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Storia del cavallo incantato

- Fiaba araba
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Durante la festa del Novruz (È il primo dell'anno e della primavera; in quest'occasione in tutta la Persia si celebra il capodanno, è scitto anche Newroz, Naw-Rúz, No Rouz, Norooz), dopo che i più abili e i più ingegnosi del paese ebbero offerto al re e a tutta la corte il divertimento dei loro spettacoli, un Indiano si presentò al cospetto del sovrano spingendo un cavallo, riccamente bardato e imitato con tanta arte che, vedendolo, lo si sarebbe in un primo momento scambiato per vero. L'Indiano si inchinò davanti al trono e, rialzandosi, disse:
- Sire, sebbene io mi presenti per ultimo a Vostra Maestà, posso tuttavia assicurarvi che non avete visto nulla di così meraviglioso né di così sorprendente come il cavallo che vi sto mostrando.
- In questo animale - gli rispose il re - non vedo altro che l'ingegnosità dell'artigiano nel dargli il più possibile un aspetto naturale.
- Maestà, - riprese l'Indiano - non voglio che consideriate il mio cavallo una meraviglia per il suo aspetto esteriore, ma per l'uso che se ne può fare. Quando lo monto, in qualsiasi lontano punto della terra io desideri essere trasportato attraverso l'aria, posso farlo in brevissimo tempo.
Il re di Persia, il quale si interessava di tutto ciò che aveva qualcosa di straordinario, disse all'Indiano che solo la dimostrazione di quanto aveva affermato l'avrebbe convinto.
L'Indiano balzò sul cavallo con grande destrezza e, dopo essersi ben assicurato alla sella, domandò al re di Persia dove doveva andare.
- Vedi quel monte laggiù? - e il re gli indicò un'alta montagna a circa tre leghe da Shiraz. - Desidero che tu vada là; la distanza non è molta, ma poiché non è possibile seguirti con lo sguardo, devi portarmi come prova un ramo di una palma che si trova in quel luogo.
L'Indiano girò un cavicchio sporgente alla base del collo del cavallo, che immediatamente s'innalzò da terra. Come un fulmine sollevò il cavaliere così in alto che in pochi momenti anche quelli che avevano la vista più acuta non lo videro più.
Non era passato neanche un quarto d'ora, quando si scorse l'Indiano che tornava sul cavallo. L'uomo scese a terra e, avvicinandosi al trono, si prosternò e posò il ramo di palma ai piedi del re.
Il sovrano, che aveva assistito con ammirazione pari allo stupore all'inaudito spettacolo, provò un grande desiderio di possedere quell'oggetto eccezionale; e, risoluto ad accordare all'Indiano qualsiasi somma chiedesse, lo considerava già suo.
- A giudicare il tuo cavallo dall'aspetto esteriore, ­ disse all'Indiano - non capivo perché dovesse valere tanto, ma tu mi hai fatto ricredere; e, per dimostrarti quanto lo valuto, se è in vendita, sono pronto a comprarlo.
- Sire, - rispose l'Indiano - ero certo che voi avreste apprezzato il mio cavallo e che avreste subito desiderato di entrarne in possesso. Permettetemi però di dirvi che io non l'ho comprato; l'ho ottenuto da colui che l'ha inventato e costruito soltanto concedendogli in moglie la mia unica figlia; e nello stesso tempo egli pretese da me che io non lo vendessi, ma che lo cedessi in cambio di qualsiasi cosa giudicassi opportuna.
L'Indiano voleva proseguire ma, alla parola cambio, il re di Persia l'interruppe:
- Sono pronto, - replicò - ad accordarti lo scambio che vorrai chiedermi. Il mio regno è grande, è pieno di città potenti, ricche e popolose. Lascio a tua scelta quella che vorrai.
Ma l'Indiano aveva portato le sue mire a qualcosa di molto più alto. Perciò rispose al re:
- Vi sono infinitamente grato dell'offerta, tuttavia posso farvi entrare in possesso del mio cavallo soltanto ricevendo in sposa la principessa vostra figlia.
I cortigiani che circondavano il re di Persia non poterono impedirsi di scoppiare a ridere sonoramente, ma il principe Firuz Shah, figlio maggiore del re e futuro erede al trono, s'indignò profondamente. Il re la pensò in modo ben diverso e credette di poter sacrificare la principessa anche se restò un po' titubante.
Firuz Shah, vedendo che suo padre esitava nel rispondere, temette ch'egli accettasse. Cominciò dunque a parlare e, prevenendolo, disse:
- Sire, perdonatemi, ma la vostra esitazione di fronte all'insolente richiesta di questo ciarlatano mi costringe a ricordarvi non soltanto ciò che dovete a voi stesso, ma anche al vostro sangue e alla grande nobiltà dei vostri antenati.
- Figlio mio, - rispose il re di Persia - voi non considerate che l'Indiano può, se lo respingo, andare a fare la stessa proposta altrove, io sarei ridotto alla disperazione se un altro monarca potesse privarmi della gloria di possedere questo cavallo. Non voglio dire, però, che acconsento a quanto mi chiede. Forse egli stesso non si rende perfettamente conto dell'enormità della sua pretesa; e, a parte la principessa mia figlia, farò qualsiasi altro patto egli vorrà. Ma, prima di giungere alla conclusione dell'accordo, mi farebbe molto piacere se voi provaste personalmente il cavallo. Sono sicuro ch'egli ve lo permetterà.
L'Indiano, lungi dall'opporsi al desiderio del re, ne fu contento; avvicinandosi al cavallo, precedette il principe per aiutarlo a montare in sella e avvertirlo di come doveva manovrarlo.
Il principe Firuz Shah, con mirabile destrezza, montò da solo sul cavallo e, senza aspettare alcun consiglio dell'Indiano, girò il cavicchio come aveva visto fare a lui. Lo straordinario animale lo sollevò con la velocità di una freccia e, in pochi istanti, il re e tutta la corte lo persero di vista. Allora l'Indiano, inquieto per quanto era accaduto, si rivolse al re:
- Vostra Maestà stessa ha visto che il principe mi ha impedito di dargli le istruzioni necessarie per manovrare il cavallo. Ma egli ignora in quale modo può farlo tornare indietro. Perciò vi chiedo di non considerarmi responsabile di ciò che potrà capitargli.
Questo discorso rattristò molto il re di Persia, il quale comprese il pericolo in cui si trovava suo figlio. L'Indiano volle rassicurarlo:
- Sire, - aggiunse - c'è motivo di sperare che il principe si accorgerà di un altro cavicchio che serve per scendere verso terra.
- Comunque sia, - replicò il re di Persia - poiché non posso fidarmi della tua assicurazione, la tua testa risponderà della vita di mio figlio se, entro tre mesi, non lo vedrò tornare sano e salvo o se non saprò con certezza che egli è vivo.
Ordinò di prenderlo e di rinchiuderlo in un'angusta prigione. Poi si ritirò nel suo palazzo, grandemente addolorato che la festa del Novruz si fosse conclusa in maniera così triste per lui e per la sua corte.
Nel frattempo il principe Firuz Shah, sollevato in aria con tanta rapidità, in meno di un'ora si vide così in alto da non distinguere più niente sulla terra. Allora pensò di ritornare da dove era partito. Girò e rigirò parecchie volte il cavicchio, ma inutilmente. Soltanto allora riconobbe il grave errore commesso non facendosi dare dall'Indiano le informazioni necessarie.
Ma non si perse d'animo: si raccolse in se stesso e, esaminando attentamente la testa e il collo del cavallo, scoprì un altro cavicchio più piccolo accanto all'orecchio destro del magico animale e lo girò. Subito il cavallo si diresse verso terra e finalmente si fermò.
Era mezzanotte passata quando Firuz Shah s'accorse che si trovava sul tetto a terrazza di un magnifico palazzo, dove vide una porta socchiusa. Il principe l'aprì senza far rumore e trovò una scala; scese con grande precauzione e giunse in un salone illuminato. Si fermò, tendendo l'orecchio e non udì altro rumore se non quello di persone che dormivano profondamente. Avanzò un po' nella sala e, alla luce di una lanterna, vide che quelli che dormivano erano soldati negri, ciascuno con la sciabola accanto a sé. Capì che si trattava della guardia dell'appartamento di una regina o di una principessa.
Firuz Shah avanzò in punta di piedi, aprì una portiera di stoffa di seta molto leggera e si trovò in una camera regale dove c'erano parecchi giacigli, di cui uno soltanto era sul sofà e gli altri a terra. In questi ultimi dormivano alcune ancelle e nel primo dormiva la principessa.
Si avvicinò al letto e vide una fanciulla di una bellezza così eccezionale che ne fu incantato. In quel momento la principessa aprì gli occhi e, sommamente stupita nel vedersi davanti un uomo tanto elegante e di bell'aspetto, si turbò, senza mostrare tuttavia nessun segno di terrore o di spavento.
Il principe abbassò la testa fin quasi al tappeto e, rialzandola, disse:
- Nobile principessa, sono il figlio del re di Persia. Per una straordinaria avventura mi trovo ai vostri piedi e vi chiedo aiuto e protezione.
La principessa, alla quale Firuz Shah si era così fortunatamente rivolto, era la figlia primogenita del re del Bengala, il quale le aveva fatto costruire a breve distanza dalla capitale un palazzo dove ella veniva spesso. Dopo averlo ascoltato con molta benevolenza, ella gli rispose:
- Principe, rassicuratevi: l'ospitalità e la cortesia che mi chiedete vi sono state già accordate non soltanto nel mio palazzo, ma anche in tutto il regno.
Il principe di Persia voleva ringraziarla, ma ella non gli diede il tempo di parlare:
- È mio forte desiderio sapere come siete arrivato qui dalla capitale della Persia e per quale incantesimo siete riuscito a penetrare in questo palazzo. Tuttavia preferisco rimandare la mia curiosità a domani mattina e lasciarvi riposare.
A un suo cenno, le ancelle condussero il giovane in una bellissima camera.
Il giorno dopo, la principessa, appena alzata, si ornò con i diamanti più splendenti, indossò un abito della più ricca stoffa di tutte le Indie e mandò a dire al principe che sarebbe andata da lui.
Firuz Shah si era perfettamente rimesso dal suo faticoso viaggio e aveva appena finito di vestirsi, quando ella arrivò. Dopo i reciproci complimenti la principessa disse: - Principe, sono impaziente di ascoltare l'avventura che vi ha condotto fin qui.
Per accontentarla il giovane cominciò a narrare i fatti fin dalla festa solenne del Novruz; le parlò del cavallo incantato, della folle richiesta dell'Indiano, di come egli si fosse trovato in viaggio, dell'arrivo alla reggia fino all'incontro con lei.
- Non c'è bisogno di dirvi il resto - soggiunse il principe. - Mi resta soltanto da ringraziarvi per la vostra bontà e la vostra generosità.
Mostrandosi lieta delle sue parole, la principessa allora propose:
- Principe, poiché il caso vi ha condotto fino alla capitale di questo regno, sono sicura che vorrete vederla e salutare il re mio padre affinché egli vi renda gli onori dovuti. - Principessa, - rispose Firuz Shah - accetterei volentieri la cortese offerta che mi fate se non pensassi all'inquietudine del re mio padre per la mia scomparsa. Io lo conosco e sono sicuro che egli è in preda a un mortale dolore per cui non posso dispensarmi di andare subito a rassicurarlo. Fatto ciò, principessa, - proseguì il principe di Persia - se mi giudicate degno di aspirare alla felicità di diventare vostro sposo, non avrò difficoltà a ottenere da mio padre il permesso di acconsentire al nostro matrimonio e di ritornare qui.
La principessa capì che era inutile insistere per indurlo a presentarsi al re del Bengala e a fare qualcosa contro il proprio dovere, perciò continuò:
- Non avevo l'intenzione di appanni a una ragione così legittima come quella che adducete. Ma non posso approvare la vostra decisione di partire così presto. Poiché siete arrivato nel regno del Bengala, promettetemi di restarvi il tempo sufficiente per riportarne notizie più precise alla corte di Persia.
Firuz Shah non poté negarle quanto ella gli chiedeva; accondiscese e la principessa non pensò ad altro che a rendergli piacevole il soggiorno.
Per parecchi giorni vi furono soltanto feste, balli, concerti, passeggiate nei giardini e cacce nel parco del palazzo.
Per due interi mesi, il principe si abbandonò completamente ai desideri della principessa del Bengala, ma allo scadere di questo termine le disse che doveva assolutamente tornare nel suo regno. Poi aggiunse:
- Principessa, poiché sono convinto che la mia vita non può essere felice senza di voi, vi chiedo la grazia di venire con me.
La principessa non rispose ma il suo silenzio e i suoi oc­chi bassi gli fecero capire che era d'accordo ad accompagnarlo in Persia.

 

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