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di Fabio Guidi     indice articoli

 

L'archetipo della Quaternità

Gennaio 2012

 

“Tutto ciò che è transeunte è solo un simbolo.” Queste parole, con cui Goethe chiude il Faust, stanno ad indicare la natura profondamente ambigua della conoscenza umana. Da una parte, per l’uomo è impossibile pervenire all’Essenza, perché non può che incontrare ciò che è transitorio, passeggero, caduco. Dall’altra, qualsiasi realtà, di per sé ‘transeunte’, può assumere una straordinaria importanza per la nostra vita, rivestendo la funzione di ‘simbolo’. Ecco perché l’utilizzo del simbolo è così importante nel lavoro su di sé. “Lo strumento psicologico che trasmuta l’energia è il simbolo”, afferma Jung, e ciò deriva dal suo potere come condensatore e catalizzatore dell’energia psichica.

Gli «archetipi» sono particolari tipi di simboli. Lo stesso Jung, all’interno della cultura contemporanea, ha il merito di aver portato alla ribalta questo tema:

 

“Nella vita vi sono tanti archetipi quante situazioni tipiche. La continua ripetizione ha impresso queste esperienze nella nostra costituzione psichica, non nella forma d’immagini dotate di contenuto, ma in principio solo come ‘forme senza contenuto’, atte a rappresentare solo la possibilità di un certo tipo di percezione e azione. Quando si presenta una situazione che corrisponde a un dato archetipo, allora l’archetipo viene attivato e si sviluppa una coattività che, come una forza istintiva, si fa strada contro ogni ragione e volontà, oppure produce un conflitto di dimensioni patologiche, cioè una nevrosi.” (1)

 

Ogni tipo di esperienza esistenzialmente significativa dà vita ad un archetipo. La psiche umana ha registrato ogni evento particolarmente carico energeticamente: dalla risposta del rettile e del mammifero dentro di noi, per arrivare al sentimento di Adamo, dei nostri antenati indoeuropei, del cittadino greco, e così via, fino ai nostri giorni. In altre parole, la psiche raccoglie per intero l’eredità che si è accumulata nelle nostre strutture nervose, e che si esprime come reazione fisiologica, impulsiva ed affettiva. Tale eredità, come si sa, è definita da Jung ‘inconscio collettivo’, semplicemente perché è condivisa dall’intera umanità, anche quando non ne siamo consapevoli. Il desiderio della ‘madre’, ad esempio, è un’esperienza tipica, così come l’esperienza del tradimento, e così via...

E’ importante sottolineare che gli archetipi non sono le ‘immagini’ che si affacciano alla coscienza (durante un sogno o una meditazione, o nella formula­zione di un mito, o nel delirio schizofrenico e così via), ma solo “forme vuote”, esperienze caricate affettivamente, che solamente nell’incontro con la coscienza individuale si rivestono di contenuti specifici (ad esempio, la rappresentazione di una divinità greca o un simbolo spirituale). Ecco perché gli archetipi, da un individuo ad un altro, da un periodo storico ad un altro e da una cultura ad un’altra, possono apparire diversi. In realtà il nocciolo della realtà archetipica, e cioè l’esperienza umana originaria, rimane sempre lo stesso.

Una volta che tali stati energetici puri sono ‘attivati’ da certe situazioni, irrompono prepotentemente nella vita dell’individuo, assumendo forme particolari. Da qui la necessità del confronto serio e appassionato con i nostri archetipi: sta a noi decidere se preferiamo rimanerne ignare vittime o se ci impegniamo ad accogliere, comprendere l’immenso spazio di creatività che viene ad aprirsi quando riusciamo a riconoscere, utilizzare e integrare in maniera cosciente queste arcaiche potenti suggestioni.

Nel cammino spirituale l’archetipo si presenta come un ‘racconto’, una narrazione simbolica capace di dare un senso e uno scopo all’agire dell’uomo. Questi ‘racconti’ non sono veri, nel senso usuale dell’uomo della strada: lo prova il fatto che subiscono continue trasformazioni, alcune volte sostanziali, lungo la Via. Sono, però, sempre ‘reali’, cioè psichicamente significativi per l’uomo in ricerca; in altre parole, sono ‘effettivi’, cioè in grado di mobilitare le energie psichiche in direzione dello sviluppo e dell’unificazione interiori.

Insomma, tali ‘racconti’ non sono illusioni. In un orizzonte culturale in cui il concetto di verità si è estinto, in cui ogni concezione, ogni teoria, ogni dottrina è semplicemente uno sguardo sul mondo, una prospettiva limitata, imperfetta, dettata dai nostri interessi, da ciò che vogliamo (o possiamo) vedere, non esiste alcun significato, nella vita dell’uomo, al di fuori di quello che lui stesso le attribuisce.

Nel cammino spirituale è di fondamentale importanza trovare quel significato che richiede il sistema psichico per la propria evoluzione, e ciò è possibile attraverso il mito archetipico, capace di stabilire dei ponti tra i cieli limpidi dell’Io razionale e le acque oscure del mondo inconscio.

Tra gli archetipi più interessanti per orientare lo sviluppo di sé e promuovere l’integrazione degli opposti della personalità - ad uno stadio non certo iniziale del Lavoro - vi è senz’altro la Quaternità.

Secondo la formulazione di Jung “la quaternità è un archetipo che appare, per così dire, universalmente. Essa è la premessa logica per ogni giudizio di totalità”, (2) dal momento che all’interno della nostra psiche per indicare una totalità, una pienezza, c’è bisogno di quattro elementi. Jung ci ricorda che, in ogni uomo, accanto alle tre funzioni psichiche più o meno sviluppate, appare una quarta funzione indifferenziata: non addomesticata, non valorizzata, non adattata, non controllata, infantile, rozza, nonché primitiva, arcaica, non evoluta. Così, come per le funzioni psichiche, anche in ogni altra costellazione (nei sogni, ad esempio), il ‘quarto’ appare una figura difficilmente compatibile con le altre tre, “riprovevole, angosciosa o comunque insolita, diversa” (3).

Tale schema ‘tre più uno’ assume il significato di una struttura psichica capace di creare una sintesi per il processo d’integrazione psichica. “Questa meta – afferma Jung - è simbolizzata dalla combinazione dei quattro, onde la quaternità è un simbolo del Sé” (4), vale a dire della totalità psichica.

Il simbolo della Quaternità è stato oggetto d’indagine fin dall’antichità. Nell’ebraismo il nome di Dio è rappresentato dal tetragramma impronunciabile ‘YHWH’. Nel pitagorismo, dove il numero è considerato il modello originario delle cose, la tetraktys viene considerata il simbolo dell’ordine numerico, al punto da inserirla nel solenne massimo giuramento, “nel nome di colui che ha trasmesso al genere umano la tetraktys, fonte che assomma in sé le radici della perenne natura”. E Platone inizia il suo Timeo con una domanda enigmatica, d’indubbio sapore simbolico: “uno, due, tre: e dov’è, caro Timeo, il quarto…?” (5) Anche la «croce» cristiana è un simbolo della quaternità: la pienezza raggiunta dall’ingresso dell’uomo all’interno della realtà divina: infatti, Gesù rappresenta la divinizzazione dell’uomo.

Per quanto ci riguarda, il motivo simbolico della Quaternità divina è semplicemente utilizzabile come una realtà psichica. In effetti, la realtà di Dio è avvolta in un mistero insondabile: è il non-manifesto, l’ineffabile... ma a livello psichico si esprime attraverso quattro archetipi. Li descriveremo in prossimi contributi.


     Fabio Guidi

 

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NOTE

1) Jung, Il concetto d’inconscio collettivo, §2.

2) Jung C.G., Saggio d’interpretazione teologica del dogma della Trinità, in Opere, vol.11, Boringhieri, p.164.

3) Jung, ibidem.

4) Ivi, p.184.

5) Platone, Timeo, 17a.

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