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Il mondo di NonCredo

di Paolo Bancale   indice articoli

 

Relativismo del rapporto con la "propria" religione

Dicembre 2011

 

  • Che cosa è una religione?

  • Chi è chi, dove e quando

  • Profilo del credente

  • Pensiero magico ed onnipotente

  • Rispetto e speranza

  • Il virus monoteista

  • La violenza nelle religioni

  • Il pericolo dell'oscurantismo

  • Vivere è autonomia e libertà


Miliardi di persone credono di appartenere a religioni che in effetti non hanno mai scelto, che sono state loro imposte dalle loro società, fin dalla nascita, con condizionamenti subliminali e ritualismi finalizzati, che conoscono con superficialità distorta e banalizzata, mentre ignorano di essere vittime inconsapevoli del Caso e delle coordinate geografiche del luogo di appartenenza.
Nonostante ciò, in modo eterodiretto, accettano sacrifici, si autoumiliano, combattono, odiano il diverso ed arrivano anche ad uccidere in nome di qualcosa che è loro caduto banalmente e casualmente sulla testa come la mela di Newton.

 

Perché gli esseri umani si dicono “fedeli” di una qualsiasi religione mentre ignorano le altre e magari addirittura le avversano? Né hanno provato a starne senza e camminare sulle proprie gambe come hanno insegnato, tra gli altri filosofi, il Buddha e Kant? Questo è un problema su cui ho riflettuto molto trovandovi una discontinuità logica ed una abdicazione intellettiva verso quel fenomeno antropologico che sono le religioni prese in blocco come categoria etnico-sociologica. E qui non sono assolutamente in discussione etica, morale, spiritualità, amore, carità e men che mai “dio”, se c’è o non c’è, ritenendone il concetto, quale che sia, una personalissima, lecitissima, rispettabilissima, irrisolvibile e indimostrabile opinione che non cambia assolutamente i fatti. Deismo, teismo, panteismo, agnosticismo, ateismo sono “ismi” che appartengono al legittimo ed anche colto mondo delle opinioni personali, non verificabili né dimostrabili, ma a cui ognuno può liberamente accostarsi ritenendola la più giusta per lui. Quale che sia questa opinione, finché resta una visione di speranza individuale non fa alcun danno, anzi contribuisce al grande dibattito culturale. Il danno avviene, ed è grande, quando si passa all’associazionismo e colonialismo ideologico di massa che, avvalendosi del potere che detiene, come avviene nelle religioni istituzionalizzate e gerarchizzate, pretende di convertire, quando non coartare o reprimere, le libere opinioni altrui. Il pensiero umano dovrebbe restare avventura, presa di rischio, inseguimento di un ideale, amore pervasivo che non può essere ridotto a passiva infantile obbedienza a dogmi, cleri, libri e dicitur.

 

Che cosa è una religione?

Quando si dice religione si intende antropologicamente quel noto settario, in senso buono, spirito di gruppo che la storia ci ha fatto conoscere, mosso dal desiderio, spesso anche violento, di egemonizzare ed omologare a se stessi gli altri, di “colonizzare” ideologicamente e comportamentalmente individui e popoli, che impone riti di iniziazione e condizionamenti psichici fin dalla più tenera età, che pretende obbedienza agli addetti ai lavori della casta sacerdotale e che troppo spesso perseguita il dissenso. Insomma un movimento politico ed ideologico  totalizzante e di potere. A mio avviso, invece, l’etica collettiva e la morale individuale non provengono da queste organizzazioni finalizzate bensì dal profondo del cuore degli umani, dal vibrare dello spirito, dalla logica della condivisione e della reciprocità, dalla empatia dei sentimenti, e le vedo come traguardi laici, della nostra specie e del suo patrimonio filogenetico, senza la necessità di mediazioni, oltretutto così diverse, incompatibili e ostili tra loro quali sono le religioni istituzionalizzate.

A questo punto vediamo come e perché le religioni, il plurale è d’obbligo, siano controproducenti nel percorso di automaturazione dell’etica e del messaggio morale.

 

Innanzitutto, che significato ha l’“appartenere” ad una religione che dopo tutto è soltanto una credenza ereditata dal corpo sociale in cui siamo nati e vissuti, da noi non scelta ma fondamentalmente impostaci fin dalla più tenera età. Chiunque pensi di “credere” in una qualsiasi religione deve onestamente ammettere che egli deve quella religione, anziché una qualsiasi altra, soltanto al Caso, a sua totale insaputa. Egli la deve soltanto al dato fortuito di dove e quando il Caso lo ha fatto nascere, a quali genitori, lingua, clima ambiente storico e geopolitica il Caso lo ha predestinato, proprio come se il suo cervello, come un robot, fosse inderogabile funzione matematica delle coordinate geografiche del suo luogo di nascita.

 

Chi è chi, dove e quando

Facciamo una facile verifica e vedremo che, guarda caso, chi nasce a Delhi è indù, a Oslo è luterano, a Tel Aviv ebreo, cattolico in Italia e scintoista in Giappone, buddhista in Thailandia, a Mosca ortodosso, in Inghilterra anglicano e calvinista in Scozia, musulmano sunnita in Arabia,  sciita in Iran, ismailita a Hunza in Pakistan e sikh ad Amritsar in Punjab, mormone a Salt Lake City, animista tra gli inuit e in tante foreste del mondo, e così via per valdesi, quaccheri, rastafariani, parsi, amish e quant’altro si può trovare nel grande emporio mondiale delle religioni contemporanee. Assodato ciò, ed è vero, c’è da chiedersi: può mai una religione, ognuna delle tante, presentarsi come un “assoluto”, una presunta “verità” come esse amano vantarsi, o siamo piuttosto all’acme di quel relativismo religioso apprezzato dal Dalai Lama e tanto condannato da Ratzinger? Io direi soltanto che siamo nel pieno dominio dell’antropologia, cioè di quella scienza che studia tutti gli aspetti della fenomenologia umana.

 

Profilo del credente

L’antinomia tra ragione e fede, tra pensare e credere, tra libertà e necessità è antica. Il credente, questa figura così dipendente ed eterodiretta, proprio in quanto credente ubbidisce alla sua religione e ne  accetta tutto: miti, riti, culti, fantasie irrazionali, miracoli, magie, imposti spesso con la violenza associata al concetto di dogma o con la pretestuosità di quello di rivelazione. Ma nonostante ciò tutti i credenti di ogni fede sostengono in modo assolutamente acritico e fideistico la assoluta giustezza dei loro riti, miti, dogmi per quanto spesso fantasiosi appaiano, e mai a nessuno viene in mente, peccato! che se il Caso avesse girato in modo appena diverso, egli riderebbe di quello che fa, mentre crederebbe in quei riti, miti dogmi che oggi considera falsi e ridicoli.

 

Il condizionamento mentale ed affettivo di questo credente, non importa di quale religione, è stato reso totale fin da quando ha aperto gli occhi, nella culla, e poi per tutta la sua infanzia e fanciullezza, come per gli animali di Pavlov e di Lorenz, perfettamente in linea con le direttive del filosofo cattolico del 1800, che, d’accordo con i gesuiti prescriveva “Dateceli fin da bambini, affidateceli dai quattro ai dieci anni, e vedrete che non cambieranno più idea!”. Il che in onesti termini psico-biologici significa averli programmati come replicanti senza che loro abbiano nemmeno la capacità di rendersene conto. Farlo notare ai credenti non varrebbe a nulla poiché, come dice Immanuel KantL’illusione non può essere sradicata da nessun insegnamento”.

 

Pensiero magico ed onnipotente
Le religioni sono una produzione di massa di obbedienti: acritici, in buona fede anche nei loro frequenti autoinganni, imitativi, intelligenti e colti quando già lo sono, ma per tutti loro l’imprinting dell’infanzia li blocca nel loro profondo. E non è l’aspetto cognitivo-dottrinale quello che conta poiché normalmente lo ignorano, bensì quel prepotente e incontrollabile condizionamento affettivo, interiore, di dipendenza e fascinazione, una vera morsa che blocca la lucidità valutativa ed alimenta un bisogno astratto al limite del compulsivo, che va sotto il nome di “fede”. Principale caratteristica di questo particolare stato psico-mentale-emotivo sta nel far apparire accettabile e plausibile qualsiasi ipotesi o costruzione fantastica, diciamo mitologico-teologica, anche la più impossibile e irrazionale, che viene vista nell’ottica del “così è scritto, così mi hanno detto e perciò così è”. Logica, senso comune, verificabilità e scienza  non contano nulla, non c’è attenuazione della critica bensì la sua totale soppressione. Vale il “così mi hanno  detto” in una apoteosi di pensiero magico, ovvero quello che Jean Piaget e Bruno Bettelheim riscontravano nel pensiero di menti semplici come quelle dei bambini e dei primitivi e che essi chiamarono “onnipotenza del pensiero”, cioè l’attitudine a dare crisma di verità a ciò che si è pensato e ci convince, vedi le favole. “L’uomo preferisce credere ciò che vorrebbe che fosse vero” diceva Francesco Bacone e Terenzio “Noi crediamo in ciò che speriamo ardentemente”. Antropologia doc, “Umano, troppo umano” concluderebbe Nietzsche.

 

Rispetto e speranza

Comunque tutti i credenti meritano rispetto e comprensione, tutti, ed è un nostro dovere etico come laici, anche quando essi sono creduli in fantasiose scritture risalenti a tempi arcaici o preistorici, scritte da gente primitiva e visionaria, e anche quando accettano di sottostare supinamente ad altri uomini da cui si fanno passivamente catechizzare, anche quando, il che è sempre, ciò avviene  contro ogni evidenza scientifica e contro il senso comune. Purtroppo la fuga delle religioni dalla realtà del mondo della Natura è incanalata nella categoria della “speranza”, sia miracolistica che disperata e visionaria, che esse prodigano a piene manicon ottimo ritorno. Questo è il retaggio delle loro note origini arcaiche e tribali, che poi si da il caso che sia il periodo in cui sono nate tutte le attuali principali religioni, per giunte tutte nate in Asia e in tempi assai lontani dall’affermarsi del pensiero moderno speculativamente scientifico ed empiricamente sperimentale. Tempi tanto lontani cui si deve anche, per inciso, la marcata tradizione maschilista delle religioni stesse, che in tal modo perpetuano leggi, costumi e privilegi di genere in uso in quei tempi presso i loro primitivi antenati e fondatori.

 

Il virus monoteista

Uomini e religioni, ci dice la storia, seppero pacificamente convivere, con tutte le loro diversità, finché non si diffuse l’egoico virus del monoteismo, padre di tutte le guerre di religione, atrocità e persecuzioni. Purtroppo con l’avvento dei monoteismi finì “manu militari” ogni tolleranza, l’enoteismo di Max Muller, l’evemerismo e l’ospitalità del tempio di Giano: i monoteismi, ciascuno per sé, si autoattribuirono il monopolio dell’unica verità, azzerando automaticamente la possibilità di qualsiasi dialogo tra pari, di convivenza, compromesso e pace. Lo vediamo ancora oggi, anche tra fazioni dello stesso monoteismo infettate dallo stesso virus (vedi Iraq e Irlanda): Se poi ci aggiungiamo l’idea ossessiva dei monoteismi quale è il fare proselitismo in casa altrui, allora vale solo il vae victis!, la pace è perduta e si affidano al futuro la rivalsa e il riscatto. Per questo ammiro il Dalai Lama che non perde occasioni in libri, discorsi e interviste per scoraggiare le centinaia di migliaia di buddhisti occidentali  dall’abbandonare la loro religione di origine, nel solco di una tradizione spirituale che vide già 2300 anni fa l’imperatore buddhista Asoka proclamare in tutta l’India il suo editto che recita: “Chi onora la propria religione e condanna le altre scava la tomba alla propria religione e danneggia tutte le altre. Invece la concordia è cosa buona: siate tutti disponibili ad ascoltare tutto, e siate aperti alle dottrine professate dagli altri”. Illuminismo e laicità ante litteram.

 

La violenza nelle religioni

La natura emotivo-passionale-totalizzante della maggior parte delle religioni tocca molto, nel suo tracciato storico, la sensibilità del mondo laico moderno per la estrema e disinvolta crudeltà autoreferenziale che le ha caratterizzate nel sopprimere ad libitum e per i più vari motivi, la vita umana sia singolarmente che con stragi di massa, con torture e con umiliazioni. Gli esempi per tutte le religioni sarebbero infiniti, impalamenti e roghi, crociate e genocidi, la ruota e marchi a fuoco, asportazione della lingua e mutilazioni. Il tutto sempre nel nome di un dio o di una gerarchia ecclesiale. Al che, se si raffronta tutta questa barbarie alle obiezioni su cellule staminali, testamento biologico, eutanasia, fecondazione medica, aborto terapeutico e temi connessi, ci si rende conto di quale inestimabile patrimonio di civiltà sia la laicità dei popoli e delle legislazioni. Soggetto che ha fatto dire a Sigmund Freud: “Dove sono coinvolte questioni religiose gli uomini si rendono colpevoli di ogni sorta di disonestà e di illecito intellettuale”.

 

Il pericolo dell’oscurantismo

Il fissismo, il passatismo, l’immobilismo sono sempre presenti nelle religioni, ma soprattutto in quelle che si sentono obbligate all’osservanza di un “libro” di riferimento le cui “sentenze” suonano davvero puerili al pensiero scientifico moderno. Einstein disse che secondo lui il buddhismo è l’unica religione compatibile con la scienza, forse proprio per la sua marcata cultura del dubbio, ma normalmente il rapporto tra religioni, specie se “rivelate”, ed il progresso scientifico è storicamente disastroso. Sulla genetica fa testo papa Attanasio II quando asserisce: “L’anima viene da dio mentre i genitori null’altro possono trasmettere se non la colpa e la pena del peccato”(!). Sull’astronomia la storia di Copernico e il moralmente scandaloso ed epistemiologicamente ridicolo processo dell’Inquisizione cattolica a Galileo fanno ancora inorridire. Ma in tempi ben più recenti, quelli per intenderci di Garibaldi, Mazzini e Cavour, quando l’umanità veniva già salvata nelle grandi epidemie dalla batteriologia di Spallanzani, Lister e Pasteur, nel 1829 papa Leone XII si permetteva di dire tronfiamente: “Chiunque procede alla vaccinazione cessa di essere figlio di dio: il vaiolo è un castigo voluto da dio, la vaccinazione è una sfida contro il cielo”(!). E questi campioni di sapere si sono, con Pio IX, anche creati il dogma della loro “infallibilità”. A questo punto appare ancora più comprensibile perché l’Europa progredita e laica, oltre a quella noncredente, abbia fermamente rifiutato qualsiasi riferimento alle cosiddette “radici cristiane” nella sua Costituzione, oltretutto in  un’epoca in cui “per fede” si vieta l’uso del profilattico dinanzi alle piaghe mondiali dell’AIDS e la pillola antifecondativa di fronte ai milioni di morti di fame per sovrappopolazione. Ma queste sono da sempre le religioni istituzionalizzate e gerarchizzate che operano sulla pelle dei loro “fedeli”.

Spiritualità, etica, morale, amore, carità, fratellanza, solidarietà e libertà debbono essere cercate altrove: nella nostra mente, nella nostra coscienza, nel nostro cuore.

 

Vivere è autonomia e libertà

Vorrei chiudere, per dirla con Newton “camminando sulle spalle dei giganti” perché ci ispirino la riflessione opportuna nei confronti dei nostri rapporti con le religioni.

 

Davide Hume: “E’ bastato Galileo per insinuare il dubbio là dove prima c’erano soltanto solide certezze”.

Charles Darwin: “Ho sempre cercato di mantenere la mente libera in modo da poter abbandonare qualsiasi ipotesi a prescindere da quanto la avessi amata”.

Immanuel Kant: “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità che è da imputare a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza. Questo è il motto dell’Illuminismo”.

Siddharta il Buddha: “Non fidatevi mai di una credenza solo perché la avete udita spesso e   quindi vi è familiare, né fidatevi dei testi sacri, né di opinioni e teorie non verificate, né di un monaco per il fatto che egli è il vostro maestro: è unicamente la vostra personale esperienza critica che deve convincervi”.

 

Per concludere queste considerazioni si può essere d’accordo con chi ha intuito che la necessità di una divinità con tutte le attribuzioni paraumane che tradizionalmente le vengono ascritte deresponsabilizza le collettività che vi credono, fanatizza e assolutizza la loro adesione e rende infantile e superstiziosa la loro partecipazione. Così come è altrettanto vero che proprio la persistenza della visione religiosa delle religioni nel mondo costituisce oggi il più grande ostacolo al diffondersi, all’affermarsi e al consolidarsi di una spiritualità a misura umana, una spiritualità sublimemente e disinteressatamente adulta e matura.

 

Paolo Bancale
Dalla rivista "NonCredo" numero 1 - 2009

 


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