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di Fabio Guidi     indice articoli

 

L'Eroe e il tema dell'invidia

Gennaio 2011

 

L'Eroe e il tema dell'invidiaQuella dell’Eroe è una fase decisamente drammatica dell’esistenza umana.

Fino a questo momento ti sei adattato alla realtà ordinaria, sposandone i modelli, cercando di convivere con le esigenze mondane, studiando dei compromessi con le vecchie abitudini e le vecchie relazioni. Hai provato ad inserirti in un processo di crescita interiore, ma a una condizione: che il processo non disturbasse la tua quotidianità, il tuo mondo consolidato.

Ma non avevi fatto i conti con la «chiamata», quella voce interiore che improvvisamente si sveglia dentro di te e ti indica un compito, una missione da portare a termine, una meta transpersonale da conseguire. Ciò appare esemplarmente nei miti dell’antica Grecia, dove l’eroe è un essere che ha una doppia natura, essendo figlio di un umano e di un dio. A differenza degli dei, gli «eroi» sono soggetti alla morte come qualunque uomo, ma sono presentati come più forti, più abili, più coraggiosi di quanto non lo sia l’uomo ordinario. Gli eroi sono tali perché hanno compiuto un’impresa eccezionale, rendendo un grande beneficio alla collettività, uccidendo un pericoloso brigante o una terrificante fiera, dissodando terreni incolti, prosciugando paludi e arricchendo la vita dell’uomo con preziose conquiste.

Questa doppia natura crea una situazione drammatica: le comuni aspirazioni umane sono sconvolte da un appello superiore, e viene a crearsi una coscienza infelice, dolorosa.

L’Uomo Eroico è in grado di vincere la lotta contro le potenti forze che spingono alla stagnazione e al quieto vivere, conquistandosi uno spazio di potere, che, a questo stadio, è diretto ad un compito spirituale. La situazione è ben descritta da Erich Fromm:

 

“La gente ammira coloro che hanno una visione del nuovo, che aprono una strada insolita, che hanno il coraggio di andare avanti. In mitologia, questa modalità di esistenza è simbolicamente rappresentata dall'eroe. Gli eroi sono coloro che hanno il coraggio di abbandonare ciò che hanno - la loro terra, la loro famiglia, i loro beni - e di andarsene altrove, non senza paura, è vero, ma senza lasciarsene vincere. Nella tradizione buddhista, il Buddha è l'eroe che abbandona tutti i possessi, tutte le certezze implicite nella teologia induista - il rango sociale, la famiglia -, per dedicarsi a un'esistenza di distacco. Abramo e Mosè sono eroi allo stesso modo secondo la tradizione giudaica. L'eroe cristiano è Gesù, che nulla possiede e che, agli occhi del mondo, non è nulla, ma che tuttavia agisce mosso dalla pienezza dell'amore che nutre per tutti gli esseri umani. I greci avevano eroi secolari, la cui meta era la vittoria, la soddisfazione del loro orgoglio, la conquista; ma, al pari degli eroi spirituali, Ercole e Ulisse vanno avanti, senza lasciarsi sgomentare dai rischi e dai pericoli che li attendono. Gli eroi delle fiabe rispondono agli stessi criteri, quelli del distacco, dell'andare avanti affrontando l'incertezza.
Se ammiriamo questi eroi, è perché abbiamo la precisa sensazione che il loro modo d'essere è quello che vorremmo far nostro, beninteso se potessimo. Ma, poiché abbiamo paura, crediamo di non poterne seguire l'esempio, perché soltanto gli eroi possono affrontare queste imprese. Gli eroi divengono idoli: trasferiamo su di essi la nostra capacità di muoverci, dopodiché restiamo dove siamo - «perché noi non siamo eroi».”

 

La psicologia transpersonale ben conosce questo eterno conflitto interiore che vede schierate, da una parte, le energie che vanno in direzione dell’integrazione e dell’evoluzione personale e, dall’altra, quelle che tengono impigliati nella stagnazione e nell’aridità.
L’elemento emotivo che contraddistingue ogni individuo nel quale le forze più creative hanno dovuto soccombere è l’invidia. L’uomo ordinario non può tollerare che un suo simile sia in grado di elevarsi ad un livello superiore al suo e, in genere, risolve il problema divinizzando e mitizzando i grandi uomini realizzati spiritualmente: una volta che sono assurti alla dimensione di un dio (spesso dopo la loro morte), ogni paragone è ovviamente improponibile e la coscienza infelice si acquieta.
Se però l’eroe non ha ancora ottenuto un sufficiente riconoscimento pubblico, avviene l’esatto contrario: ed ecco che l’invidia opera in ogni modo per cercare di abbassare l’immagine di chi si stacca dalla massa, “portarla nel fango”, come si suol dire. In altre parole, il conflitto interiore si sposta su un piano esteriore. L’Eroe può essere ammirato ufficialmente, ma è perlopiù invidiato e odiato in segreto, può essere lodato in pubblico, ma è sempre tenuto al margine e contrastato dall’istituzione. Molto spesso viene deriso, trattato da ingenuo, squalificato come ‘sognatore, calunniato… viene definito un opportunista che cela le sue reali intenzioni, perché, in fondo, “sono tutti uguali”… e viene aspettato con ansia un suo minimo passo falso per poterlo inchiodare ai suoi limiti e al suo fallimento.
La frustrazione e l’invidia hanno esiti distruttivi, verso sé e verso il mondo intero, fin dai tempi di Caino e Abele:

“Caino offrì dei frutti del suolo in sacrificio al Signore; e anche Abele offrì dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e l’offerta di lui. Perciò Caino ne fu molto irritato e il suo viso fu abbattuto” (Gn 4, 3-5).

 

Il racconto genesiaco, su un piano di antropologia culturale, fa probabilmente riferimento a lotte tra clan rivali e alla supremazia dell’economia agricola sulla pastorizia nomade, dal momento che Caino è il fratello maggiore “coltivatore del suolo”, mentre Abele è “pastore di greggi”. Tuttavia, il nostro interesse va in un’altra direzione: pare che il Signore non apprezzi particolarmente lo sforzo, l’impegno di Caino, il quale, come si sa, spinto dall’invidia, uccide il fratello.
Anche nel libro della Sapienza, si dice che “la morte è entrata nel mondo per invidia del satan, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap 2,24). Il passo interpreta il capitolo 3 della Genesi, dove si parla della celebre tentazione del serpente ad opera dei due nostri malcapitati progenitori. Basta accennare al fatto che anche qui si fa accenno all’invidia, come molla propulsiva di ogni azione diabolica, distruttiva verso gli altri e se stessi. L’invidia non è unmale, è il male.
Non nascondiamocelo: l’animo di ognuno di noi conosce l’invidia. Naturalmente c’è invidia e invidia. C’è l’invidia che ti rode, ti distrugge interiormente e c’è l’invidia che si manifesta in maniera bonaria, magari attraverso una battuta scherzosa, o apparentemente ingenua. L’importante è che tu guardi dentro alla tua invidia e alla rabbia che vi è connessa… osserva il perché di questa invidia e continua a mantenere il contatto quotidiano con essa… Ad un certo punto, se hai il coraggio di guardare in profondità, l’invidia comincerà a sciogliersi lentamente.
Se non vogliamo riconoscerla (se è stata rimossa questa percezione) è perché altrimenti ci sentiremmo ‘sminuiti’, ‘cattivi’, non abbastanza esenti da debolezze ‘umane, troppo umane’… Eppure, mille sono i campi in cui l’invidia, più o meno larvatamente, si fa strada. Potremmo dire che l’invidia è il problema psico-spirituale, dal momento che nasce da un senso di frustrazione e inadeguatezza del nostro Ego e, quindi, un buon motivo emozionale per rafforzarlo.
Dopo questa breve riflessione psicosintetica riguardo al tema dell’invidia, la prossima volta affronteremo più da vicino il «viaggio dell’Eroe».


     Fabio Guidi

 

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