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di Domenico Pimpinellaindice articoli

 

La necessità di pensare "l'essere autopoietico di 3° ordine".   Aprile 2011

 

Vorrei cominciare questa relazione riportando una frase di Edgar Morin posta a conclusione del suo libro “Metodo 2. La vita della vita”. Morin dice: “Mi rifiuto di isolare le nostre vite dalla vita, le nostre vite dalle nostre idee, le nostre idee dalle loro conseguenze".
Mi sembra una fase significativa per introdurre il tema di questa relazione che èla necessità di pensare l’essere auto poietico di 3° ordine”.
Che nella storia della vita e della sua evoluzione ci possa essere stata davvero una marcia costante verso le realizzazioni di unità sempre più complesse a partire da forme elementari di vita, come i batteri o parti di questi, non è una di quelle certezze su cui ci si possa schierare tutti perfettamente allineati con la stessa convinzione. Anche se vi sono studi della biologia largamente condivisi che ipotizzano che a cominciare dalla cellula eucariote si sia iniziato un processo che ha portato a realizzare delle unità a partire da esseri viventi prima isolati che hanno preso a collaborare, forzatamente o meno,  in forma sempre più stretta tra loro. Così la cellula eucariote è stata indicata, ad esempio, da Linn Margulis, e da Maturana e Varela,  come il primo essere auto poietico formato dalla “collaborazione” di antichi batteri, oggi organuli, capaci di svolgere ruoli diversi, e battezzata “unità auto poietica di 1° ordine”. Dalla collaborazione di più cellule eucariote, sarebbe poi venuta fuori l’attuale schiera di individui pluricellulari animali, che per questo sono stati chiamati “di 2° ordine”. L’idea di Maturana e Varela, condivisa, a volte indirettamente, da altri biologi o sociologi, è che questi esseri di 2° ordine, con i quali possiamo identificarci, stiano ora tutti mettendo in atto delle strategie per “costruire” una nuova società che, trovate le giuste strategie per collaborare in maniera efficace, potrà trasformarsi in una nuova unità esistenziale: l’essere auto poietico di 3° ordine appunto.

 

Al di là del fatto che si possa o meno condividere una lettura dell’evoluzione di questo tipo, mi sembra comunque che si possono fare almeno due riflessioni di massima, su cui ci si può trovare tutti d’accordo. Queste sono:

  1. che ognuno di noi “sente” effettivamente di essere un’unità e non certo un complesso di cellule che “lavorano” per un obiettivo comune;

  2. che siamo in grado di avvertire, un po’ tutti, chi più chi meno, un genere di “spinte interne”, istintive, emotive, quindi non necessariamente pensate, che ci indurrebbero, per quanto possibile,  a  “considerare”  soprattutto gli altri esseri umani, per non dire anche molte altre specie animali a noi più affini, realtà esistenziali  con un loro valore intrinseco e non solamente strumentale.

Il che significa, (se davvero come a me sembra un essere umano è in grado di dare agli altri un valore in sé, e non solo un valore utilizzabile alla stregua di un oggetto, al pari di altre “cose” che utilizza meramente per la propria sopravvivenza) che forse emotivamente, ovvero secondo i canoni di una conoscenza che agisce nel profondo delle nostre coscienze, esiste la necessità di “costruire” dei legami con l’altro/altri, in maniera che legame dopo legame, legame su legame, si possa arrivare, un giorno, a costruire un sistema in cui può venire operato un trascendimento delle precedenti singolarità.
A questa inferenza si può, invero, contrapporne un’altra, quella considerata dalla Filosofia morale classica e da autorevoli biologi, come Dawkins, il quale interpreta il ruolo dell’individuo in senso egoistico, dedito cioè alla sopravvivenza di se stesso, capace però di costruire e utilizzare le relazioni sociali per un accrescimento delle proprie probabilità di sopravvivenza. Cioè al singolo non starebbe a cuore la società in cui vive, se non perché questa può al momento opportuno aiutarlo, soccorrerlo.
Ovviamente le due interpretazioni della funzione sociale non arrivano a contrapporsi nettamente l’un l’altra, perché se si compiono delle azioni “autenticamente sociali”, al di là dell’interpretazione che si può darne, cercano comunque a costruire un sistema che non sminuisce le probabilità di sopravvivenza del singolo, poiché il singolo rimane comunque una realtà necessaria.
Quindi, in pratica, come per lo più accade nelle società umane, i comportamenti sociali, se dettati da una conoscenza emotiva vanno sempre a svolgere un ruolo positivo, corretto. Il problema è che non sempre accade questo: i comportamenti sociali se dettati da un utilitarismo egoistico possono portare non a costruire dei legami, magari solo momentanei, ma ad utilizzare strumentalmente l’altro, a non tenerne conto come essere vivente che può vantare dei diritti per la propria soggettività. Quasi sempre le due spinte finiscono per mescolarsi confusamente e così non ci rendiamo conto se il comportamento sociale ha in realtà creato dei legami o, al contrario, costruito delle barriere. Se però costruiamo legami o barriere è fondamentale per il nostro equilibrio interno, per gli obiettivi della nostra conoscenza emotiva, e quindi, per la costruzione della felicità.

A tale proposito, Martin Seligman, considerato il padre della psicologia positiva, ha compreso la natura duale della nostra individualità e diviso le emozioni in due categorie, positive e negative, ponendo l’accento sull’opportunità di imparare, per quanto possibile, a sviluppare le emozioni positive, perché sono quelle che statisticamente consentono di vivere una vita felice. Seligman, non tira in gioco, da scienziato qual è, considerazioni di tipo morale, né, in fondo, spiega perché un aumento delle emozioni positive può portare ad essere felici e, sicuramente può aiutarci a prevenire stati d’animo come quelli depressivi che statisticamente sono in notevole aumento, soprattutto in quelle società e tra i giovani  dove il reddito è più elevato.

Pur apprezzando il lavoro di Seligman, sono però convinto che non è sufficiente e che occorre capire perché le emozioni positive sono indispensabili per la felicità e il nostro vero ben-essere. E la mia spiegazione, inserendomi in quel filone che descrive l’evoluzione come successive tappe in cui sono state costruite via via nuove unità esistenziali di livello superiore, è che le emozioni positive ci spingono a realizzare, sperimentalmente, e non perché esiste già un percorso pre-definito, un progetto intelligente di qual natura si voglia, la prossima unità di livello superiore; mentre le cosiddette emozioni negative, in realtà sono emozioni che per lungo tempo ed ancora a  tutt’oggi, svolgono il ruolo di tutela e di conservazione dell’essere auto poietico di 2° ordine. Emozioni negative come la paura, il disgusto, la rabbia, ecc. sono strumenti conoscitivi che hanno garantito e garantiscono all’essere vivente di 2° ordine, quali noi tutti indubbiamente non possiamo fare a meno di essere, il mantenimento dell’omeostasi in determinate condizioni. Le emozioni negative non sono quindi un male, però possono diventarlo quando divengono esagerate e diventano delle vere e proprie fobie che tendono a “bloccare” l’insorgere di emozioni positive, che sono quelle che invece spingono a realizzare lo stadio successivo di 3° ordine, che è quello in grado di apportare “senso” alle singole esistenze. Se così non fosse saremmo tanti Sisifo che non faremmo altro che riportare “inutilmente” il “sasso” sulla sommità per poi vederlo inesorabilmente rotolare giù. Un destino davvero terribile! Per scongiurarlo, il problema da risolvere è quello di evitare che la nostra singolarità di esseri autopietici di 2° ordine, che indubbiamente è una certezza diventi una verità incontrovertibile.
Quello che occorre avere chiaro, allora è che la nostra conoscenza è il risultato di due tipologie, quella più antica che a me piace definire emotivo-seriale, e quella più recente che potremmo di conseguenza definire razionale-parallela, che altri hanno definito in maniera diversa, considerati i dovuti distinguo. Ad esempio, Damasio parla di coscienza nucleare e coscienza estesa; Edelman preferisce coscienza primaria e coscienza di ordine superiore e Bloch, coscienza d’accesso e coscienza fenomenica, la sostanza, in fondo, è comprendere che ad un certo punto la conoscenza compie una specie di salto e che quindi  non è più solo una conoscenza reattiva ma diventa anche una conoscenza anticipativa, in grado cioè di anticipare e simulare lo svolgersi degli eventi, come ha sostenuto anche Bertrand Russell In questo cambio sostanziale di marcia, diventa importante, fondamentale il pre-concetto, l’interpretazione che si ha di se stessi e di ciò che ci sta intorno, che costituisce l’ambiente, sia esso vivente che non.

Si comprende in questo modo perfettamente l’importanza tra il considerare se stessi unicamente degli esseri realizzati di 2° ordine che devono conservare inalterate le loro possibilità, e tra il considerarsi, anche solo degli abbozzi, costruiti emotivamente, di esseri auto poietici di 3° ordine che devono potersi man mano perfezionare in questo nuovo ruolo. In questo caso è evidente che man mano che si procede sempre più verso la realizzazione dell’essere di 3° ordine, quello del 2° ordine non può rimanere lo stesso di prima: deve poter cambiare personalità per potersi adattare alle mutate esigenze. Esigenze che, ovviamente, non devono essere imposte da nessuno, non dalla politica, non dalla sociologia, ma semmai da una costante pratica sociale, da un costante dialogo che sia capace di costruire legami sempre più forti e nello stesso tempo decostruire progressivamente i vecchi schemi difensivi, per arrivare alla necessaria “apertura” collaborativa.
Solo in questo caso, la funzione anticipatrice e simulatrice della razionalità potrà prendere in considerazione il “sistema” da costruire, da perfezionare  e non la singola individualità, come accade oggi.
La razionalità, come sosteneva Sartre, ci condanna alla libertà, perché noi possiamo scegliere vari modelli di noi stessi su cui operare, su cui investire le nostre risorse, ma non è detto che tutti possono essere portati avanti con successo. Se non si coglie il modello giusto, quello che la conoscenza emotiva ci indica, perché venuto fuori da una tendenza consolidata, si rischia, come Sisifo di “lavorare” per nulla.
Certo si può sempre lavorare per riempire di piaceri e di agi la possibilità esistenziale di 2° ordine che già siamo, ma non è detto che in questo modo la si renda felice, come tanti studi dimostrano, né che chiudendola in un bunker le si possa davvero dare la sicurezza di un avvenire sicuro.

Quindi essenziale è scegliere l’interpretazione corretta della nostra intima natura venuta fuori da una serie incalcolabile di tentativi ed errori. Essenziale è portare avanti l’idea che emerge considerando dove tendono a portarci l’insieme delle nostre emozioni, tenendo conto che la razionalità non affianca semplicemente l’emotività, ma che è una possibilità conoscitiva che ci consente di cogliere il “tutto”, anche se frazionato in enti, e non solo in maniera seriale, come accade per la conoscenza emotiva. Cogliere questa differenza sostanziale è fondamentale, per mettere in sincronia le due tipologie conoscitive ed evitare che vengono a scontrarsi, come purtroppo spesso accade. E così magari accade che vi siano circostanze in cui emergono più facilmente determinate spinte emotive, come ad esempio, in situazioni catastrofiche, di terribili eventi naturali come terremoti, alluvioni, o culturali come guerre ed eccidi, che possono facilmente venire strumentalizzate,  utilizzate dai cosiddetti “furbi”, per altri scopi tutt’altro che sociali.
La conoscenza razionale ci permette, in funzione della premessa, delle credenze che si sono maturate in noi, di stabilire il “come”: come passare da un posto ad un altro, da una condizione ad un’altra, da un situazione ad un’altra. Come pure ci consente di individuare su quale modello di noi stessi dobbiamo lavorare per costruire il vero benessere e la felicità: se il modello singolo o sociale. Compito che è affidato dalla razionalità alla Filosofia, in quanto strumento di autoregolamentazione che dovrebbe consentire di non smarrirci nell’esercizio del libero arbitrio.

Purtroppo, occorre dire, che questo strumento, almeno fino ad oggi, non ha funzionato tanto bene. In effetti,  tanti hanno finito per smarrirsi, inseguendo a ruota libera un’idea sbagliata di se stessi, e determinando così un flusso in cui inesorabilmente finiamo un po’ tutti per essere travolti: anche quelli che tentano disperatamente di nuotare controcorrente.
Il motivo per cui questo strumento non è riuscito ad essere determinante come avrebbe dovuto credo risieda in larga parte in un errore di enorme portata commesso agli inizi, quando la Filosofia era ancora quella ante litteram, ed etichettata fino a noi come religione. Quando l’affermarsi della razionalità ha cominciato a creare degli evidenti problemi di inadeguatezza di senso, la soluzione compensatoria, per così dire è stata individuata da quella Filosofia ante litteram, da quel pensiero ancora rozzo, nell’introduzione di elementi compensatori fantastici, come può essere la divinità, la l’anima, l’oltretomba e così via. Queste soluzioni ci hanno consentito di rimanere fermi sulla nostra singolarità, sulla nostra individualità, le cui manchevolezze rinvenute in un primo momento sono state in qualche modo compensate con l’idea che dopo la morte si continua a vivere da qualche altra parte, che si viene ricompensati o puniti a seconda che si è capaci o meno di tener conto degli altri, ed altre cose di questo genere.
Il primitivo e rozzo pensiero degli inizi non poteva certo comprendere che la nostra immortalità già ce l’abbiamo, perché, come dice Morin non è ragionevole disgiungere, separare, le nostre vite da quelle degli altri, e soprattutto da quelle dei nostri figli e nipoti. Emotivamente non è quello che accade. Da questo punto di vista i  figli continuano la storia conoscitiva dei loro genitori, ed è solo la conoscenza razionale che si resetta di volta in volta, ricominciando ogni volta daccapo come sistema biologico. Ma  anche, su questo fronte, la conoscenza continua con i sistemi di archiviazione di massa consentiti dalla cultura.

E se la religione ha commesso i primi gravi errori di cui scontiamo ancora le conseguenze, la Filosofia dopo e in tempi ancora più recenti la scienza ha continuato per altri versi a  perpetuarlo. Questa,  infatti, ha si provveduto ad eliminare gran parte degli elementi fantastici introdotti a suo tempo (anche se con scarsi successi per quanto riguarda il pensiero popolare) ma ha pur sempre tenuto ferma l’interpretazione che siamo e non possiamo fare a meno di essere delle singolarità: delle unità auto poietiche di 2° ordine. Questo che è il vero peccato originale intuito dalla religione ebreo-cristiana si è così trasmesso fino a noi inserito nella convinzione che, grazie alla tecnologia consentita dalla scienza, ognuno può costruirsi la sua personale “piccola eternità”, consistente in un lasso di tempo certo, sicuro e piacevole (una convinzione che attecchisce almeno finché si è giovani e ancora non si vede il traguardo della vecchiaia).

L’unico modo per sbarazzarci di questo “peccato” e riuscire a costruire un mondo vivibile, sereno, giusto, amorevole, gioioso e finalmente  felice è convincerci che il pensiero, la razionalità deve lavorare, sul fronte filosofico, non più su una individualità bensì su una dividualità, che in sostanza significa sommare in maniera complementare due obiettivi, quali quello della permanenza dell’individuo di 2° debitamente e progressivamente  modificato per renderlo idoneo alla costruzione di quello di 3° ordine. Se si vuole davvero intraprendere una svolta rivoluzionaria, pensare l’essere auto poietico di 3° ordine è l’unica opportunità e speranza che abbiamo.


Domenico Pimpinella

 

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