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di Alessandro Martire  - indice articoli

 

Gli indiani con le "piume in testa"   Novembre 2011
Di Giovanna Di Filippo

 

copricapo piumePochi giorni fa (Ndr febbraio 2011) un mio amico è venuto a trovarmi in ufficio. Aveva in braccio sua figlia di 4 anni, mi ha salutato e mi ha presentato a sua  figlia dicendole: “sai che lei conosce gli indiani?”.
La bimba molto timidamente dopo aver  guardato suo padre  ha detto: “Chi?” e il mio amico,  per farsi capire meglio e convinto di ciò che diceva le ha risposto: “sì gli indiani, quelli con le piume in testa!”
…. gli indiani con le piume in testa….
Non posso biasimare il mio amico, lui, l’unica cosa che conosce degli Indiani d’America sono i film western che ci hanno fatto vedere per anni.
La cosa che mi preoccupa di più è pensare che quando questa bimba crescerà continuerà a cercare questi strani “uomini con le piume in testa”.
Ho sempre, però, la speranza che questa bimba ne vorrà sapere di più e allora cercherà di conoscerli e di conseguenza capirà.
Capirà che nella storia e nella cultura dei Nativi  i copricapo di piume hanno un’importanza fondamentale. Il valore e l’onore del guerriero era proprio rappresentata dal numero di penne d’aquila presenti nel suo copricapo, che era riservato solo a coloro che avevano compiuto azioni di particolare rilievo sociale e perciò era un valoroso guerriero.
Le penne d’aquila  rappresentavano  le preghiere, i raggi del sole e l’energia irradiata dal Grande Spirito, la protezione dell’Aquila, e più se ne aveva, più un copricapo era adorno di penne, più era grande il valore e l’onore di quel guerriero che lo portava.
L’onore faceva del guerriero un leader e di conseguenza un Capo.
Era un leader chi dava prova di avere capacità di realizzare gli obiettivi comuni. Infatti  i Capi divenivano tali solo dopo aver dimostrato di avere le doti necessarie alla sopravvivenza e alla protezione del proprio gruppo.
La parola Capo non esisteva come la intendiamo noi, furono i bianchi a portarla per descrivere un soggetto che aveva una certa importanza tra la sua gente.
I Capi Lakota  guidavano coloro che “desideravano” seguirli, ma se  non c’era questo desiderio ognuno era libero di fare ciò che credeva senza giudizio alcuno. Il Capo rimaneva tale solo fino a quando il suo carisma faceva di lui un Capo seguito e ascoltato, ma se perdeva la stima della sua gente, non veniva più seguito.
Mi fa riflettere molto questa cosa, soprattutto in questi giorni (Ndr riferimento all'Egitto e alla Libia, febbraio 2011) in cui siamo bombardati da continue notizie sui problemi che si stanno verificando in molti Stati con i Popoli che si ribellano ai propri Capi, o meglio, a coloro che dovrebbero guidarli e proteggerli.
Ammetto che il rispetto di una certa gerarchia, nel contesto in cui viviamo è necessaria altrimenti regnerebbe il caos, ma mi viene da pensare ad un episodio della scorsa estate quando un Capo Lakota che era seduto su una sedia, si è alzato per far sedere me, e non essendoci altre sedie, si è seduto per terra. Io ero molto imbarazzata e non volevo accettare di sedermi sulla sedia mentre lui avrebbe dovuto sedersi per terra, ma lui molto tranquillamente e con un ampio sorriso ha detto rivolgendosi a tutti gli amici che erano presenti: “proprio perché sono un Capo devo sedermi per terra e voi che siete miei ospiti dovete sedervi sulle sedie”.
E’ stato inevitabile per me, in quel momento, non riuscire a fermare la mia mente che continuava a cercare inutilmente episodi simili dove qualche nostro “capo” era seduto per terra o semplicemente in piedi mentre gli ospiti erano seduti sulle sedie o poltrone.
Ringrazio molto i miei fratelli Lakota, perché dalle mie piccole esperienze ho imparato grandi cose, e ritengo che la più grande sia stata quella di aver avuto la conferma che l’Umiltà è quella cosa che fa grande l’uomo e soprattutto fa di un Capo un vero Capo, quella persona, cioè, che si mette a “servizio” delle persone che lo hanno seguito e gli hanno dato fiducia.
Il mio pensiero torna alla bimba, alla figlia del mio amico, mi piacerebbe cantarle una canzone  se ne conoscessi la melodia. La canzone che fu eseguita per il grande guerriero Cavallo Pazzo all’età di 17 anni, dopo che in una battaglia dimostrò il suo coraggio e il suo valore, le cui parole sono queste:

 

“Mio figlio si è battuto contro un Popolo
Di lingua sconosciuta
E’ stato coraggioso
Per questo un nuovo nome gli do
Il nome di suo padre
E di molti padri prima
Una grande nome
Cavallo Pazzo si chiami”.
(Dal libro di Mary Sandoz)

 

 

Giovanna Di Filippo
Delegata Responsabile per la Regione Abruzzo dell'Associazione Wambli Gleska

 

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