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di Fabio Guidi     indice articoli

 

Il pensiero quantico: la pratica meditativa

Settembre 2014

 

 

«Prima o poi la fisica atomica e la psicologia dell’inconscio si avvicineranno in modo significativo, giacché entrambe, indipendentemente l’una dall’altra e da parti opposte, si addentrano nel terreno trascendentale, la prima con l’idea dell’atomo, la seconda con quella dell’archetipo. […] La psiche non può essere qualcosa di “totalmente altro” dalla materia, perché come potrebbe altrimenti muoverla? E la materia non può essere estranea alla psiche, perché come potrebbe altrimenti produrla?» (Carl Gustav Jung)

 

Abbiamo già visto che alla base del mondo fisico la realtà non è così solida come riteniamo abitualmente, ma è costituita dal ‘campo’ energetico. Nel campo energetico non esiste lo spazio vuoto, ma filamenti di energia interconnessi, qualcosa di molto simile ai neuroni cerebrali. È questo campo energetico che permette di connettere il nostro cervello con la realtà e, quindi, costituisce il ponte tra la mente e la materia. Del resto, è stato ormai dimostrato che la nostra memoria non risiede nel cervello fisico, ma nel campo che lo contiene. Ai fini della guarigione, dobbiamo quindi imparare a conoscere la lingua di questa connessione, una lingua che è riconosciuta dal campo.

A partire da ciò, viene spontaneo chiedersi: in che modo il campo soggiacente la nostra realtà biologica può farci ammalare? E in che modo è possibile trasformarlo in direzione della guarigione e del mantenimento della nostra salute? Può la nostra coscienza elevarsi, in modo da poter accedere alla realtà superiore dell’Unità?

Durante la normale condizione di veglia la coscienza è in uno stato energetico di eccitazione, di complessa attività mentale. Tuttavia, il cervello è in grado di sperimentare livelli più tranquilli di funzionamento, dove la coscienza è più silenziosa e l’attività mentale è semplice e coerente. In altre parole, si passa da stati grossolani, eccitati, superficiali e diversificati a stati sottili, non eccitati, profondi e unificati. Questi livelli di funzionamento più unificato - che abbiamo visto sono caratterizzati da onde cerebrali inferiori a 8Hz - corrispondono ai livelli profondi a cui si manifesta l’intelligenza intrinseca della natura. Sia il mondo psichico che il mondo naturale possiedono una struttura gerarchica, un ordine quantico alla cui base opera un campo unificato di in-formazione, cioè d’intelligenza. Tale corrispondenza suggerisce il fatto che la matrice tanto della coscienza psichica quanto della materia fisica sia una e identica realtà o, meglio, che la sorgente di tutto non è altro che la Coscienza.

In conclusione, l’impulso psichico delle onde ad alta frequenza riflette una maggiore instabilità dell’energia ed è in relazione a pensieri o sensazioni piuttosto deboli e, quindi, di natura effimera. Tuttavia, se la mente riesce ad andare oltre questo livello, la consapevolezza va verso l’unificazione e diventa corrispondentemente più espansa, fino al punto in cui la coscienza è lasciata sola a sperimentare se stessa.
Infatti, se la coscienza ordinaria è caratterizzata dalla separazione tra l’osservatore, cioè colui che percepisce, e l’osservato, cioè il contenuto dell’esperienza, ai livelli meno eccitati e più profondi di consapevolezza la separazione tra l’osservatore e l’osservato tende a sfumare fino a scomparire del tutto. Così, la scoperta della fisica quantistica secondo la quale l’osservatore crea l’osservato, è riproposta nella ricerca sulla coscienza: l’osservatore e l’oggetto costituiscono un’unità indissolubile, un’esperienza indivisibile di coscienza pura. È l’esperienza della nostra natura più profonda: chi vuole può chiamarla Dio o in qualsiasi altro modo, ma resta comunque l’esperienza del nostro vero Sé, quella parte di noi che non cambia e ci accompagna in tutti i nostri cambiamenti, che è la stessa per ognuno di noi e che costituisce la sorgente di tutte le cose.

È a questi livelli più profondi che il pensiero diventa potente al punto di produrre cambiamenti significativi nel corpo, di attingere alle energie profonde di guarigione. Quali caratteristiche deve possedere il pensiero perché sia capace di innescare una trasformazione profonda? Deve essere stabile, cioè capace di mantenere un’attenzione o un’intenzione per un certo tempo, almeno una decina di secondi, in modo da potersi sedimentare. I pensieri volanti, fluttuanti, dispersivi non sono sufficienti a gettare un nuovo seme.

Il silenzio meditativo realizza una condizione essenziale a questo proposito. Una mente meditativa è una mente pacificata, nella quale la coscienza individuale, secondaria, che vive nell’esperienza e nel flusso del tempo, può raggiungere l’unificazione con la Coscienza primaria senza tempo. Al fine di un profondo processo guaritivo è bene, dunque, familiarizzare con le basi della meditazione, le quali costituiscono il supporto tecnico di ogni ulteriore pratica, fornendoci la «presenza mentale» necessaria per il prosieguo del lavoro.

La meditazione propriamente detta non ha niente a che vedere con alcuna forma di riflessione su un oggetto. Basterebbe questo per mettere in evidenza la differenza sostanziale tra la meditazione e il nostro abituale atteggiamento mentale, caratterizzato da un lavorìo incessante e ossessivo, un pensiero continuo dissipatore delle nostre energie nervose. D’altra parte, la mente non può non pensare. I maestri Zen, a proposito della meditazione, parlano di uno stato mentale definito hishiryo: esso non è né non-pensiero né pensiero; è tutti e due allo stesso tempo, senza essere nessuno dei due.

Potremmo dire che la meditazione è una condizione psicofisica, una condizione della mente, a partire dallo stato del cervello. Durante la meditazione, anche se condotta ad occhi aperti, si assiste ad una modificazione delle onde cerebrali - che sono l'unico indicatore che possediamo delle condizioni del cervello - nel senso di una stabilizzazione su un ritmo Alfa e, se il praticante è esperto, addirittura su un ritmo Theta, cioè sotto gli 8 Hz. In termini di onde cerebrali, la meditazione profonda è simile al sonno, tuttavia i due stati di coscienza sono completamente diversi tra loro. La meditazione comporta uno stato di rilassamento, tranquillità e stabilità e, nello stesso tempo consente una consapevolezza lucida e vigile, anche nei confronti degli stimoli esterni. Colui che medita, in altre parole, sembra che sia al tempo stesso in uno stato di sonno e di veglia. Rilassamento e vigilanza: è questo il segreto della meditazione, che rende la mente tranquilla e ricettiva nello stesso tempo, una sintesi mirabile di attività e passività, una condizione che si protrae anche dopo la conclusione della seduta, per alcuni minuti.
La meditazione è uno strumento molto potente, una vera e propria terapia autogena, con innumerevoli effetti. Ricordiamo i principali.

La meditazione ha la fondamentale funzione di purificare il sistema nervoso, riducendo lo stress accumulato. È ormai assodata la stretta relazione tra lo stress nervoso e la malattia fisica. Lo stress comporta una disarmonia del sistema nervoso autonomo, nel senso di una iper-eccitazione del simpatico tale da mobilitare l'intera energia disponibile nell'organismo. Sale la pressione sanguigna, aumenta il battito cardiaco, s’intensifica la tensione muscolare, si accresce il consumo di ossigeno del sangue e c’è una maggiore produzione di acido lattico e tossine nel corpo. Ebbene, la meditazione contribuisce a superare questa condizione di squilibrio e a regolare il sottosistema simpatico e quello parasimpatico, incrementando anche il funzionamento del sistema immunitario e favorendo il riequilibrio omeostatico. La purificazione del sistema nervoso consente anche l’affinamento della percezione, cioè un aumento della sensibilità riguardo agli stimoli esterni, che affluiscono in maniera più vivida. Lo sviluppo della ricettività percettiva attraverso la pratica meditativa provoca un progressivo distacco dal bisogno di eccitazione, di intensa stimolazione sensoriale, bisogno che costituisce uno dei maggiori fattori di stress.

Durante la meditazione, l’abbassamento del tono muscolare attraverso il rilassamento del corpo, e la riduzione del metabolismo basale, cioè del livello di energia necessaria a mantenere in vita una persona in assoluto riposo, permette al corpo di riposare e recuperare velocemente. Si registra un abbassamento dell’attività del cervello, il quale richiede, rispetto agli altri organi, una maggiore quantità di energia e nutrimento. La frequenza respiratoria si abbassa fino a 4/5 cicli al minuto, mentre il normale ritmo respiratorio si aggira intorno ai 18 cicli, confermando la supremazia del funzionamento del parasimpatico durante la pratica. Tutto ciò offre un’idea dell’abbandono di ogni tensione difensiva all’interno dell’esperienza della meditazione, un rilasciamento che consente un risparmio energetico medio intorno al 20% ed un altrettanto notevole recupero dall’affaticamento.

Ovviamente, il contributo specifico offerto dalla pratica meditativa consiste nello sviluppo dell'attenzione e della concentrazione. La meditazione è il migliore strumento a disposizione per incrementare la «presenza mentale», che significa essere totalmente nella realtà presente, in contatto con il proprio sentire e con la realtà esterna. Ciò provoca un graduale allargamento del campo di consapevolezza, con insight, intuizioni sempre più profonde riguardo alla propria intima natura e ai rapporti che ci legano agli altri. Un maggiore contatto con se stessi aiuta a non fuggire continuamente nelle lamentele per il passato o nei sogni del futuro, insomma, a non volere la realtà un po' più blu o rossa, ma ad accettarla responsabilmente per quello che è. Una volta sviluppata la necessaria capacità di attenzione, potremo proficuamente fare uso creativo dell'immagine mentale o di opportune verbalizzazioni, in modo che la meditazione permetta di nutrirsi di specifiche energie trasformative dell’intera personalità e di attivare le risorse spirituali dell’organismo.

All’inizio della pratica meditativa, durante il processo di purificazione più grossolana, possono verificarsi episodi di sudorazione, nausea, tachicardia, ronzii pronunciati e vari altri disturbi, come avviene naturalmente eliminando tensioni e tossine. In genere, nel lavoro su di sé si verificano naturalmente periodi di crisi con produzione di ansia. Certi insight si fanno strada e noi li percepiamo come minacce. Cerchiamo di respingerli, ma nello stesso tempo avvertiamo ansiosamente la loro pressione per affiorare alla coscienza. La meditazione, abbassando il livello di ansia, favorisce questo processo di coscientizzazione. I contenuti psichici vengono fuori con minore sofferenza, perché l’ansia accumulata viene in parte scaricata con la meditazione. L’intera faccenda ha una tonalità più tenue.

Succede come avviene anche nei nostri sogni. Possiamo anche dimenticare ciò che abbiamo sognato, ma il sogno, comunque, contribuisce a scaricare tensione e stress... tra l’altro è questo il motivo principale per cui, come ricorda Freud in Al di là del principio di piacere, nella «nevrosi traumatica» l’attività onirica di chi ne è colpito ha la caratteristica di ripetere continuamente, coattivamente e angosciosamente, la situazione del trauma originario. Tuttavia, lo stesso Freud non sembra cogliere appieno il fatto che tali sogni, anche se sofferti, scaricano ansia e quindi consentono un certo sollievo. Durante la meditazione, questo processo avviene in modo molto più consapevole e quindi proficuo.


     Fabio Guidi

 

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