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Discorsi intorno agli enigmi (della vita)

di Cristina Tarabella - Luglio 2009
Pagina 2/4 - Parte prima - Parte terza

PARTE SECONDA

 

Stavo avvicinandomi al compimento del mio diciottesimo anno di vita. Intanto, già da tempo, notavo nel mio corpo, notevoli e mirabili trasformazioni. Sentivo alitare da dentro il mio Essere incredibili fantasie…
Il torace mi si ricopriva di una fitta peluria bruna, che andava sempre più infoltendosi.
Le mie membra si ingrossavano dentro le vesti.
Istinti nuovi e richiami mai provati, sgorgavano dai miei desideri.
Spesso arrossivo, senza un motivo apparente e mi appartavo molto più volentieri di un tempo, per stare solo con me stesso, a fantasticare desuete situazioni…
Sapevo che per il compimento del diciottesimo anno della mia vita mi aspettava una grande cerimonia. Ma non sapevo affatto di cosa si trattasse.
Il Maestro, negli ultimi tempi, mi parlava di ‘possibili incontri con creature del sesso opposto al mio’…Diceva che forte è l’attrazione fra questi due Poli della Natura: l’Uomo e la Donna. Diceva che essi sono complementari l’Uno dell’Altra, e allo stesso tempo sono opposti nell’ambito naturale della Creazione…
Ed io non potevo far altro che provare una sbigottita e immensa meraviglia, di fronte a tutto ciò, anche perché, fino ad allora, avevo sempre vissuto a contatto con pochi compagni del mio stesso sesso e, sopra tutto, a strettissimo contatto con il mio Maestro…
Che novità, dunque, era mai quella?
Ma non osavo chiedere nulla.
Oltre a tutto, poi, non ero mai venuto in contatto con una donna!, così chiedevo febbrilmente e con ansia mal celata, come esse fossero: se differivano tanto da me; dal mio aspetto interiore; dai miei bisogni e volizioni; dalle mie abitudini…
L’unica donna, infatti, che avesse, sia pur fugacemente, attraversato la mia vita, era stata mia madre; la memoria della quale, però appariva immobile e diafana, nella compostezza della morte. Immagine di donna distesa fra drappi immacolati. Madre mia, ma silente e immemore presenza nell’incerta e tremolante luce di candelabri vaghi, che rilucevano sulla salma…
E quella fu l’unica volta che la vidi, mia madre. Infatti, ero stato affidato al maestro già molto prima che lei morisse, appena nato, si può dire. Per questo, necessariamente, non avevo il minimo ricordo, né di mia madre, né di nessun’altra donna.
E per questo ero in ansia, adesso.
Il mio Maestro cercò di creare un po’ di conforto.
“Skỳatos, ragazzo. Tu proverai sensazioni incredibili; bellissime; delle quali non riuscirai neppure ad esprimerne l’essenza, perché mancheranno le parole adatte, al tuo vocabolario; mancheranno termini di confronto…Tanto sublime sarà il Sentimento! Esso ti condurrà lontano, e coglierai, nell’Estasi, il Vero Senso della Vita: anche se solo per un attimo…”
Ero disorientato, ma sicuramente anche molto affascinato, da tutta questa enorme novità. Mi sembrava una favola bella e inquietante, e che, tutta via, non potesse riguardarmi…Tanto oscuro e lontano dal mio mondo era ciò che il Maestro andava narrandomi.

Venne il giorno del mio diciottesimo compleanno:
un’alba radiosa e piena di vita, mi trovò in preda alla più frenetica delle aspettative.
Attesi, tutta via.
Venne a prendermi nella mia stanza il Maestro. Mi stava vicino e mi sussurrava frasi rassicuranti, dicendo che non dovevo temere alcun ché. Avrei tanto voluto ubbidire le sue rassicuranti esortazioni, eppure, non ostante esse, lo sconforto mi stringeva le viscere e spandeva nel mio corpo vampate di un calore nefasto che giungeva ad infuocarmi il volto.
Fremevo come un bambino.

Cominciarono i preparativi.
Fui Portato nei Balnea (1) e spogliato completamente delle mie vesti.
Ristetti affatto nudo di fronte al Maestro, con un misto di pudore e vergogna…


Il Maestro sedeva immobile.
Adesso gli addetti si industriavano intorno al mio corpo ed egli li guardava senza novità: ormai aduso a questi preliminari.
Tanti giovani aveva portato lì!
Fui altresì travolto da imbarazzo indicibile quando gli addetti iniziarono a detergere le mie pudenda
Mentre la vastità di quei locali incombeva opprimente e immemore su di me…Mi sentivo mancare la forza nelle gambe, come se dovessi sorreggerlo io l’edificio, sulle mie spalle…
Tutta via, senza che mi venisse  minimamente risparmiato tutto quello sconforto, fui lavato accuratamente; acqua tiepida e profumi, raggiunsero ogni anfratto della mia pelle. Massaggiarono il mio corpo con unguenti balsamici, e sotto quelle mani esperte, le mie membra guizzavano e rilucevano: spropositatamente grandi…
Fino a quel momento, non avevo mai fatto caso con vera attenzione alla bellezza armonica del mio corpo. Gli esercizi ginnici cui il Maestro mi aveva sottoposto quotidianamente per tutti quegli anni, avevano sviluppato ogni sia pur piccolo muscolo, che, gentilmente, si era modellato e gradevolmente sviluppato…
Poi, dopo che mi ebbero vestito di una stupenda bianca tunica, il maestro congedò gli addetti e mi parlò.
“Skỳatos. Adesso rimarrai da solo e dovrai meditare lungamente sulla tua vita trascorsa.
Dopo ti sarà aperto l’accesso al Gineceo e ciò segnerà il tuo passaggio dallo stato di fanciullo, a quello di uomo.
Sarai tenuto a conoscere tutte le giovani donne che incontrerai e per sette giorni vivrai con loro…
A sera tornerai nella tua stanza, ma, nel frattempo, non dovrai cercarmi: dovrai altresì imparare ad agire con il tuo solo pensiero e con la tua responsabilità: non supportato dal mio appoggio…
Fra sette giorni, Skỳatos, ci ritroveremo qui.
Ave atque vale!(2)

Tutto successe così come aveva detto il Maestro. E dopo i primi momenti di disagio e imbarazzo, imparai a conoscere quelle creature, che sono in natura il Polo opposto al mio…

Cominciai ben presto a bearmi della loro compagnia; a sentire la mancanza della loro presenza durante le ore notturne, quando mi ritiravo in altri locali, solo nella mia stanza…Allora fantasticavo su quelle stupefacenti creature…Le immaginavo tra le mie braccia…le mie labbra sulla loro pelle di seta…
Ed ero trascinato dal  vortice di un calore intenso, che saliva dall’inguine…immagini straordinariamente audaci popolavano la mia mente…

Ne ero totalmente soggiogato!
Ma questa che sentivo, l’attrazione sfrontata e audace per queste creature, non osavo confessare.
Passavano le giornate; io con loro. I loro profumi mi inebriavano; la limpidezza delle loro membra faceva fremere il mio animo di sconcertato desiderio…se i veli delle loro vesti sfioravano una parte del mio corpo, lancinava da quel punto un brivido dolce e torturante, che mi scuoteva dal profondo…
Poco a poco, finii per prediligere la compagnia di un gruppo di loro sempre più ristretto. Le altre non si curarono più di me. Nel frattempo erano arrivati altri due giovani.
Venni a sapere che anche le fanciulle avevano avuto una cerimonia del Passaggio. Per loro, però, mi dissero, era variabile l’età in cui essa avveniva, e benché tutte concordassero sul fatto che coincideva con la loro maturazione fisica, non vollero mai dirmi cosa essa fosse.
Passavano le ore; e mentre prima, all’inizio, erano interminabili, adesso fluivano sempre più veloci verso la fine dei sette giorni…ma adesso, no!, non volevo che i sette giorni finissero! Quelle giornate erano state come il fiume che si avvicina alla cascata: da principio è lento e stanco, ma poi si fa sempre più impetuoso e inesorabile…così anche il mio tempo stava raggiungendo ormai la sua cascata, ed io non potevo fare nulla per fermarlo…Ero molto triste.
Un sentimento, per me affatto nuovo!, si affacciò al mio cuore: la rabbia di dover lasciare quelle creature; mi dilaniava la mente, le carni e l’anima…Non me ne facevo una ragione.
Sopra tutto mi disperavo enormemente all’idea di dover lasciare quella che per me era stata la prima amica; la più profondamente simile a me; colei che sentivo più vicina…
All’inizio, proprio lei mi aveva messo, più delle altre, a disagio: parlava spesso di cose molto profonde in modo talmente sicuro, che mai mi sarei azzardato – né io, né le altre! – a controbattere, o a mettere in dubbio ciò che diceva…
Era, nelle sue riflessioni, estremamente matura e decisa. All’inizio, dunque, mi sentii molto immaturo rispetto a lei, benché, per altro, in età la superassi di qualche anno…
E tutta via ben presto ci avvicinammo, scambiandoci lunghe ore di reciproche riflessioni: su di noi; sulla vita; su l’Universo tutto…
Mi inebriavo solo a sentire le sue parole: sincere, belle e rassicuranti; la sua voce, tenera e fresca, accresceva la gioia dell’ascolto…
Ma ora…
Disperazione!
Ora dovevo lasciare anche lei!

 

La cara Cleis, che le amiche chiamavano scherzosamente è philologhòs(3), non senza una punta
di gelosa convinzione…
Intanto io ero triste e anche assai turbato.
Soffrivo molto.
Mi domandai dove fosse la giustizia, in tutto questo che mi stava capitando; perché il Maestro mi stava sottoponendo a questo supplizio inutile…
Si sviluppò sempre più quel sentimento così anomalo per me e mai prima sperimentato: rabbia! Rabbia contro il mio Maestro! La mente si ritrasse inorridita…

Ero in questo stato d’animo quando, scaduti inderogabilmente i sette giorni, tornai nei Balnea ad aspettare il Maestro; così come era stato stabilito…
Lo vidi avanzare lento, con le membra ormai oberate dal suo tempo…
La pelle sembrava un vestito divenuto troppo largo, per quel corpo minuto, risucchiato dagli anni; e ricadeva in rughe pesanti e antiche…
Per contro pensai alle dolci e fresche membra delle mie giovani amiche: al corpo rugiadoso di Cleis: pelle trasparente come il miele ambrato…
Un empito di disgusto mi soffocò la gola: provai disprezzo per la vecchiaia di quell’uomo…

 

la vecchiaia, pensai, causa della corruzione di bellezza e freschezza…
Il maestro sicuramente già sapeva della mia rabbia, questo nuovo sentimento…perché sorrideva, ma senza ombra di scherno; se mai con inveterata comprensione…
“E dunque Skỳatos, cosa mi sai dire di te, adesso che hai compiuto questa esperienza?”
Non pensai neppure a quello che dissi, tanto la rabbia offuscava il mio raziocinio.
“Maestro, a che cosa è servito tutto questo se io non potrò più rivivere tale esperienza?”
Al mio esordio, forse atteso, forse no, il Maestro aggrottò la fronte in mille rughe infinite e mi ammonì.
“Ricorda bene ragazzo: chi risponde ad una domanda con un’altra domanda, dà semplicemente segno di grande confusione mentale e di profonda immaturità…Oppure di una grande rabbia che vorrebbe preludere ad uno scontro?...” Adesso sembrava prendersi gioco di me ed io arrossii, e non di vergogna, questa volta!; non abbassai il mio sguardo, tutta via; lo distolsi però dai suo occhi profondi e onniscienti, mentre le mascelle si serravano violentemente, mio malgrado.
Il mio Maestro mi irritava! Che assurdità convulsa! Non era mai successa una cosa del genere prima! Ma cosa mi era successo in quei sette giorni?
Cosa avevano fatto di me quelle creature? e al mio animo?, al mio cuore?...Adesso ero anche assai spaventato…
Il Maestro di tutto si avvide.
Io ero visibilmente confuso e riaffiorò veloce in me la timidezza del fanciullo…dimenticata in quei sette giorni…
Farfugliai stupito scuse banali, vacue all’ascolto di entrambi, ma il Maestro mi chetò che un tacito gesto della fronte.
Tacqui.
Mi invitò a sedermi.
Di nuovo pose la domanda, questa volta chiedendomi esplicitamente di porgere una risposta…
Io, però, non avevo affatto le idee chiare, così arrancai sull’argomentazione di una risposta che a me pareva un poco plausibile…
“Maestro. Sento che qualcosa in me è cambiato…”e arrossii nuovamente, perché di certo anche lui se ne era accorto, dato il mio inconsueto atteggiamento di poco prima! Allungai il collo per tirar fuori un altro fil di voce, ma non sapevo cosa lui volesse sentire…
“…Ho potuto confrontare nuovi modi di pensare…” E dissi ciò quasi in forma di domanda, come a chiedere se era ciò che volesse udire. Ma tacqui su tutte le emozioni che le fanciulle avevano suscitato in me; tacqui su Cleis…Eppure, in qualche modo, chi sa come!, sembrava che lui già sapesse, infatti mi sorprese molto ciò che disse.
“Non credo, Skỳatos, che tu riesca a celare ciò che vorresti!...Anche se con le parole non tradisci i tuoi segreti, si indovina da tutto te stesso, che mentre parli di arricchimento e di nuovi modi di pensiero, in realtà sono ben altre le cose che galoppano nella tua mente e nel tuo cuore…
Skỳatos, non mentire mai e sappi questo: un uomo, tutta la vita onesto, il quale alla fine dei suoi giorni dica anche una sola cosa falsa, se pur piccola e innocente, sarà detto mendace in assoluto…”
E tutta via io non volevo dirgli il mio segreto. Giacché l’unica consolazione che mi era rimasta, dopo l’addio a Cleis, era poterne accarezzare gelosamente almeno il ricordo: il suo profumo; le sue fresche membra…le vesti fruscianti…E non volevo condividere con nessuno l’intimità di quei momenti a me tanto cari…
Ma alla fine fui vinto dal bisogno di sfogare il mio rimpianto.
Fu così che raccontai tutto al Maestro, dipingendo con parole dorate il volto della fanciulla Cleis, tenera e irrinunciabile amica…
Lui sorrideva dolcemente.
“Skỳatos, la Natura è costituita da opposti che si toccano e si completano…Di poli negativi e positivi che si attraggono. Tutto in Lei è simbiosi e armonia. È l’Armonia, Skỳatos, l’Amore più alto. L’Amore è la Natura Generatrice…e noi ne possiamo fare parte…
Troppo spesso però, la stupidità insita nella schiatta umana, fa tralignare l’Uomo, che allora si perde inesorabilmente e per sempre…
Dopo, non c’è altro che la Morte ad attenderlo…
L’Armonia è il Tempo. L’Armonia è la Luce e l’Amore.
Tu sei puro, perché non hai avuto occasione di macchiare la tua anima. Anche Cleis è parimenti pura.
Tu e lei potrete vivere nella Luce ed amare nel Grembo della Natura…”
Io non comprendevo ancora bene tutte le parole che il Maestro diceva. La sua voce baluginava confusamente nel mio intelletto…Poi, all’improvviso, e per la prima volta nella vita, sentii il respiro della Natura alitare sul mio cuore.
Di nuovo, domande sensate affiorarono alle mie aride labbra.
“Maestro, cosa significa: gli opposti si toccano?, i poli positivi e negativi si attraggono?
Lui si abbandonò ad una posizione più comoda: segno che le sue risposte si sarebbero protratte a lungo…
Mi invitò a seguirlo con massima attenzione.
Lo fissai negli occhi, come ero solito fare con ogni mio interlocutore e solo ora ebbi di lui una rivelazione: anche il Maestro possedeva, nel fondo del suo sguardo, una luce calda e reale, riflesso certo di un’anima greve di sentimenti, paure, felicità…
Rimasi a contemplare la nuova realtà, giacente nel fondo del suo sguardo. Lui così mi rispose.
“Tanti sono gli estremi che si toccano: l’uomo e la donna; l’Uomo e la Natura; il corpo e la mente; la vita e la morte…
Ma ciò di cui questa volta ti parlerò sono i due estremi Uomo – Donna.
Sappi, Skỳatos, che uomo e donna sono entrambi frutto della Natura e da essa sono parimenti amati; così godono in egual misura dei diritti loro concessi dalla Grande Madre.
Blasfemia, ritenere l’uno diverso dall’altra!, poiché la Natura, che è sublime creatrice, ha generato la realtà infinitamente varia; e mai avrebbe plasmato un essere in tutto uguale ad un altro, perché, in quel caso, avrebbe prodotto la Stasi…
L’uomo e la donna, dunque, sono due frutti dissimili dello stesso ramo. Essi sono dotati di capacità stupende, come l’amore; la parola; il pensiero; il raziocinio e l’intelletto. Doni di cui gli altri Figli della Madre non abbondano, benché non ne siano del tutto privi…
Ma torniamo alla dissimilianza fra uomo e donna.
Innanzi tutto, Skỳatos, come visibilmente due pomi possono differire in forma e colore nella scorza che li riveste, così anche uomo e donna differiscono tra loro per il sembiante dei loro corpi.
Tu non hai ancora mai visto il corpo di una donna privo di vesti…pur tutta via, già nel vedere le fanciulle che hai incontrato, ti sarai accorto di qualche diversità, rispetto a te…
E quando avverrà, perché avverrà!, che tu veda il corpo di una donna privo di vesti, – miracolo assoluto dell’Armonica congiunzione dell’Equilibrio estetico della Natura! – ebbene, quando ciò avverrà, non stupirti per la diversità di ciò che non conosci, ma ammira quelle forme dinamicamente perfette, modellate dalla vigoria di un Canto Sublime, che è il Motore stesso della Madre…
In più ricorda. Anche la donna della quale ti sarà dato vedere le membra, e con la quale condividerai la conoscenza più straordinaria del reciproco ‘essere in Natura’, anche per lei sarà la prima volta di tale esperienza. E, come te, proverà alternanza fra imbarazzo e gioia, pudore e meraviglia…
E così, come diverso è il sapore di due frutti dello stesso tronco, anche l’animo dell’uomo è diverso da quello della donna…mirabile distinzione da un’omogeneità, che sarebbe unità senza movimento!…
E tutto questo, - prodotto straordinariamente perfetto! - non risponde a Leggi fisse, ma varia; muta infinitamente, donando ad ogni essere umano una specificità peculiare, pur mantenendo in lui le caratteristiche che lo accomunano alla sua razza di appartenenza; quella Umana. Così per ogni altro essere: animale o vegetale; mobile o immobile; tutto cambia; tutto è diverso. Non c’è qualcosa uguale…Tutto è straordinariamente cangiante e poliedrico, pure permanendo nelle caratteristiche paniche della sua classe…
…Non troverai mai un uomo, uguale ad un altro uomo: una donna uguale ad un’altra donna; un sasso; un fiore; una nuvola; una montagna… niente! Perché la Natura è Movimento infinito e vitale…”
Ascoltavo affascinato, sia le parole del maestro, sia i pensieri che mi nascevano nell’animo, suscitati da quelle parole; e mi portavano lontano…a toccare verità mai supposte; mondi mai conosciuti…
Il Maestro continuò.
“Per tutto quello che ti ho appena esposto, ti dico anche che Uomo e Donna sono due estremi che si toccano; perché, grazie all’Amore, possono coincidere e sviluppare la vita…
…Pur tutta via, queste, Skỳatos, sono soltanto parole; e le parole volano nel vento…
Ciò che conta, invece, è l’esperienza: unico e vero insegnamento nella nostra vita.”
Si era alzato ed io lo seguii meccanicamente, tanto ero avvinghiato e ghermito dalle sue parole. Mentre si dipingeva nel mio animo il sogno di quelle sublimi esperienze prospettatami dal Maestro…Si andava formando nel mio cuore una bellissima visione del futuro, la quale mi induceva a produrre pensieri sempre più straordinari e nuovi…
Mi riscosse la voce di lui, adesso divenuta formale e senza più ombra di un trasporto emotivo.
“Adesso, Skỳatos, sarai invitato a rimanere solo con te stesso, per altri sette giorni, durante i quali potrai capire con maggior esattezza la portata dei tuoi desideri…
Dopo questo periodo ci incontreremo di nuovo e mi darai informazione, riguardo le aspirazioni e le aspettative che nel frattempo avrai maturate…riguardo alle fanciulle…”
Si congedò da me, così, senza aggiungere altra parola.
Ed io rimasi solo.

Furono lunghe le ore durante le quali mi perdevo nel lento, lentissimo fluire del tempo…
Scivolai, poco a poco, senza rendermene effettivamente conto, ad accarezzare con nostalgico trasporto e rassegnata emozione, il ricordo di Cleis, sicuro che non l’avrei mai più rivista…
…La sua voce cristallina, come una fresca fonte montana, e, allo stesso tempo così calda e piena di pathos, che rapiva ogni ascolto…
…L’anima pura e sublime, che riluceva nel fondo di ogni suo sguardo…
Pensai che le mie emozioni fossero dettate esclusivamente dal fatto che io e Cleis avevamo condiviso una reciproca e totale comprensione di intenti e volizioni…Tutta via, più profondo e prepotentemente intenso, riecheggiava il sentimento che provavo per lei!...
Ma tutto sfuggiva alla mia comprensione. Come pesci tenaci che guizzano via dalla rete, così i miei pensieri, i miei ragionamenti, non rimanevano impigliati a sufficienza nelle maglie del raziocinio, affinché io ne deducessi la natura…
Percepivo, nel ricordo di Cleis, la perfezione armonica della Natura e sentivo che l’infinito Amore della Madre, generatrice di Frutti sublimi, si era incarnato nel corpo e nella mente di lei...
Cleis stessa era l’Amore; imponente e perfetta esternazione di un Progetto magnifico, messo in divenire dalla Madre…
Il desiderio di rivedere la fanciulla mi inteneriva a tal punto, che ero rapito da lunghi momenti di sogno; assoluti e privi di tempo, durante i quali non esisteva per me, né fame, né sete; né freddo, né sonno, ma solo il dolcissimo sguardo di lei, incorniciato nella bellezza più pura che avessi mai concepito…
Poi, all’improvviso, come folgore che guizzando avvampa un pezzo di cielo, la mia mente esplose in un boato di comprensione…
Tutto quello che stavo vivendo era l’Amore di cui tanto il Maestro mi aveva parlato…
Ero infinitamente felice e grato e non riuscivo a frenare il mio impeto nuovo; ma, ciò non ostante, dovetti aspettare ancora: che passassero quei sette giorni; prima di poter di nuovo incontrare il Maestro. Così era.
Durante il periodo della lunga attesa, così impervio adesso per me!, maturai, tutta via, il mio sentimento d’amore per Cleis, corredandolo di mille e mille sfumature, che non avrei mai potuto cogliere, né tanto meno scoprire, se avessi dato voce al sentimento primo, così come si era all’improvviso palesato: acerbo e solo abbozzato; ora capivo.
In oltre, durante quelle interminabili e mortali ore di attesa, feci anche un’altra sconcertante scoperta. Quanto sarebbe stato facile lasciarmi prendere dal pianto di una disperazione cieca, per non potere avere subito! Cleis: stringerla fra le mie braccia, sussurrarle dolci parole, inebriandomi, fino alla totale ubriachezza, del suo profumo!…
Il pianto, pensai. Che strana esternazione…
In una parte lontana di me, mi ripromisi di interrogare il Maestro sul reale significato e sulla funzione di questa reazione emotiva…
E intanto ero indotto sempre più a dare sfogo al liquido umore dei miei occhi…

Di nuovo mi trovai di fronte al Maestro, adesso con idee meno confuse e senza rabbia nel cuore.
Gli parlai di Cleis e del forte, struggente desiderio che avevo, di rivederla.
Il Maestro annuì.
Ci fu una pausa di silenzio, durante la quale riassumevo i miei propositi, e allora mi ricordai anche dell’altra cosa che volevo domandare.
Formulai la domanda in modo alquanto confuso però, poiché i miei pensieri erano ben lontani da quel luogo…
Il Maestro, tenace insegnante di vita, onnisciente conoscitore dell’umana interiorità, iniziò la sua spiegazione.
“Skỳatos. Mi chiedi del pianto. Ebbene, l’Uomo si è corredato di quella piccola sacca nella quale ammassa il liquido salmastro e chiaro che stilla e chiama lacrime, per una reale necessità…
Le lacrime, infatti, sono gocce di disperata commozione, prodotte dalla nostra anima, in quei momenti in cui la ratio e la parola non sono sufficienti a soccorrere una mente turbata…”
Gli dissi che a me il piangere sembrava un atto di debolezza, perché lo riallacciavo al pianto dei bambini più piccoli della nostra Comunità, i quali piangevano sempre per un nonnulla…
E lui così mi rispose.
“Atto di debolezza è tutto ciò che non si fa, per ignavia…
Il pianto, invece è un mezzo per esprimersi con se stessi e per comunicare alla propria interiorità quanto si è sconvolti da un Forte Sentire…Anche i piccoli piangono perché non hanno altri mezzi per esplicare un disagio. Un adulto invece, ha mezzi in più, pur tutta via, chi non piange mai è un vile e un codardo…
A tutti può capitare di trovarsi in un frangente di deficienza di mezzi adeguati per comprendere un gesto, un sentimento…allora le lacrime esprimono la nostra incompletezza, la nostra incapacità a raggiungere situazioni del corpo e dell’anima con le parole…
E comunque non bisogna nemmeno indulgere troppo in questa scappatoia per le nostre deficienze, perché allora il piangere alimenta se stesso e ci porta oltre la commozione. In questo modo, appunto si può cadere nel compiacimento vittimistico del proprio dolore e della propria frustrazione; e ciò diventa turpe e ignobile per l’Uomo.”
Non capii.
Ma la mia anima si era alfine riparata nel tenero abbraccio di Cleis, e già sentivo il suo tiepido respiro…
Si era fatto tardi.
Ci avviammo al Refettorio.

Avevo appreso da tempo, ormai, che la vita è un piccolo attimo e se non lo si coglie adeguatamente, sfugge subito, senza lasciare traccia…
Per questo non volevo sprecare momenti preziosi in un ozioso ristagno mentale. Così mi informavo avidamente dal maestro, quando mai avrei riveduto la mia adorata amica e cosa mi riservasse il futuro…
Ebbi dunque una notizia che mi fece trasalire di gioia e stupore insieme…
Da quel giorno stesso avrei potuto abitare insieme a Cleis in una casetta che ci offriva il Maestro, tra le ombre tranquille dei salici...nel piccolo e caro bosco che lo vedeva così spesso seduto a meditare… Ammesso, ovviamente che anche la fanciulla volesse ciò parimenti…
Tutto avveniva così, all’improvviso, dunque?
Mi annunciò il Maestro che comunque, in ogni caso, saremmo rimasti all’interno della Comunità e per un poco avremmo continuato a frequentare il Refettorio; per avere il tempo necessario ad abituarci alla nuova posizione nella vita. E niente sarebbe cambiato riguardo ai nostri doveri…
Pensai adesso a quelle coppie che vedevo qualche volta all’ora dei pasti: ma non erano solo coppie di un uomo e una donna mi sovvenne adesso; c’erano anche coppie di due uomini, o di due donne…
Lasciai andare quei pensieri…
Il Maestro continuava nelle spiegazioni e diceva che,
come Figli del Gruppo, saremmo rimasti sempre soggetti ai nostri Maestri…
Ma per me, in quel momento, sarebbe andata bene qualsiasi cosa, qualunque richiesta e per altro io non potevo nemmeno concepire un sistema di vita diverso da quello che avevo condotto fino ad allora, all’interno della Comunità…
Freneticamente rispondevo di sì con la testa, con la voce, con tutto il corpo…e ancora la mia anima correva da lei…
Purtroppo la mia impazienza non fu premiata…
Il Maestro doveva ancora dirmi tante e tante cose di cui io ignoravo del tutto e completamente l’esistenza…
Il Maestro mi parlò allora dell’atto per mezzo del quale si dà avvio ad una nuova vita dentro l’intimità di una donna…
Io, a tali inaspettate e stupefacenti rivelazioni, provai serio imbarazzo, pensando alle parti del corpo preposte a ciò…
E lui, scorgendo il mio rossore mi invitò a riflettere seriamente, annunciando altresì, che un moderato pudore è certo cosa giusta e necessaria nell’ambito del rispetto reciproco fra le persone, ma che è affatto fuori luogo arrossire per ciò di cui stava egli parlandomi. Non si può, né si deve, infatti, provare vergogna o imbarazzo, disse, di fronte alla Creazione di una nuova vita, né, tanto meno, di fronte all’atto sessuale guidato dall’Amore…
Perché se ciò avviene, se si prova vergogna per l’atto sessuale, allora, affermò, significa che quell’atto è vano e non è puro, perché non supportato dall’Amore…
Ed io ritenni di essere molto fortunato ad avere vicino il Maestro che mi guidava nel Giusto Cammino e pensai quanto dovesse essere difficile e doloroso non avere al proprio fianco una Guida…E benché il Maestro non avesse manipolato mai la mia mente, egli era irrinunciabilmente utile alla mia crescita interiore, così come un vento soave,ma tenace!, che spira sempre nella giusta direzione per rendere dritta la canna che si sviluppa dalla radice…
Con questi pensieri, mi avviai sul sentiero dal quale si vedevano le agavi in fiore, spuntare dal dirupo dello scoglio marino. Quelle agavi che fiorivano una sola volta nella loro vita e poi morivano…tacito memento della vita fugace, confinata e degradante in una parola antica: ‘minuntàdie(4)

Era un crepuscolo inverosimilmente limpido e l’aria palpitava ancora del calore pomeridiano.
Gli ultimi stridori di uccelli si allontanavano oltre l’orizzonte.
Si respirava ancora il sole, rimasto imprigionato nelle foglie e nell’erba: tutto promanava promesse felici…
Sentii il cuore gonfiarsi nel petto, pieno di commozione e gratitudine per il Tutto, mentre l’anima andava sublimando quel paesaggio in nitide immagini immortali…
Volevo solo ringraziare il mondo stupendo che mi circondava dandomi la vita. Ora sì, capivo da dove fosse germinato il mio Spirito: da tutto quello che vedevo e respiravo, armonia felice e fulgida assonanza di accordi taciti. Imperituro e potente Re, il Sole, che sempre tornava a dar vita alla Notte e a rinascere il Tutto…


E mentre stupito ed estasiato tentavo invano di trattenere il pianto, compresi anche la verità della vita stessa. Essa è l’armonico respiro dell’Universo…
Vacillai, come se un’onda violenta mi avesse gettato giù dallo scoglio e caddi.
Riverso fra l’erba; gli occhi sbarrati per lo choc di
tutto quel Sapere che la mia mente non riusciva a contenere…
Mi sentivo soffocare dalla rivelazione…
Tutti i miei sensi erano dolorosamente acutizzati e infinitamente recettivi…
Potevo sentire il suono degli insetti; il frusciare dell’erba; il moto delle nubi…il respiro stesso della Terra…
Tutto confluiva in me a fondersi con le mie membra e con il mio spirito. E nello spasimo infinito di contenere quell’insieme panico le mie carni e il mio cuore furono squassati dall’impossibilità di ricevere, essi di natura finita e formale, tutta la Verità Infinita dell’Universo, privo di forma, spazio, confini, materia…
La sensazione era senza fine ed io pensai di morire.
Adesso prendevo coscienza di me, come terra, come acqua, come albero, uccello…erba…
E la fonte di ogni mia esperienza, a conchiudere la mia pluriforme nascita, stava la Grande Madre: la Natura, l’Insieme del Tutto: visione panica e unità plurima…
Da dentro i miei sensi ascoltavo l’Essenza dell’Io primordiale; causa stessa del mio esistere…
Ristetti.
Percepivo il mio respiro che si fondeva con quello del mondo…
Ero pura felicità; avevo colto un attimo infinitesimale della sublimità cosmica…

Ciò che ora più desideravo, era raccontare al Maestro la mia magnifica e trascendente esperienza, ma…dove avrei potuto trovare le parole?
Tentai, tutta via, come meglio potevo…
Il Maestro si illuminò, al mio racconto, di una luce paterna che ravvivò il suo sguardo silente.
“Skỳatos, uomo ancora fanciullo!, tu hai l’animo puro di chi è giusto, per questo ti è stato dato vedere e cogliere un attimo, sia pure infinitesimale, della Verità…
Tu ami profondamente e l’Amore, Skỳatos, purifica lo spirito e ci avvicina alla Madre. Tu sai. E dunque non negare mai più, per il resto della tua esistenza, la realtà di questo mistico sentimento che a Lei ci lega…
Induci sempre gli altri a vivere in esso e con esso…
Noi siamo vivi, perché l’Armonia è intrisa nei nostri corpi; ha imbibito di sé ogni infinitesimale parte di noi; e tutti conserviamo nei nostri cuori, ma senza averne coscienza, la Verità. Essa è da noi misconosciuta, giacché assai difficilmente ci è dato soffermarci ad ascoltare il suo lieve palpito; troppo lontano, per orecchie profane…
Tu, invece, e come te, anche altri del nostro Gruppo, possiedi nell’animo la sensibilità e la recettibilità necessarie per cogliere il Canto del Mondo e del Proprio Io.”
Ciò detto sprofondò volutamente là dove lo portavano le sue stesse parole e, pago della contemplazione, ristette immobile a meditare…

Adesso vivevo con più ardore, perché avevo capito che ero una parte immancabile del Tutto, che era a sua volta, costituito anche! dalla mia essenzialità…

Quando rividi Cleis, dunque, la amavo con più profondo rispetto, perché adesso in lei, amavo anche me stesso e il Tutto
La ringrazia molto umilmente, giacché era sublime che esistesse e che accettasse di condividere la sua vita con me…
Cleis! Adorata Cleis!
Sorrideva di un sorriso che neppure il Maestro nella sua incommensurabile saggezza possedeva…
La sensibilità di Cleis per la vita, per il quotidiano e per l’Interiorità, era di gran lunga più profonda della mia; per questo capii che avrei imparato grandi verità dal suo cuore…

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