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Il piacerePregiudizi sul Sesso

di Davide Ragozzini   indice articoli

 

Il piacere

Novembre 2012

 

La materia organica esiste solamente perché è stata in grado di sviluppare la capacità di “godere” attraverso tutti gli stimoli e soluzioni che ha trovato per garantire la riproduzione di se stessa.

Quindi il nostro “essere” è all’interno di un organismo creato per godere. In tutti i sensi, e per tutti i sensi intendo proprio tutti i sensi compreso il sesto.

Godiamo con la vista, il tatto, il gusto, l’olfatto, l’udito e con quella facoltà mentale che ci permette di immaginare, sognare e creare le realtà di cui più ne sentiamo l’appartenenza.

Se la prima cosa che vi viene in mente dalle mie parole è che per ogni minuto di piacere corrispondono almeno dieci minuti di sofferenza, beh, chiudete questo libro e dirottatevi su letture e saggi che insegnano l’autostima e l’amor proprio. Se soffriamo, noi stessi ne siamo la causa. E non avete idea di come questa equazione possa essere applicata e dimostrata in una moltitudine di casistiche le quali, a causa del nostro indottrinamento, siamo convinti che dipendano da fattori esterni.

Il piacere è lo scopo della vita. Il nostro cuore batte e irrora sangue in tutto l’organismo affinché esso possa vivere e provare piacere. Se non vi ho ancora convinto ci provo per l’ultima volta ricordandovi che la procreazione avviene attraverso il piacere. Nel momento in cui creiamo la vita, proviamo piacere.

Può essere più chiaro un concetto?

Non ho trovato una definizione di “piacere” che si avvicinasse il più possibile all’idea che mi sono fatto io attraverso i miei studi e le mie esperienze.

Epicuro (filosofo dell’età ellenistica -  341-271 a.c. ) definiva il piacere come assenza di dolore che caratterizza la condizione di chi gode di una buona condizione di salute fisica e psichica. Il dolore, invece, sia fisico sia psichico, é turbamento di questa condizione naturale.

Questo è l'eudemonismo: una ricerca del piacere tramite il calcolo della ragione al fine di controllare e programmare le nostre azoni per non rischiare di incorrere in controindicazioni. Una sorta di appianamento dell’oscillare tra il piacere e il dolore.

Epicuro distinse: i piaceri in tre gruppi:

  1. PIACERI NATURALI E NECESSARI: sono strettamente legati alla conservazione della vita dell'individuo, essi sono gli unici che veramente giovano sottraendo il dolore del corpo (mangiare, bere, dormire, scaldarsi). Questi piaceri vanno sempre e comunque soddisfatti per l'eliminazione del dolore intesa come sopravvivenza.

  2. PIACERI NATURALI MA NON NECESSARI:  tutti quei desideri e piaceri che sono variazioni superflue dei piaceri del primo gruppo: mangiare troppo, bere bevande raffinate. Questi piaceri non sottraggono il dolore corporeo, e se non si conosce la capacità di gestirli,  possono provocare un notevole danno.

  3. PIACERI NON NATURALI E NON NECESSARI: nati cioè dalle vani opinioni degli uomini, sono tutti desideri legati al desiderio di ricchezza, potenza e onore.

Epicuro, come abbiamo accennato, aveva del piacere una visione edonistica ma vi vedeva anche una fonte di un possibile male se associata all’incapacità di gestirlo.

Io trovo estremamente interessante questo concetto che mi ha spinto a stabilire che esistono falsi bisogni e falsi piaceri. Cosa significa?

Uno dei risultati di una serie di convinzioni sbagliate che ci arrivano dall’educazione e dall’ ambiente in cui viviamo, che operano su di noi un vero e proprio lavaggio del cervello, aiutati da noi stessi che lo permettiamo, sono la creazione di desideri e bisogni che crediamo abbiano un’importanza primaria.

Di conseguenza nella tensione che mettiamo per soddisfarli cerchiamo un piacere che, attraverso un’analisi approfondita, sincera ed soggettiva, risulta falso.

Epicuro infatti sosteneva che il piacere non si può accrescere, a suo avviso, oltre un certo limite, e quando lo facciamo accresciamo qualcosa che non è il “Piacere” ma una sua immagine distorta, un’illusione.

Proseguendo verso questa strada, diceva, creiamo le condizioni dalle quali scaturisce il male.

Anche per Epicuro, come già per Aristotele, il modello ultimo della vita filosofica è la vita divina, concetto questo che diventerà la base delle moderne filosofie esoteriche. Ma nella sua filosofia c’era un intrinseco messaggio di autocontrollo per limitare la ricerca del piacere, appunto, alla sola assenza di dolore, invece di cercare di evolvere in esseri in grado di capire davvero fino in fondo la vera radice naturale del piacere e le basi di crescita sulle quali deve poggiare.

Nei tre gruppi da lui distinti, sembra non esserci lo spazio per inserire il piacere sessuale. Questo può essere spiegato con la sua idea che il massimo piacere è l’assenza del dolore, quindi un piacere grande come quello derivato dall’eros, viene valutato un “accrescimento” del piacere stesso considerandolo, quindi, pericoloso (il male).

Secondo la mia opinione, questa potrebbe essere considerata la prova che il piacere sessuale è qualcosa di molto grande, apparentemente incontrollabile.

Perché già ai suoi tempi, (Epicuro visse quasi duemilacinquecento anni fa) si potevano vedere le conseguenze di un’inappropriata gestione dell’energia sessuale. Quindi per gli uomini di quel tempo, che influenzarono moltissime successive correnti di pensiero, l’unica soluzione era di tentare di sedare certi desideri.

Non mi sembra un gran risultato limitare le possibilità umane piuttosto che imparare a gestirle. Ma questo era un pensiero di allora, tuttavia oggi non siamo ancora evoluti in questo senso, abbiamo solo, a mio avviso, cercato di adattarci alle conseguenze, che arrivano ad una scarsa consapevolezza di noi stessi, accettando il fatto che siamo in un certo modo e che più di tanto non si può fare. Accettando quindi l’infelicità che ne deriva, pur continuando a lamentarci, e accettando un sistema che impone desideri falsi, limitando o ignorando quelli veri.

Aristippo di Cirene (435 a.C. - 366 a.C.) fondatore della scuola cirenaica intende l’edonismo come una dottrina che indica nel piacere il fine della vita umana in quanto un bene che l'uomo può godere momento per momento. Lo definisce un “fine primario dell’esistenza”.

Aristippo visse prima di Epicuro. Questo dato è interessante. Nella sua filosofia del piacere sembra emergere un carattere più moderno.

Il piacere era visto e promosso come un bene naturale senza considerare aspetti che potevano indurre a valutarlo anche in modo negativo. È naturale che questo pensiero esisteva prima dell’altro, perché se è stato come credo, un primo approccio intellettuale al concetto del piacere, inserito in un contesto psicologico dove il pensiero umano era ancora ben lontano dall’essere maturo, sulla base di profonde conoscenze su noi stessi, deve aver creato una sorta di libertinismo che si traduceva in gesti basati sull’incapacità di gestirli.

Quindi il movimento successivo, l’epicureismo, ha dovuto far fronte alle problematiche che emergevano da tali comportamenti, cercando di capirli e di porvi rimedio.

Ricordiamoci che in quei secoli si gettavano le basi della moderna civiltà occidentale, infatti si può tracciare, schematicamente, il percorso del concetto di piacere:

  1. concettualizazione del piacere e il suo collegamento alla vita

  2. presa di coscienza delle possibili controindicazioni, volte a creare dolore (da qui, nell’incapacità di intravedere una possibilità di gestione, gli epicurei promossero la condizione di assenza di dolore a cui si arrivava limitando e controllando il piacere)

  3. tentativo di indottrinare un pensiero volto alla rinuncia del piacere (di cui la Chiesa ne fu grande protagonista)

  4. accettazione dei limiti e degli scarsi mezzi (caos) per gestire una tra le più potenti energie universali vivendo nell’illusione di falsi bisogni e falsi piaceri.

  5. una nuova tendenza a riconoscere in noi il piacere come fine ultimo della vita e tentativo di radicarlo in una completa consapevolezza di desideri reali basati sulla profonda conoscenza di noi stessi. (alla quale questo libro vuole dare un contributo).

Quindi, concludendo questa introduzione filosofica possiamo affermare che il piacere è lo scopo della vita. Tutto porta a questa conclusione. Il dolore o l’assenza di piacere, che in determinati casi può essere tradotto come dolore, sono le condizioni da limitare attraverso azioni ma più di tutto attraverso un’evoluzione interiore che ha la conseguenza di portare l’individuo ad uno stadio dove i comportamenti sono essenziali in una visione più spirituale.

Nutrirsi, dormire, ma non solo, la natura, l’amicizia, le relazioni e fare l’amore sono gli elementi dai quali traiamo piacere e verso i quali comunque da sempre tendiamo. Tra questi il sesso è il più potente e il più sublime che innalza da solo il concetto di vita fino ad arrivare alla divinità.

Attraverso di esso e con esso, faremo una grande evoluzione. Tutti gli altri elementi sono funzionali al sesso. Se non mangio muoio, se muoio non amo, se non amo non faccio l’amore, se non faccio l’amore non provo piacere. Ma il piacere a sua volta è la conseguenza dell’amore. Non esiste piacere più intenso che quello creato dall’amore. Attraverso il piacere noi sperimentiamo l’amore. Si può ancora dire che il piacere è lo strumento terreno attraverso il quale l’amore si manifesta. Anche in termini puramente sessuali, il piacere più intenso è dato dal contatto tra due esseri che si amano nell’attrazione più potente. Capite come un’energia così potente abbia bisogno di essere gestita?

Ora, nella ripartizione di  Epicuro, tra i bisogni primari non lo troviamo annoverato. Vi chiederete: ma se è così importante come mai non lo troviamo elencato tra i primari? Perché secondo lui quelli consentono la sopravvivenza (assenza di dolore), ma non è il nostro scopo, è una tappa. È ovvio che è la base dalla quale partire, ma non può essere tutto lì, se abbiamo i sensi e tutto un corpo che altro non è che uno strumento di piacere. Gli animali si nutrono, noi godiamo del piacere della tavola, gli animali sentono i rumori e attraverso di essi il pericolo o l’avvicinarsi del cibo, noi ascoltiamo musica e la voce del nostro partner che gode. Ci godiamo la vista di un panorama o il fondoschiena del nostro partner. Ci inebriamo dei profumi, ci sciogliamo in un contatto. Ma non solo, siamo in grado di immaginare ciò che è meglio per noi e un mondo migliore.

Quindi quando provate piacere state vivendo nel concetto più elevato che il verbo vivere consente.

Il nostro corpo è uno strumento e come tale ha bisogno di essere conosciuto prima da noi stessi per poter capire come e dove preferisce essere stimolato nella ricerca del piacere massimo che può provare. E se non esiste un piacere massimo in senso assoluto, bisogna conoscere tutte le varianti che di volta in volta preferiamo.

Da un punto di vista sessuale, il piacere non è l’orgasmo. Il prossimo capitolo è interamente dedicato ad esso.

Il piacere, nel sesso, è la strada che conduce all’orgasmo.

L’autoerotismo è la strada più breve e più efficace per arrivare a tale conoscenza. Una volta che siamo entrati in confidenza con il nostro corpo, siamo pronti per sperimentare lo scambio nel quale dobbiamo capire come funziona il corpo del partner ed indicargli la strada per stimolare al meglio il nostro.

L’apice del piacere sessuale arriva dalla penetrazione, che ne è il culmine perché rappresenta la vera unione nel quale le energie si fondono. Nelle esperienze che facciamo sin da giovani, nella ricerca di un partner, è proprio il piacere che ci fa da guida indicandoci la strada per giungere all’unione completa perché se nel nostro cammino, incontriamo un muro di dolore, o come sosteneva Epicuro un vuoto di piacere, dobbiamo variare di qualche grado la nostra ricerca e a volte può essere necessaria un’inversione a “U”.

Da questo punto di vista, ancora una volta, il piacere si trasforma in uno strumento attraverso il quale possiamo iniziare o proseguire una ricerca delle cose che già ci appartengono, e non solo nel sesso. Ma se è vero che ci appartengono già, non è detto che ne siamo perfettamente consapevoli. Millenni di schiavitù hanno inibito quel sottile contatto con il nostro essere più profondo nel quale sono conservate e custodite le cose che amiamo.

Nella stragrande maggioranza delle culture non esiste una disciplina che insegni ai giovani ad andare dentro di loro a cercarle, ma al contrario un potere sovrastante, crea strumenti con i quali, anche gli insegnamenti più onesti, allontanano dall’individualità e dal suo piacere, omologando e indottrinando a falsi piaceri che diventano strumenti per arricchire il potere stesso.

La vera rivoluzione passerà inevitabilmente attraverso un approccio soggettivo verso la ricerca del piacere, l’assoluta comprensione e accettazione di esso come uno dei doni più importanti che abbiamo, distruggendo così, finalmente, i sensi di colpa e le paure.

 

   Davide Ragozzini

 

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