e Natura. Questo potrà succedere quando finalmente si riscoprirà che l'uomo può essere vento, torrente, volpe, falco, albero... e l'albero può essere uomo perché tutte le entità sono unite nell'anima e condividono un unico fine simbiotico. « Tutto è homo » esclama giustamente il simpatico e commovente cacciatore siberiano Dersu Uzala nella sua semplice e animistica saggezza(3). Tutto vibra, tutto ha un anima e l'uomo moderno, se intende evitare la distruzione del pianeta e uscire dalla sua solitudine interiore, deve recuperare in primis questa facoltà percettiva. Da questa ritrovata percezione della realtà potrà nascere una nuova cultura, un «Nouvel Age» radicalmente diverso dallo stato attuale, meno posseduto da Economia e più ricco spiritualmente.

 

La storia di White Buffalo ha pertanto qualcosa di visionario nell'autentico senso della parola. Non solo descrive il conflitto in atto nell'uomo moderno tra Testa e Cuore, ma sembra anche prevederne l'esito: la sconfitta definitiva della parte animistica dell'uomo. In altri termini l'uomo moderno, senza avvedersene, sta uccidendo la propria anima. Sappiamo però che una parte così profondamente ancorata alle basi archetipiche dell'essere non può venire definitivamente distrutta. Anzi, in realtà l'animismo non è mai sparito del tutto e ancora oggi sopravvive inaspettatamente, per esempio in certi luoghi sperduti tra i monti dell'Appennino(4). Appare quindi legittimo legare il finale di questa storia ad un livello più personale della psiche dell'autore. E anche se la partecipazione dell'indiano all'uccisione del bisonte potrebbe rimandare alla occidentalizzazione e quindi alla scomparsa dei pellerossa, la pelle dell'animale continua ad avere un potere soprannaturale positivo destinato a dare pace all'anima della figlia. Sappiamo dagli studi antropologici che il rivestirsi della pelle di un animale sacro è una pratica rituale molto diffusa tra i popoli animisti di tutto il mondo. E' mediante l'identificazione all'animale totemico che lo sciamano ritrova le sue parti psichiche più profonde e ripercorre l'asse che lo ricollega al Sé. La scoperta dell'inconscio animistico implica una nuova concezione della psiche e del Sé(5), e aiuta a capire molti fenomeni sociali e individuali come, per esempio, certi sogni e fantasie rapportabili a culture animistiche (tutt'altro che rari nei moderni sono i sogni propriamente iniziatici e di vocazione sciamanica), certe mode come quelle dei tatuaggi, dei piercing, del ballo scatenato su sfondo di musica techno o ancora come la formazione delle «nuove tribù del web» (secondo la felice espressione del sociologo Michel Maffesoli). Questi fenomeni non presentano una chiara simbologia archetipica, né appaiono rapportabili a esperienze del passato personale. Sono certamente legati a motivi archetipici di fondo, come qualunque fatto psichico, ma la loro fonte più diretta di ispirazione è l'inconscio animistico, un sistema formato dalla sedimentazione di decine di migliaia di anni di cultura animistica. L'animismo ha dato luogo ad un tipo di adattamento al mondo che ha raggiunto un alto grado di armonia e mantenuto un basso grado di entropia. Oggi molti studiosi suggeriscono di ispirarci a questi modelli antropologici per migliorare il rapporto dell'uomo con l'ambiente, ma i veri cambiamenti devono procedere dal di dentro, dalla forza del «bisonte bianco». Per questo la realizzazione dell'inconscio animistico è di fondamentale importanza. Dal punto di vista dell'approccio psicoanimistico, si può asserire che, parimenti al paziente di origine pellerossa dello psicoanalista e antropologo Georges Devereux(6), ospitiamo tutti una «personalità etnica» dentro di noi, e che tutti ci troviamo, oggi più che nel passato per via della gravità delle problematiche ecologiche e psicologiche che colpiscono l'uomo e la società moderni, a vivere lo stesso conflitto del protagonista di White Buffalo.

 

   Antoine Fratini


Antoine Fratini lavora da oltre quindici anni come psicoanalista, è Vice Presidente dell'Associazione Psicoanalisti Europei e membro attivo dell’Accademia Europea Interdisciplinare delle Scienze. Egli ha scritto nel 1991 il saggio Vivere di fumo (Book Editore, Bologna) sul rapporto tra adolescenza e uso di stupefacenti leggeri, nel 1999 il saggio Parola e Psiche (Armando, Roma) sul collegamento tra gli indirizzi linguistico e archetipico in psicodinamica e decine di articoli su riviste e siti italiani e stranieri. Poeta e artista, egli ha fondato assieme all’Associazione Culturale C.G. Jung di Fidenza il Movimento per l’Arte Naturale, corrente artistica basata sul pensiero junghiano, e le sue poesie compaiono sui maggiori siti del settore. La sua ultima pubblicazione: Psiche e Natura, fondamenti dell'approccio psicoanimistico, Zephyro Edizioni, 2012.

 

NOTE

1) Vedi la reazione della comunità pellerossa alla recnete nascita di un esemplare di bisonte bianco in una fattoria del Connecticut www.ilgiornale.it/news/interni/pellerossa-festa-ritorna-lera-bisonte-bianco.html .

2) Vedi a tale proposito www.kelebekler.com/occ/seattle1.htm .

3) Vladimir klavdievic Arsen'ev, Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, 1923

4) Vedi il bel documentario di Marco Ferraguti Folleti, streghe, magie, il lungo viaggio nella tradizione dell'Appennino, Digitalsquad 2007.

5) Circa l'interpretazione psicoanmistica del Sé junghino vedi per esempio il mio L'uomo e il Sé ? www.riflessioni.it/lettereonline/uomo-e-il-se.htm .

6) Georges Devereux, Psychothérapie d'un indien des plaines, Fayard, Paris 1998.

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