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di Domenico Pimpinellaindice articoli

 

Male, bene, felicità.   Dicembre 2009

 

L’articolo precedente, intitolato Filosofia, religione, scienza è stato chiuso riepilogando come la primitiva razionalità, di fronte alla certezza della nostra finitezza spaziale e temporale, che deve averci provocato un certo sconcerto e timore, abbia poi cercato di correre ai ripari per renderla più digeribile. In parte c’è riuscita mettendo in atto due distinte manovre attuate in tempi diversi. In primis, quella religiosa che ha introdotto a fianco della materialità elementi irriducibili ed eterni, quali l’anima e il  “mondo ultraterreno”, facendo così in modo che la morte da certezza diventasse apparenza. In tempi più recenti, invece, con il sopravvenire della conoscenza scientifico-tecnologica ed il grande potere che ne abbiamo derivato, ha puntato maggiormente sull’”idea” che una “piccola immortalità dorata” poteva essere realizzata anche su questa terra, allontanando il più possibile la morte nell’età avanzata e riempiendo la vita, per quanto possibile, di agi e piaceri. Una manovra, quest’ultima, che significa possibilità di mantenere la propria omeostasi senza rischiare troppo, trasformando opportunamente l’ambiente per adeguarlo alle nostre necessità invece del contrario come accade per gli altri esseri viventi. Oltretutto, queste due manovre possono essere sommate tra loro, per dare corso a quello che si potrebbe definire:  “l’uomo religioso-scientifico”: attento a vivere “bene” la vita terrena ed eventualmente anche l’altra. Un escamotage, quest’ultimo, della razionalità più recente che però più che farci avvicinare alla felicità (intesa come migliore condizione possibile), che è il vero obiettivo a cui dovremmo tendere, può illuderci e anestetizzare per l’intera vita portandoci di fatto a costruire un mondo di relazioni ipocrite e quindi di grandissime solitudini.
Per un uomo, che ancora oggi si trova nel “peccato originale”, definibile più modernamente come “l’errore originario” della razionalità  per aver identificato l’individualità (il sé)  nel solo aspetto soggettivo, il bene non può che essere assimilato quasi esclusivamente alla possibilità di ottimizzare la probabilità di tenerci in vita in un fortilizio sicuro e privilegiato. Ma è davvero questo il bene? E’ davvero bene darsi prigionieri della soggettività, (che possiamo più chiaramente considerare come il  “progetto realizzato” dell’essere autopoietico di secondo ordine) e “dimenticarci” che è in atto (emotivamente) anche la realizzazione di quell’essere autopoietico di terzo ordine, che è la società? Se muoviamo il pensiero dal “paradigma sperimentale” che abbiamo fondato sull’assioma di un’individualità naturale ambivalente, costituita tanto da soggettività quanto da socialità, non possiamo fare a meno di considerare necessaria per la nostra stabilizzazione la realizzazione di un aspetto sociale interno, in mancanza del quale non si può raggiungere la condizione migliore. Con un  progetto monco  che ci spinge a curarci solo di ciò che già siamo e non di quello che dovremmo essere in futuro anche come sistema, il bene si trasforma inevitabilmente in male: nel male peggiore. Seguendo un progetto rimaneggiato, che in pratica equivale a realizzare una messe di desideri sconnessi tra loro, è più facile che si giunga nel posto sbagliato, piuttosto che in quello migliore. Viene in tal modo quasi sempre annullata la possibilità reale di raggiungere la felicità, perché l’unico senso che potrebbe soddisfarci davvero viene oscurato, messo da parte da un eccesso di soggettività. Non si può realizzare la possibilità di essere felici, solo riempiendo le nostre esistenze di ricchezze e piaceri, perché in questo modo viene a mancare quell’ingrediente fondamentale che è la gioia. Oggi si pensa di poter fare a meno della gioia, ritenendola superflua, intercambiabile con il piacere. Ma non è assolutamente così. Piacere e gioia sono indicatori di differenti trasformazioni interiori. La gioia può essere definita come quello strumento emotivo in grado di “misurare” l’equilibrio tra la componente soggettiva e quella sociale dell’individuo. Dove invece il piacere, o anche il suo contrario la sofferenza, “misurano” le variazioni positive e negative di un solo aspetto: della soggettività come della socialità. Per fare degli esempi concreti proviamo a pensare al piacere derivante dall’assunzione di cibo: è l’indicatore di una variazione positiva del nostro aspetto soggettivo che ci dice che stiamo assicurando al sistema autopoietico di secondo ordine (che noi tutti già siamo) i mezzi necessari per il fabbisogno di energia necessaria per la propria omeostasi. Analogamente un dolore fisico, una sofferenza ci dice che sta accadendo qualcosa che mette in pericolo l’integrità della stessa struttura autopoietica.
Per quanto riguarda il piacere legato alla sessualità, appare chiaro, invece, che si tratta di una sensazione legata ad una variazione di quel sistema sociale minimo che chiamiamo coppia.  Il piacere derivante dall’utilizzo della sessualità ci indica che in quel modo stiamo provvedendo per superare quei limiti temporali dai quali saremmo intrappolati in quanto esseri singoli. La sessualità crea quel sistema minimo capace di far proseguire la nostra singolarità oltre i confini posti dalla morte. E’ la sola possibilità che abbiamo per superare la morte (altro che mondo ultraterreno!), facendo ereditare alla prole la nostra stessa architettura neurale, capace immediatamente (con l’istinto) di operare per i bisogni più elementari e di ricominciare daccapo (come un computer resettato) per quanto riguarda la conoscenza razionale, che pure siamo in grado di trasmettere indirettamente,  utilizzando supporti culturali esterni.  La sessualità non solo è in grado di farci superare le barriere del tempo, ma può anche intervenire su quelle spaziali, laddove è capace di costituire altri legami con i nostri simili, come ad esempio la famiglia: un’unione forte tra esseri consanguinei di secondo ordine. Purtroppo però, abituati come siamo a elaborare i nostri teoremi in un paradigma dove l’individualità è la conoscenza sono considerate monolitiche, arriviamo ad utilizzare consapevolmente la sessualità anche con intenzioni spesso differenti: rimanendo cioè concettualmente “separati” dall’altro e utilizzando il meccanismo per mettere al mondo dei figli, considerati spesso “altro da noi”; o spremerne quei piaceri di cui siamo convinti abbiamo necessità per condire e colorare la nostra esistenza, anche senza l’apporto, come si diceva,  della gioia.
Quando accade ciò (fenomeno tutt’altro che raro) è soddisfatta solo parzialmente la nostra conoscenza emotiva, poiché non si instaura di fatto un equilibrio tra l’aspetto soggettivo e quello sociale. E ignorando questo equilibrio, il piacere può diventare davvero pericoloso perché in grado di attirarci in situazioni estremamente drammatiche. Fare l’amore restando razionalmente separati dall’altro, anche se emotivamente coinvolti, significa, dunque, produrre piacere ma non la gioia. Significa rimanere imprigionati nell’essere autopoietico di secondo ordine, operare per fossilizzarlo, senza fare assolutamente niente per trascenderlo in quello di ordine superiore. Questo non significa, tuttavia, che non si possa utilizzare la sessualità per degli amplessi al solo scopo di ricavarne piacere: basterebbe scindere consapevolmente l’utilizzo ludico della sessualità, come ulteriore possibilità serendipica, possibile senz’altro in una società dove è possibile l’uso dei contraccettivi.
Questo genere di riflessioni possono essere elaborate solo in un nuovo paradigma dove tanto l’individualità che la conoscenza sono considerate come sintesi di aspetti più specifici. Solo in questo modo è possibile comprendere che il bene, il piacere, la felicità non possono rimanere legati alla variazione esclusiva di soggettività. Ma che occorre riuscire a “vedere” razionalmente anche il suo aspetto complementare: la socialità, che oggi può diventare una realtà evidente solo per chi si impegnerà seriamente a darle la necessaria considerazione e a farla evolvere.
Specifichiamo, quindi, che attualmente il bene viene legato erroneamente alle sole risorse predisposte per aumentare le probabilità di mantenersi  in vita, al potere disponibile per riuscirvi, ai piaceri che si possono inanellare uno dietro l’altro e che possono riuscire effettivamente a  nasconderci, attraverso un continuo stordimento, lo stato effettivo di un nostro reale squilibrio interiore. Nei momenti in cui lo squilibrio, la solitudine, il non-senso riescono ad emergere sono guai grossi.
E’ per questo motivo che la rincorsa al consumismo più sfrenato non prevede soste. Perché è l’unico modo per stordirci in maniera continuativa e non essere mai presenti all’ascolto della coscienza emotiva che continua ad ammonirci della pazzia che stiamo perseguendo. Un’individualità oramai trasformata dappertutto in individualismo trova nelle falsità della religione o nelle pieghe di una scienza male utilizzata, i mezzi per assecondare le proprie paure e non soccombervi, ma non per redimersi. Un’individualità più naturale, composta da una saggia sintesi di soggettività e socialità autentica potrebbe sicuramente fare a meno di qualsiasi religione e utilizzare la scienza per compattarci liberamente ed armonicamente in una nuova unità superiore. La sola possibilità reale che ci metterebbe nelle condizione di liberare il nostro amore: quella forza coesiva già ampiamente agente a livello emotivo che ci spinge, nonostante tutto, a perseguire la felicità, quale migliore condizione possibile.
Continuare ad aver una cura esclusiva di se stessi per mantenere in vita l’essere autopoietico di secondo ordine che noi tutti già siamo è senza dubbio fondamentale e non derogabile, però non dovrebbe esservi analogamente alcun dubbio che tale operazione andrebbe attuata con lo sguardo puntato sull’obiettivo parallelo di una società che ha bisogno di intensificare e stabilizzare i legami di solidarietà e scambio reciproco tra i suoi membri. E’ solo così, tenendo a mente questo duplice obiettivo che è possibile realizzare il vero bene; che potremmo caratterizzarci come forti personalità in grado di ridurre al minimo possibile la nostra soggettività che in questa maniera riuscirebbe ad aprirsi al migliore dialogo e alla massima socialità. E’ il modo serio per rimettere in sincronia gli strumenti fondamentali dell’emotività capaci di rilevare il piacere e la gioia.
Se fino ad oggi si è percorsa un’altra strada, un’altra storia, il motivo va indicato in due fattori che ritroviamo quasi sempre associati: l’ignoranza e la paura. Blocchi che possono essere superati solo andando oltre l’originaria visione che ci ha messo davanti un mondo frazionato, necessario alla razionalità perché potesse articolare prospettive future e cogliere quelle azioni necessarie per realizzarle. Un mondo frazionato per la razionalità, anche se non per l’emotività già operante in un universo coeso. E’ stato su questo mondo frazionato che abbiamo fondato razionalmente l’interpretazione della vita come perenne competizione fra individui, dove i sentimenti e le emozioni aggreganti sono entrate più come anomalie che altro. Ci ritroviamo così oggi in una società estremamente competitiva, che ci induce ad incrementare la soggettività piuttosto che il suo aspetto complementare: costringendoci all’egoismo a  scapito della socialità autentica. Non meravigliamoci, dunque, se la società non riesce ad essere altro che un mero aggregato di individui tesi a costruirsi il proprio recinto distinto da quelli degli altri e che la parola amore assume determinati valori e non altri. Un individuo che di fatto vive come se concepisse se stesso alla stregua di una monade, non riuscirà mai, come si dovrebbe, a costruire solidi e “desiderabili” legami. Una concezione della vita che porta gli individui più furbi a sviluppare la propria esistenza per approdare ad una personalità sostanzialmente chiusa, gretta, difensiva ma senza minimamente darlo a vedere agli altri. Anzi, cercando di apparire proprio l’esatto contrario di quello che sono. Si prendano, ad esempio, le cronache degli ultimi tempi dove vari politici esprimono palesi contraddizioni  tra quello che dicono e quello che fanno. Ce ne sono tanti che si professano credenti praticanti e intanto vivono una vita dissoluta e consumistica. Bisogna credere alle loro parole o ai loro fatti? Mi sembra evidente che dovremmo credere ai fatti. Una religione come quella cristiana, sostiene per bocca addirittura dello stesso Gesù che “ è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli.” Allora perché dovremmo credere ai propositi di socialità ed amore di politici che palesemente accumulano denaro senza porsi limitazioni di sorta? E’ evidente che costoro pensano di poter cogliere, con la nostra complicità, ignara o palese che sia, due piccioni con una fava: assicurarsi una lunga e agiata vita su questa terra e non escludere anche la possibilità di vivere allo stesso modo una eventuale seconda vita spirituale. La mancata indignazione della gente ci fa capire che queste soluzioni sono comprensibili e condivisibili. Chi non vorrebbe passare una vita da ricco e agiato signore per poi ritrovare lo stesso status in Paradiso?
Attratti da un simile miraggio finiamo però per rimanere intrappolati nell’incompletezza esistenziale che ci condiziona negativamente. Solo se riusciamo a comprendere che il nostro bene e la felicità dipendono dal tipo di individuo che sappiamo realizzare è possibile avviare una sperimentazione attraverso cui istruirci per mutare personalità pur restando noi stessi. Una sperimentazione su larga scala che ci permetterebbe di incontrarci, parlarci, impegnarci con lo scopo di aprire porte e finestre sulla nostra individualità (magari richiudibili al momento opportuno)  per vivere in maniera briosa e gioiosa e non con l’ossessione della paura.


Domenico Pimpinella


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