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di Fabio Guidi     indice articoli

 

Psicosintesi e Psicologia Transpersonale

Luglio 2011

 

Psicosintesi e Psicologia TranspersonaleAll'interno della ricerca psicologica, Carl Gustav Jung è stato colui che per primo ha imboccato la strada transpersonale. È stato, tuttavia, Abraham Maslow, uno dei fondatori e forse il più brillante esponente della Psicologia Umanistica americana, a introdurre in campo psicologico, sul finire degli anni ’60, l'espressione ‘transpersonale’:

 

«Dovrei pure osservare che, a mio avviso, la psicologia umanistica, la Terza forza della psicologia, è transitoria, è un prologo ad una Quarta psicologia ancor più ‘elevata’, trans-personale, trans-umana, incentrata sul cosmo anziché sui bisogni e sull'interesse umano, oltrepassante la condizione umana, l'identità, l'autorealizzazione e così via.»

 

Jung, come si sa, si occupava principalmente della fenomenologia psichica di tipo spirituale (uno dei principali motivi che lo fece allontanare da Freud) attenendosi al principio che tutto ciò che si manifesta a livello psichico possiede una sua realtà e deve quindi essere oggetto d’indagine. Allo psichiatra svizzero non interessava dimostrare la realtà metafisica che eventualmente sta alla base dell’esperienza psichica, in quanto sapeva benissimo che, in ultima analisi, la realtà psichica è l’unica realtà che conti: in primo luogo, perché possiamo accedere soltanto ad essa, e poi perché è ‘effettiva’, cioè capace di produrre effetti per l’intera esistenza individuale, più di un qualsiasi altro ‘reale’ fatto esterno. Anzi, il fatto diventa ‘reale’ proprio in quanto evento psichico e nella misura in cui si permette al fatto di diventare una realtà interiore, psichica.
Tra i primi a seguire Jung su questa strada è stato il nostro Roberto Assagioli, il fondatore della Psicosintesi e amico personale dello psichiatra svizzero. Lentamente si è venuta così a creare una intera corrente psicologica, che ha preso il nome di Psicologia Transpersonale, il cui intento è quello di studiare i livelli più elevati ed evoluti della coscienza umana, vale a dire la sfera della spiritualità. Come afferma Assagioli, l’aggettivo ‘transpersonale’ sta ad indicare “ciò che comunemente si chiama spirituale. Scientificamente è una parola migliore; è più precisa, e in un certo senso neutra, perché indica ciò che è al di là o al di sopra della personalità ordinaria”.
In questa prospettiva, la Psicologia Transpersonale si colloca oltre la psicologia della normalità, "uno splendido ideale per il fallito", come direbbe Carl Gustav Jung.
In definitiva, il transpersonale coincide con l’aspetto più impegnativo e ambizioso della pratica psicosintetica, vale a dire con ciò che Assagioli definisce ‘psicosintesi transpersonale’ e Gurdjieff, semplicemente, il ‘Lavoro’. La Psicosintesi Transpersonale intende guidare l'uomo oltre il suo ego, liberandolo dal fardello della sua mente ordinaria e risvegliandolo alla realtà dell'esistenza, o realtà ‘oggettiva’: è una vera e propria cura dell'anima, una terapeutica dello spirito volta ad ottenere il pieno «risveglio» dal sonno della coscienza. Tale cura dell’anima, afferma Jung, “deve espandersi ben oltre i confini della medicina somatica e della psichiatria, fin dentro regioni che un tempo erano dominio di preti e filosofi”.
Lo stesso Gesù, nel seguente passo del Vangelo di Matteo, pare alludere al bisogno di tradurre continuamente le antiche verità spirituali in nuovi linguaggi:

 

«Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52).

 

Dopo Freud, volenti o nolenti, le “cose nuove” parlano il linguaggio della psicologia del profondo, nel senso che essa costituisce il quadro concettuale migliore che abbiamo a disposizione per descrivere le leggi del nostro mondo interiore, campo dell’esperienza spirituale.
Tuttavia, la pista di ricerca inaugurata da Jung non è ancora apprezzata a sufficienza. Da una parte c’è chi (certi credenti) teme una psicologizzazione del fenomeno religioso, cioè una riduzione dell’esperienza religiosa a qualcosa di “umano, troppo umano”. Dall’altra c’è chi (certi non credenti) teme una strumentalizzazione della pratica psicologica ai fini di un indottrinamento confessionale, privandola della sua ineludibile ‘laicità’. La scommessa è di riuscire ad evitare queste Scilla e Cariddi, con tutti i pregiudizi legati all’una o all’altra posizione.


     Fabio Guidi

 

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