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di Fabio Guidi     indice articoli

 

Sul narcisismo - 2

Dicembre 2013

 

narcisistaIn molti narcisisti è presente la «sindrome di Zelig», il protagonista del film di Woody Allen che aveva la proprietà di assumere le caratteristiche, psichiche e somatiche, delle persone con cui entrava in contatto.

 

Ester, una ragazza di 24 anni, presenta questo spiccato atteggiamento camaleontico, che utilizza come strumento manipolatorio. «In una certa misura,» dice «manipolo gli altri, dando loro quello che vogliono, gratificandoli; per cui, dopo, non possono dirmi di no, non possono fare a meno di me». In famiglia si aspettano che Ester sia una figlia di successo, seria, per bene. Soprattutto la madre si attende che lei realizzi ciò che ha sempre voluto e non ha mai ottenuto: carriera, soldi, successo. Ed ecco che, agli occhi della famiglia, assume la maschera della persona decisa, ambiziosa. «Ma io non sono così!» esclama, fino a riconoscere che «mia madre è un fardello che mi porto dietro. Tutto quello che faccio nasce da questo desiderio di successo; mi ha incatenato». In passato Ester ha avuto disturbi bulimici, scomparsi quando ha instaurato una relazione con Alberto, con il quale cerca di riempire il suo vuoto affettivo. «Alberto è una sicurezza affettiva a cui non so rinunciare». Eppure, non è contenta di lui. In un esercizio di drammatizzazione, Ester si rivolge a lui dicendogli: «Non sopporto come tu ti pianga addosso, come tu sia succube di tua madre! Non ti ammiro, perché manchi d'intraprendenza. Hai del potenziale e non sai sfruttarlo, ti senti la vittima del mondo. Mi riversi addosso tutte le tue tragedie, mi fai mancare l'aria», per concludere «sei uno zombie». Quando Ester dice queste cose, è in realtà a se stessa che si rivolge, nella sua incapacità di svincolarsi dalle pretese materne. In lei è la madre che parla, una madre che disapprova questo legame, che ritiene Alberto una persona confusa, senza aspettative, in definitiva molto diversa da Ester, la quale, tuttavia, si lascia trascinare da lui. Ester è tra i due fuochi del suo grande bisogno di una persona che si prenda affettivamente cura di lei e le aspettative della madre. «Certe volte spero che Alberto mi lasci. Vorrei che ci fosse qualcuno o qualcosa che decidesse per me: io non ce la faccio!» Si rende conto che la sua felicità dipende dalla felicità degli altri, mentre trova molte difficoltà a esprimere i suoi bisogni, fino a quando non arriva una crisi di pianto che le permette di avere, finalmente, attenzioni e ascolto. Nei suoi ricordi c'è una bambina di 3-4 anni, che corre dietro all'auto di sua madre che si allontana. «Stavo molto male: come se avessi un abisso sotto i piedi», quel vuoto affettivo nel quale ha così paura di cadere. E parla di una madre assente, che non le ha dato a sufficienza quell'amore che lei desiderava e che l'ha relegata in secondo piano rispetto alle attenzioni rivolte al marito. Per avere quelle attenzioni, Ester cerca di seguire la strada del padre, un professionista di successo, e assume una maschera disinvolta e intraprendente. Ma la piccola Ester affamata di amore continua a reclamare i suoi diritti.

 

Le tendenze narcisistiche, da una parte, generano negli altri sentimenti di ammirazione e di invidia, dall'altra conducono l'individuo, nonostante le apparenze, in una spirale d'isolamento e solitudine. Successo, riconoscimento pubblico, espressione sicura e disinvolta nell'ambito sociale, ma anche distacco e incapacità ad entrare in contatto profondo con gli altri, ad abbandonarsi alle relazioni e ad uscire dalle proprie illusioni egoistiche, contraddistingue ogni personalità narcisista.

Diventato adulto, il narcisista ricorda un'infanzia senza problemi, protetta; è stato incoraggiato e lodato dai genitori nelle sue prestazioni; spesso mostra una ricchezza di possibilità e di talenti fuori dal comune; è stato ammirato e invidiato e il suo successo è stato l'orgoglio di chi gli stava vicino. Eppure, dietro a tutto questo sta, in agguato, la depressione, l'insignificanza personale, il senso di vuoto, di autoalienazione, la perdita di senso. Spesso è sufficiente un leggero insuccesso, il fallimento di un rapporto o la constatazione della propria reale solitudine e difficoltà di comunicare, da persona a persona, con gli altri esseri umani, per far crollare l'immagine del falso sé.

In seguito a tale crollo, l'individuo può iniziare un'analisi del profondo, nel corso della quale emergono, innanzitutto le fantasie di grandezza, che sono una diretta compensazione del bisogno frustrato di essere al centro dell'attenzione e di essere compresi per ciò che si è, invece di dover rispecchiare le aspettative altrui. In queste fantasie si è principi, eroi, artisti, scienziati, e così via. In effetti, l'individuo narcisista si sente ammirato per le sue qualità: perché riesce a eseguire perfettamente ogni suo compito, per il suo talento, per la sua forza, per i suoi successi... Si regge su questo gonfiamento dell'ego, cioè sull'idea della propria «grandiosità». È il drammatico destino di chi sente che può essere amato per le proprie doti, ma non per quello che realmente è. Per la grandiosità narcisista non esiste un reale piacere, perché essere eccezionale, straordinario è una coazione.

Le idee di grandezza narcisistiche esprimono illusioni di vario tipo. C'è chi rinnega i propri bisogni corporei, come un asceta, spesso al punto di arrivare a percepirsi come puro spiri­to imprigionato in un corpo fonte di ogni corruzione. Si può parlare, a questo riguardo, di una posizione autistica «assoluta», in senso filosofico, cioè libera da ogni rapporto, completamente autosufficiente. Tale atteggiamento è in relazione alla fase autistica originaria, o al «narcisismo primario», secondo l'espressione di Freud, fase nella quale «l'Io include tutto» e, in fin dei conti, si risolve in un autosufficiente allucinatorio appagamento del desiderio.

C'è, inoltre, chi nega i propri bisogni di dipendenza, tipici della fase orale, sviluppando un senso esagerato di responsabilità, cioè la coazione a prendersi cura degli altri ed esibire un atteggiamento comprensivo. Questo atteggiamento, tipico di molti operatori sanitari e sociali, può essere definito narcisismo onnipotente e impedisce, naturalmente, ogni reale separazione dall'oggetto d'amore, che viene percepito come sofferente e oppresso. Come nel caso seguente.

 

Marco è un giovane medico, nel quale emerge improvviso il bisogno che qualcuno si prenda cura di lui: «Basta, voglio fare il paziente! Voglio avere la possibilità di abbandonarmi, non solo di fare». Naturalmente, la sua componente narcisistica lo porta a rifiutare la possibilità di «essere quello che si appoggia». Il suo destino è ripetere indefinitamente il copione familiare. La madre che soffre, che si rinchiude nella sua stanza buia a piangere, dopo aver litigato con il marito. Marco va da lei, la chiama ripetutamente, vuole poter fare qualcosa per lei, mentre prova sentimenti di odio verso il padre. Ma la madre non risponde, rimane chiusa nella sua sofferenza e Marco si sente anche lui colpevole. «Vorrei liberare mia madre da quel peso, vorrei un abbraccio da lei, piangere insieme a lei, ma non ce la faccio. Sono impotente». Questo senso di impotenza spinge Marco a instaurare ripetutamente rapporti con l'altro sesso dove la partner costituisce la donna «bambina» che deve essere liberata dalla sofferenza. Marco riduce la relazione cosciente con la donna a questo aspetto parziale del Femminile, ma questo suo atteggiamento, amplificato dalla professione che ha scelto, lo costringe a negare narcisisticamente i suoi bisogni affettivi.

 

C'è poi chi, rifiutando ogni situazione di subordinazione, ritiene di poter controllare in maniera ferrea l'esistenza degli altri, nelle loro azioni e nei loro stessi sentimenti e pensieri. Il fine di questo atteggiamento è quello di togliere qualsiasi potere all'altro, ed è quindi definibile come narcisismo paranoide, dal momento che presenta invariabilmente fantasie di persecuzione.
C'è, infine, chi adotta un narcisismo sessuale, che può essere più «fallico», macho e competitivo, o più «isterico», teatrale ed esibizionistico. In entrambi i casi, l'atteggiamento è improntato alla seduzione e alla conquista dell'altro sesso, e l'individuo arriva a percepirsi come un oggetto sessuale irresistibile.
La «grandiosità» è, dunque, strettamente legata all'atteggiamento manipolativo, che può consistere nel tentativo di controllare la realtà attraverso il distacco mentale e l'aureola di irraggiungibilità, così come nel rendersi indispensabili soddisfacendo ogni bisogno espresso dall'ambiente; nel porre gli altri in una situazione di sudditanza e d'impotenza, ma anche nell'attirare gli altri a sé in modo seduttivo, con promesse che non hanno alcuna probabilità di essere mantenute.


     Fabio Guidi

 

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