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Due forestieri alla fiera del libro
di Drazan Gunjaca

 

Alcuni giorni fa' si e' conclusa la fiera del libro a Pola. Una delle rare occasioni in cui questa addormentata citta' mediterranea in cerca di identita' si risveglia dal sonno invernale in cui tutti i giorni sono uguali uno all'altro. Anche le foschie sono come quelle di ieri…. Sempre uguali, pesanti e indifferenti si trascinano per le vie ed entrano nelle ossa dei passanti che rincorrendo la gioventu' perduta vanno da sportello a sportello nella speranza che lo Stato li ricordera' almeno in questo periodo natalizio concedendo loro qualche soldino in piu' sulla loro misera pensione. In quest'atmosfera si e' tenuta una grande (per le circostanze locali) fiera del libro che e' stata degnata della presenza di Umberto Eco. Purtroppo quel giorno quando Eco e' stato ospite alla fiera io, spinto da motivi di pura sussistenza, sono stato fuori Pola e non sono riuscito a rientrare in tempo per vedelo ed ascoltarlo. Una delle poche cose che avrei volentieri ricordato in quest'anno. Sebbene, anche essendo a Pola, difficilmente avrei avuto l'occasione di avvicinarlo, o addirittura di conoscerlo con tutte quelle persone piu' idoneee di me. Pero' mi discpiace lo stesso.
        Tuttavia, spinto dal senso di colpa, l'uomo spesso cerca di rimediare facendo qualcosa che sia simile a cio' che gli e' sfuggito. Cosi' anch'io ho deciso di seguire con attenzione altri eventi alla fiera. L'occasione ideale per rimediare e' stata la presentazione dell'antologia bilingue di poesia contemporanea italiana e croata «Versante solatio della terra», tradotta dal mio amico Srda Orbanic. La presentazione si e' tenuta sul palcoscenico della sala centrale della Casa dei difensori croati, ex circolo ufficiali dell'esercito austriaco, poi italiano e fino a qualche tempo fa anche quello jugoslavo. Gli eserciti vanno e vengono, i circoli restano. Anche la poesia, tutta stralunata in quel magnifico edificio militare in cui ancora si sente l'odore delle divise e dei saluti d'ordinanza. La presentazione e' iniziata con lunghe introduzioni di alcuni teorici che avevano un gran da dire sui problemi della traduzione letteraria. E nessuno ha chiesto niente al traduttore li' presente. Attorno a loro giornalisti seguivano con attenzione prendendo appunti. Ho pensato che e' un bene che esistano cattivo teorici e critici letterari ancora peggio perche' se non ci fossero loro, oggi saremo privati di alcune massime personalita' del mondo letterario. Io in verita' sono venuto ad ascoltare Luko Paljetak e alcuni altri poeti che dovevano declamare le loro poesie. E anche per Srda, chiaro.
        Mentre cercavo di svelare l'enigma della durata degli interventi introduttivi, pensando languidamente al cappucciono nel vicino bar, ho guardato quasi senza volerlo lo spazio sotto il palcoscenico, dove passavano senza fermarsi disinteressati i visitatori della fiera. Tuttavia un uomo stava fermo un paio di metri piu' in la', in disparte, e ascoltava attentamente cio' che avveniva sul palcoscenico, stringendo nella mano sinistra un piccolo libro. Perche' non sale su, se e' cosi' interessato all'argomento, pensai. Perche' non fa parte della alta cerchia raccoltasi per l'occasione, conclusi. Anch'io per l'occasione mi sonomesso l'abito nero e la cravata rossa, il classico «vestito da posa». Ma quell'uomo non apparteneva neanche a quel mondo sotto il palcoscenico. Portava un abito grigio liso, probabilmente a quadretti un tempo, cucito in qualche fabbrica dell'ex Jugoslavia. O siamo tutti noi sul palcoscenico che ci troviamo per puro caso alla fiera o quell'uomo laggiu', sussurrai al conoscente seduto vicino a me, che guardo' sbadatamente l'oggetto del mio interesse e con indifferenza torno' ai teorici che dopo on ora di elucobrazioni sono venuti alla saggia conclusione che non e' poi tanto facile tradurre poesia. Facevano prima a provare a tradurre un qualsiasi strofa per risparmiarci quei monologhi monotoni. Ma forse sarebbe stato anche peggio. Forse allora avendo esperienze in merito avrebbero avuto da dire anche altro. Spero di non essere presente quando succedera'.
        L'uomo stava ancora fermo sullo stesso posto, fisso sotto il manifesto da cui troneggiava Gunther Grass con la sua autobiografia. Gli occhi. Gli occhi dell'uomo sotto Gunther parevano sprofondate nel passato dello scrittore tedesco, quel passato da cui e' nato il bisogno di scrivere quell'autobiografia. Come se sapessero cio' che anche lo scrittore sapeva mentre la scriveva. Gli occhi non appartenevano al corpo di cui facevano parte, ne all'ambiente che scrutavano. Gli occhi che assorbivano ogni immagine, ogni suono, ogni parola… A quell'uomo non serviva nessun altro senso con qegli occhi. Ebbi la voglia di scendere e di chiedergli… Chiedergli cosa? Forse l'avrei messo in imbarazzo. Forse il mio avvicinarsi l'avrebbe costretto ad andarsene… Non ho sentito il poeta Luko Paljertak. E' gia' da un po' di tempo che non sto bene con i nervi. Purtroppo. Scesi dal palcoscenico, passai accanto all'uomo che non mi guardo' e me ne andai dalla fiera. Tra l'improbabile Luko Paljetak che finalmernte declama le sue poesie e il sicuro cappuccino caldo, scelsi il secondo. Al bar incontrai un amico giornalista e devo confessare che lui rappresenta un'eccezione in fatto di mie amicizie con i giornalisti.
        Dato che e' presente a tutti gli eventi culturali e ha un acuto spirito d'osservazione, gli chiesi di quell'uomo. Se forse lo aveva notato. Come no. Sapeva tutto di lui. Davvero?. In verita' sapeva poco, ma quanto bastava. Vabb', volevo sentire quel «quanto bastava», per cui lo spronai.
        L'uomo si chiama Muhamed. Eh, il nome la dice lunga, dissi scorbutico. L'amico giornalista mi disse di starre zitto e di lasciarlo finire, altrimenti avrebbe smesso di conversare con me. Chiusi la bocca. Quando ci vuole, ci vuole. Raramente, ma succede. Quindi, si chiama Muhamed. E?!?
        E, per quanto ne sapeva mio amico, e' dalla Bosnia. Qui prese una pausa densa di significati, cercando di farmi tentennare. Pero' ce la feci, la mia bocca resto' cucita. L'amico in questione e' tanto sfacciato da andarsene per davvero, per cui meglio non tentare la fortuna. E perche' e' importante il fatto che e' dalla Bosnia, si chiedeva a voce alta il mio amico. Perche' e' dalla Bosnia e non ad esempio dall'Austria o dall'Italia, da qualsiasi stato che ha la fortuna di non trovarsi nei Balcani. O perche' tu hai bevuto tre birre e adesso mi sfo…, non ce la feci piu'. Se non avesse fatto quelle lunghe pause, ce l'avrei fatta. Ma non sopporto i lunghi silenzi e per giunta il cappuccino lo bevo in fretta. Se avessi ordinato il cappuccio forse avrei saputo come era arrivato Muhamed alla fiera del libro.
        Dopo aver fatto alcuni giri in macchina per la circonvalazione, tornai allo stesso bar e avvicinai umile l'amico che vedendomi divento' solare per la soddisfazione. Quanto cretina sa essere la gente partendo da me stesso, pensai siedendomi accanto a lui e offrendogli una birra. Io ordinai il cappuccio. Per essere sicuro, no?
        Muhamed in Bosnia faceva il professore. Non ricordava cosa esattamente insegnava, ma credeva si trattase di etica, filosofia… Insomma, qualcosa che ora li e' sostituito da vari surrogati religiosi. Sicche' da queste parti la religione e l'etica non vanno a braccetto ma sono spesso in collisione, Muhamede rimase senza il posto di lavoro. E cosi' da professore divento' manovale edile con un lavoro precario a Pola. Per essere precisi, senza lavoro senza arte ne' parte, perche' due giorni prima lo ha preso la polizia in un cantiere e visto che non aveva il permesso di soggiorno e di lavoro gli ha intimato l'espulsione dalla Croazia. E come mai era ancora qui? Mio amico rise a squarciagola spiegandomi che Muhamed potrebbe rimanere anche per anni in Croazia a condizione che altretanto duri anche la fiera del libro. Non esiste la polizia a cui verrebbe in mente di cercarlo in quel posto.
        E cosa faceva alla fiera?. Dal primo mattino quando la fiera apre, Muhamed arriva e passa tutto il giorno nelle sale. Legge libri, ascolta le presentazioni dei nuovi libri. Sempre da sotto il palcoscenico, alcuni metre dai protagonisti e dai loro invitati. Nell'angolo, sotto il manifesto di Gunther Grass. Il mio amico diceva di avergli parlato quando alla fiera e' venuto Umberto Eco e di aver concluso che Muhamede sapeva di Eco molto di piu' di quelli che Eco l'avevano invitato. Purtroppo, ad alcuni il sapere e' d'aiuto, per altri e' uno svantaggio, constato'. E come mai gli hai parlato, chiesi. Perche' sapeva, se venivo alla fiera, che avrei subito notato Muhamed, mi disse sorridendo. Anche se, era convinto che non sarei venuto, ma gia' che c'era…
        E' finita la fiera del libro a Pola. Se ne sono andati sia Umberto Eco che Muhamed. Ognuno per la sua strada e nel suo paese. Il primo e' stato accompaganto da meritati plausi, il secondo e' stato accompagato dalla polizia al confine con la Bosnia. E cosi', ci fu una fiera del libro in una citta' dimenticata in un tempo perduto; una fiera di mediocrita', di vanita', una fiera per amanti del libro e conoscitori di Umberto Eco. Una fiera che almeno per alcuni giorni a un'anima perduta ha offerto l'asilo spirituale e fisico. Una fiera che per questa ragione mi rimarra' cara nella memoria.
       Alla fine, una domanda. Cercate di immaginare l'impossibile: cosa sarebbe successo se Muhamed fosse nato in Italia e Umberto Eco in Bosnia?
       Non provate a immaginarlo. E? Tuttavia tempo di festa in cui si dovrebbe…
       Ah, si. Se vi arriva tra le mani quell'antologia dell'inizio della storia, leggetela. E se per caso incontrate Muhamed, chiedetegli che libro aveva nella mano sinistra quella sera alla fiera.

 

Drazan Gunjaca - dicembre 2006
www.drazangunjaca.net

 

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