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di Domenico Pimpinellaindice articoli

 

L'amore.   Dicembre 2009

 

Dopo avere riflettuto sul rapporto tra filosofia, religione e scienza nel primo articolo di questa rubrica e che cosa debba essere inteso per bene, male e felicità nel secondo, affrontiamo ora  il più interessante e nevralgico del concetti: l’amore. Solo dopo aver fatto una profonda immersione in una riflessione così impegnativa, potremo passare nel prossimo articolo all’esplorazione di un concetto altrettanto importante: la conoscenza, cercando di percorrerne una precisa ipotesi evolutiva.

Tralascio di fare un excursus storico del termine e delle varie accezioni di cui le più note sono sicuramente eros e agape. Il nostro obiettivo non è analizzare ancora questi due termini su cui ognuno può documentarsi in mille modi, ma proporre, come le altre volte, una visione dell’amore partendo appunto dal paradigma ambivalente che ognuno può visionare nell’introduzione di questa rubrica.

Iniziamo con un cappelletto, dicendo che le parole non sono strumenti che possano influire direttamente sui cambiamenti altrui, ma una sorta di schermo che poniamo di fronte agli altri per tentare di influenzare la loro visuale. A volte ci riusciamo, il più delle volte, no. Lo schermo che mi accingo a prospettare spero riesca nell’obiettivo di instillare quantomeno il dubbio, che potrebbe innescare una riflessione.

Solitamente si crede che l’amore, quello autentico, quello con la A maiuscola, come si suol dire, sia Altruismo spinto al massimo. E in questo modo si cerca di contrapporlo all’egoismo.

Nella nostra disgraziata visione d’acchito di un mondo che per necessità strategiche si presenta alla nostra razionalità frazionato in una miriade di enti (per avere la possibilità di comporli e articolarli), ha preso piede ed è diventata certezza, come abbiamo già argomentato in altri momenti, l’idea che intorno ad ognuno c’è sostanzialmente un vuoto esistenziale che ci isola. Tale interpretazione ci porta indiscutibilmente a far coincidere l’individualità con la soggettività. Una consapevolezza da cui finisce per originarsi una concezione aberrante di noi stessi e dei rapporti che impostiamo con gli altri. Non riusciamo quasi mai a renderci conto, invece, che la conoscenza emotiva non ci “sussurra” assolutamente questo. Al contrario, essa specifica una realtà unitaria, “piena”,  fatta di punti fermi come gli enti materiali, ma anche di legami emotivi, di sentimenti che riempiono quello spazio che la ragione crede vuoto. E’ l’errore originario, dunque, che in sostanza finisce per vietarci un uso della ragione che dovrebbe incrementare la collaborazione e la solidarietà e non i conflitti e le differenze, come per lo più avviene. La  terribile conseguenza che ne deriva  è l’essere obbligati a restare nel solco di un’iniziale convinzione, che si spinge a farci interpretare l’esistenza una sorta di campo di battaglia dove l’unico scopo è “lottare” strenuamente per la sopravvivenza. Poco importa se del più adatto o del più forte.

Legati, dunque, all’idea di essere degli enti finiti e circoscritti, dirigiamo i nostri sforzi consapevoli alla realizzazione di un “Io chiuso” che si desidera quanto più  possibile potente, per poter affrontare vittoriosamente qualunque conflitto in cui potremmo trovarci coinvolti. Non solo siamo attenti a realizzare un’individualità tutta confinata nel solo aspetto soggettivo, ma arriviamo, per questo scopo, addirittura a strumentalizzare i legami emotivi, i sentimenti, per un fine che non è assolutamente il loro. Radicalizzati in questa visione aberrata, tendiamo a far diventare gli altri esseri viventi semplicemente delle “cose” da utilizzare. Il legame Io-tu, come ha sostenuto Buber, finisce immancabilmente per scadere, proprio in virtù di questa logica, nel più banale legame Io-esso. Più il pensiero sopravanza l’emotività, più è in grado di zittirne le critiche, più si finisce per “svuotarla”, recidendo ogni legame sentimentale, proiettati inesorabilmente ad una vita di relazioni ipocrite, di solitudini esasperate e camuffate.

Condizionati gravemente dall’”errore originario”, o anche dal “peccato originale” come mutuerebbe un credente biblico, l’amore non riesce ad essere quel desiderio naturale (amplificato opportunamente della ragione) che dovrebbe spingerci ad infittire e irrobustire la trama di relazioni interpersonali. Al contrario, diventa desiderio di  utilizzo e possesso, dietro cui non si pensa neanche lontanamente a trascendere l’attuale destino. Anche un intenso legame emotivo come quello che caratterizza le relazioni tra esseri sessuati innamorati può finire in quella sorta di tritatutto mentale che è il convincimento di dover essere rappresentativi solo di se stessi. Il pensiero indubbiamente ci spinge controcorrente e ci restituisce un’idea dell’amore come di un evento irrazionale, senza senso. L’amore si può così ridurre indifferentemente a sensazione eccezionale affidata al caso, oppure ad una rinuncia volontaria di sensazioni piacevoli nella convinzione di dover spostare la nostra attenzione, la cura, da noi stessi agli altri. I quali però continuano pur sempre a rimanere nel nostro immaginario individui sostanzialmente isolati: altro da noi. L’amore, in quanto sentimento andrebbe inteso come legame emotivo ampliato e fortificato dalla consapevolezza, per essere finalizzato razionalmente alla costruzione di un essere autopoietico di grado superiore. Un’interpretazione che purtroppo non è riuscita finora a trovare spazio nella nostra consapevolezza.  Intenti ad incrementare una naturale chiusura, questo amore non riusciamo neppure a desiderarlo! Non desideriamo un mondo di relazioni che potrebbero far retrocedere sullo sfondo la nostra soggettività. Siamo ancora troppo legati al passato: alla cura dell’attuale unità (l’Io) coincidente con la socialità di cellule,  piuttosto che ad un futuro in cui gli attuali individui pluricellulari potrebbero originare una nuova possibilità esistenziale: la società autentica. L’amore diventa allora una possibilità che concepiamo come utile a rendere la “chiusura” tollerabile. L’amore profano, laico, ci spinge ad utilizzare i legami dei sentimenti per attrarre gli altri a noi affinché sia possibile utilizzarli per il nostro piacere e per il nostro potere. L’amore sacro, quello che viene contrapposto all’egoismo, pretende invece addirittura di essere un “uscire” totalmente fuori da noi e un offrirci deliberatamente agli altri. Visto ad di fuori del paradigma ambivalente, l’amore può essere di tutto, ma non quello che effettivamente dovrebbe.  E non può esserlo perché non si può fare a meno di porre una pregiudiziale distanza irriducibile tra noi e gli altri. Solo iniziando ad articolare i propri pensieri in un paradigma ambivalente, in cui la socialità diventa un intrinseco spazio conoscitivo necessario, si può arrivare ad un corretto concetto di amore. Un amore che diventa legame visibile, comprensibile e desiderabile, in grado di cancellare, con una corretta prassi,  le pregiudiziali distanze che oggi poniamo tra noi e gli altri.

L’errata interpretazione razionale della nostra intima natura ambivalente che vuole invece a difesa delle possibilità acquisite, volti perennemente indietro, incapaci di guardare al futuro come trascendimento delle attuali potenzialità.

L’alternativa viene concepita dalla stessa ragione come una rinuncia alle opportunità piacevoli, per sacrificare vantaggiosamente una misera vita terrena alle presunte grandezze di una esistenza spirituale. Il simbolo più elevato di questo concetto di amore è divenuto la croce: la rappresentazione del sacrificio estremo e infamante (perché proprio dei servi, degli schiavi) che vorrebbe rendere chiara ed evidente una contrapposizione netta all’egoismo. Un concetto d’amore, quindi, che chiede un’improponibile scelta tra se stessi e gli altri, che può avere una sua logica solo se si ha fede: se si crede in una vita nell’aldilà. Per coloro che non riescono a credere, questa scelta risulta assurda, impraticabile. Un credente che si convincesse ad interpretare il mondo muovendo da un aspetto ambivalente dell’individualità, può trovare la possibilità di un’etica ai massimi livelli e per di più praticabile da tutti. Il legame non coercitivo, desiderabile, consone con i dettami della conoscenza emotiva, capace di mettere in sintonia e attuare una svolta culturale, dovrebbe diventare il simbolo condiviso dell’amore. Un simbolo che non è la “catena” che limita e vincola le nostre possibilità, ma un terrapieno che allarga la nostra libertà, consentendoci di essere ciò che siamo diventati ma anche aspirare a diventare ciò che di grandioso possiamo diventare.

Partendo da un paradigma ambivalente, penso si possa comprendere con chiarezza la portata etica di una tale soluzione, che non contrasta con un’eventuale volontà divina. La grande unione tra “coloro che credono nel cielo” e “coloro che credono nella terra”, come ebbe a dire Aragon, potrebbe, dunque, realizzarsi in un “progetto” mirato a costruire una nuova unità autopoietica di 3° ordine, che stabilizzerebbe davvero l’attuale soggettività e la renderebbe libera da tante paure e da una lotta violenta per la sopravvivenza che sta devastando il pianeta.

Un simile concetto di amore ci darebbe l’opportunità di fondare le nostre esistenze sulla realizzazione di piaceri mediati dalla gioia, sfuggendo così alla logica di un amore tutto sbilanciato verso l’edonismo o, peggio, privo di qualunque piacevolezza.

Resta solo da capire come sarebbe teoricamente possibile realizzare una nuova compattazione di esseri pluricellulari tridimensionali in una nuova unità superiore. Non possiamo certo compattarci come hanno fatto le nostre cellule. Dobbiamo immaginare di poterci compattare in uno spazio costituito come minimo da quattro dimensioni. Una eventualità che trova la sua conferma nella teoria non tensionale del tempo che ce lo indica, per l’appunto, come la quarta dimensione dello spazio. La nostra conoscenza emotiva che saprebbe comunque come farci continuare ad essere dei singoli esseri viventi, non ha i mezzi necessari per farci diventare una nuova realtà unitaria. Ha così partorito una nuova tipologia conoscitiva in grado di farlo: la razionalità, che ha iniziato ad evolversi verso potenzialità sempre maggiori, fino a diventare l’opportunità che noi uomini siamo, in grado di riunire le intuizioni di spazio e tempo nell’attuale spazio-tempo.

Ecco la realtà che serve alla nostra compattazione! E che ci rende liberi di muoverci ed esprimerci soggettivamente nello spazio tridimensionale, ma anche in grado di legarci nella progettualità di una nuova possibilità esistenziale, alla quale ognuno dovrebbe partecipare secondo i propri mezzi intellettivi. Già oggi scienziati di tutto il mondo possono “incontrarsi” su specifiche questioni esterne, utilizzando un “linguaggio macchina” come la matematica che ci consente di incontrarci e fonderci nel “tempo”. In futuro ognuno di noi potrebbe dialogare nella stessa maniera redditizia per realizzare un intrinseco DNA culturale da far evolvere sempre più verso un’unità superiore. Cosa, naturalmente, ipotizzabile solo nel quadro di un paradigma ambivalente, dove la tendenza ad incrementare l’egoismo si potrebbe capovolgere verso un incremento della socialità naturale, portata ai massimi fasti dalla razionalità, in un corretto  concetto d’amore. 

Non credo ci siano altri modi e, soprattutto, modi più belli e piacevoli per salvarci e salvare il pianeta dall’abisso verso cui stiamo pericolosamente avanzando. L’attuale egoismo è visto da molti come sacrosanto diritto di salvaguardare la possibilità esistenziale che ognuno ha raggiunto  ma, purtroppo, non come eguale diritto a costruire insieme agli altri una nuova e più gratificante possibilità esistenziale, dove realizzare in pieno la nostra intima natura e con essa il bisogno di libertà, giustizia e armonia con ciò che ci circonda.  La nostra ottusità può essere guarita da un amore che diventi realizzazione meticolosa e tenace di legami in grado di tenerci uniti per fare di noi le parti sofisticate di una nuova grandiosa realtà. E’ probabile che in questa realizzazione si debba rischiare qualcosa, soprattutto nelle fasi di iniziale sperimentazione. Sempre meglio però che continuare in un’esistenza posta sulla difensiva, destinata a rimanere indefinitamente e monotonamente uguale a se stessa. Qualcuno ha detto: “L’amore è una cosa meravigliosa” ed effettivamente lo è ancora oggi in quelle realizzazioni in cui l’emotività riesce a liberarsi dal “calcolo” della ragione e ad esprimersi pienamente. Potrebbe diventare la norma se riuscissimo a liberarlo dalle pastoie culturali che lo tengono legato ai paletti della religiosità e dell’edonismo.

L’uomo è diventato un essere razionale che non potrà mai essere di nuovo quell’essere completamente emotivo delle origini. Per questo non possiamo arrenderci all’errore originario, ma operare una rivoluzione che porti la razionalità ad interessarsi, dopo millenni, all’ampliamento dell’aspetto sociale a scapito di una soggettività diventata abnorme. Un concetto soddisfacente di amore può convincerci ad attuare questa rivoluzione, portarci a dialogare efficacemente tra noi per amplificare le nostre emozioni positive, cullati dalla speranza che in fondo non siamo quella nullità casuale che molti si considerano e da cui traggono spesso un’insoddisfazione capace anche di tradursi in odio.

Materialisti e spiritualisti è arrivato il momento di una nuova Era in grado di ridarci il volto dignitoso e bello che solo l’amore può modellare e che le vecchie civiltà hanno orribilmente  sfigurato!


Domenico Pimpinella

 

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